Abbastanza

Gabriele Chiapparini
27.02.2019
 
Abbastanza
Era quel momento del giorno in cui Raffaele si trovava costretto a sciogliere i nodi che raccoglievano le tende delle stanze esposte ad ovest. Il sole si trovava ora esattamente di fronte alla casa e, nel giro di poche decine di minuti, sarebbe arrivato a scenderne al di sotto, illuminando il soffitto della cucina in cui stava lavando gli ultimi piatti della cena. La luce, rifratta dal vetro dei bicchieri, creava dei piccoli frammenti di arcobaleno sulla sua pelle. Raffaele era riuscito ad acquistare quella casa solo pochi anni prima e da pochi mesi era stata finalmente resa completamente abitabile. L’aveva cercata a lungo, una casa in quella posizione. Una casa esposta ad est, sud e ovest. Abbastanza in alto sul crinale da poter godere, per qualche minuto al giorno, del sole sui soffitti delle stanze ad occidente. Abbastanza isolata ma con un centro abitato accessibile a pochi chilometri. Con un gruppo di alberi a una ventina di metri, abbastanza numerosi da poterlo chiamare bosco ma non così tanti da opprimere la vista e l’animo. Per cui, nel momento in cui l’aveva trovata, poco importava che fosse un rudere, né lo preoccupavano i lavori che si prospettavano eterni. Cercò di chiudere l’affare il prima possibile e si dedicò interamente al progetto di ristrutturazione: da architetto qual era, prima, e successivamente, arrivato alla pensione, da operaio.
Aveva sempre abitato e vissuto la città e ne aveva consumato la frenesia, da giovane, per poi sfruttarla e tollerarla da adulto. Alla fine ne era uscito consumato a sua volta. L’appartamento in cui abitava, in quegli ultimi anni, lo considerava ormai provvisorio, nonostante fosse lì che aveva trascorso praticamente tutta la vita: prima, appena fondato lo studio, poi con Sofia e poi con i bambini, fino a che lentamente non vi era rimasto ancora una volta solo. Era stato in quel periodo che, sempre più spesso, prendeva la macchina e andava a cercarla. Allora era più una visione, una sensazione, che realtà. Scandagliava i chilometri delle montagne limitrofe alla città, talvolta da quando si svegliava fino a quando faceva buio, così buio che si trovava costretto a tornare a casa. Era quasi notte la prima volta che aveva visto il rudere. Era sbucato alla fine di una curva, una silhouette nera sul cielo ceruleo. Non sapeva con precisione dove si trovasse e il giorno dopo aveva avuto paura di non riuscire a ritrovarlo. Adesso, mentre si sciacquava le mani per togliere la schiuma, si sentiva esattamente dove voleva essere. Si asciugò con lo strofinaccio che teneva di fianco al lavello, andò a prendere le scarpe e le infilò con un po’ di fatica. Prese il piumino e lo allacciò fino a metà busto. Sbirciò fuori dalla finestra. Era quasi il momento. Mise la teiera sul fuoco, uscì e si incamminò verso l’orto. Si rendeva conto lui stesso dell’inutilità di quell’ultimo giro all’orto che faceva ogni giorno, subito prima del tramonto. Non tutto ciò che è indispensabile è sempre anche utile, pensava. Controllare che tutto fosse stato fatto e che tutto fosse in ordine. Vedere esaurito il lavoro della giornata, prendere nota mentale dei risultati. Era gratificante. Lo faceva star bene. La lavanda piantata l’anno prima adesso attirava molti animali impollinatori e l’orto era, così, sempre più vivo, funzionante, come un ecosistema a sé stante. Si avvicinò. Prese alcuni fiori fra le dita e ne annusò un’estremità. Guardò la terra smossa quella stessa mattina. Stava ancora assorbendo l’acqua delle poche gocce cadute nel pomeriggio. Sulla nuca sentiva il sole, caldo e delicato come solo a quell’ora potava essere. Il viso all’ombra invece era come punto dall’aria fresca e aspra di montagna. Si voltò e con passi lenti tornò verso la casa, entrò, si versò il tè e uscì di nuovo rapidamente. Prese la sedia che era appoggiata su una fiancata della casa vicino all’ingresso e si incamminò nel prato verso il il sole. Camminò per una decina di metri, poi si fermò, posò la sedia e piegò le ginocchia lentamente per sedersi. Appena in tempo per vedere la terra che cominciava a mangiare il primo pezzetto di luce. Chiuse gli occhi e cercò come ogni sera di memorizzare quella sensazione, di cercare di farla sua, caso mai un giorno fosse stato impossibilitato a viverla. Voleva ricordarla, e voleva ricordarla bene. Non solo. Voleva essere consapevole, conscio il più possibile di ciò che stava vivendo con la sua pelle e con la sua persona in quel momento. Aveva gli occhi chiusi. Vide il rosso acceso dietro le palpebre farsi a poco a poco più tenue. Pensò che nonostante fosse primavera l’aria era ancora fredda. Quando riaprì gli occhi rimaneva un ultimo spicchio di sole, in pochi secondi già sparito dietro l’orizzonte. Rimase a sentire la temperatura che scendeva pian piano e inesorabile. Le forme che lo circondavano, ormai prive di ombre, avevano perso parte della loro sostanza. Era quello strano limbo visivo e temporale che non era né giorno né notte, e che nel cinema sapeva chiamarsi “ora d’oro” (e lui non poteva che essere d’accordo). Gli arrivò alle narici l’odore del muschio e della corteccia ancora umida degli alberi. Avvicinò la tazza alla bocca, soffiò prima di bere il primo sorso. Aspettò qualche minuto finché la civetta non iniziò a cantare. Raffaele leggermente eccitato le rispondeva ogni notte. E ogni notte la civetta rispondeva a Raffaele finché quest’ultimo non decideva che era abbastanza e, sereno, si incamminava verso casa.


 
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