Assenze. Presenze

Maria Teresa Cusumano
24.02.2020
 
Assenze. Presenze
Luce bianca di mezzogiorno, qua e là contesa dall’ombra degli abeti, e minuta lanugine floreale sospinta a lenti vortici tra il verde.
Mare di pini nani a un metro dall’avamposto ligneo sullo strapiombo, e vette radunate in circolo all’orizzonte, immote sotto la stasi bianca del sole a picco.
Fruscio impercettibile di pagine sfogliate, pensieri che indugiano sulle letture e misurano identiche fragilità, sotto la presenza ovattata d’imponderabili vuoti e pieni architettonici sospesi nell’aria.
- Fu in questo luogo che mi disse che sareste arrivate. Aveva organizzato tutto con cura, con attenzione ai dettagli. Aveva detto che un lungo fine settimana montano era quello che ci voleva prima del mio ritorno all’estero, per quell’ultima missione umanitaria.
Vi fisso mentre mi ascoltate sotto l’ombra della tenda bianca, i libri appoggiati sulle gambe, piccole come piccoli sono i vostri quindici anni, grandi come grande - enorme - è stata la nostra perdita.
A definire il vostro dolore basta il silenzio, qui, a pochi metri dall’acqua pensile della piscina a sfioro. Mi guardate e mi sembra di non avere parole, ma sento di dover e voler raccontare.
- Manca sempre, manca troppo - mi dite, ed io annuisco, ma aggiungo che lei può mancare così tanto solo perché la sua presenza è stata radice: un dono incessante di vita moltiplicata, un amore inesauribile che resta, si perpetua in noi e non si perde.
- Lei diceva che fra queste montagne era cresciuta e fra queste montagne sarebbe rimasta sempre. Diceva che le montagne trattengono il nostro spirito e lo mettono a contatto con l’universo. Per questo ci teneva tanto a portarvi spesso quassù, a che voi assimilaste i suoni e i colori della natura fra queste valli. E cresceste sentendovi parte di un tutto che torna sempre.
Continuo a parlarvi per farvi sorridere, con i tanti aneddoti di quel lontano annuncio.
Vi narro della caccia al tesoro iniziata tra i pini; degli indizi disseminati nella manciata di bigliettini che a casa, ancora, conservo; della mia incredula felicità alla notizia che sareste state due, ché due erano state le paia di scarpine bianche da neonato rinvenute, alla fine del percorso, sul cuscino del letto della nostra camera con vista sulle vette.
Vi racconto di come la vacanza fosse proseguita sospesa e insieme concitata, e di come avessi sentito l’urgente impulso di annullare ogni mio coinvolgimento in quell’ultima trasferta all’estero, ma di come vostra madre fosse stata irremovibile: aveva detto che avrei dovuto mantenere fermo il mio impegno, che non sarei dovuto venir meno alla disponibilità data.
- Perché vostra madre era così: una donna sensibile alle ingiustizie. Ferma nei suoi proponimenti e pronta ad esigere che anche gli altri lo fossero nei propri. Disse testualmente che non ci saremmo potuti meritare la felicità che ci sarebbe venuta da voi se non avessimo adempiuto ai nostri impegni verso il prossimo; che il mio servizio adesso imponeva quel viaggio: lei avrebbe fatto tutto il necessario nei due mesi successivi, e al mio rientro avremmo avuto ancora tanto tempo per pensare alla stanza, al corredo e a tutto il resto.
Ridiamo nel ricordarne il piglio dolcemente autoritario: con se stessa, nel lavoro; con voi, nello studio; in casa, con la miriade di cose da gestire. Riconosciamo come i ritmi da lei impressi continuino a sostenerci, a farci da impalcatura in questo periodo così destrutturato.
Mentre vi alzate, richiamate dagli amici che vi invitano a pranzare, ho la netta sensazione che questo nostro parlare vi abbia fatto bene, che vi abbia rinfrancato dopo le prime ore di difficoltà seguite all’approdo quassù, in tre anziché in quattro, e non mi pesa rimanere qui da solo a leggere e a pensare, quasi a cercarla nel silenzio.
Ricordo quelle che, nelle vacanze quassù, amavo definire parentesi di bellezza.
Come quando scrutavo il suo volto mentre il divano della suite l’accoglieva nel sonno: ne percorrevo i tratti e insieme pregavo che non si risvegliasse, ché anche il distacco da lei era geografia necessaria, e l’uno ha da tornare due, nello spazio, per durare nel tempo.
Come quando la luce chiara del mattino - aranciata sulle tende - invadeva presto la stanza ed era un dono il buongiorno in due.
Il pensiero balza nuovamente all’estate dell’annuncio, e alle pagine del diario rinvenuto sul fondo di un suo cassetto: “[…] Adoro l’oscurità senza riparo che ammanta di stelle il rifugio tra i monti, con te che ridi e rido anch’io, e diciamo di non poterci credere, e ancora ci stupiamo di sentire a tratti una stessa voce nello stesso vento. Perché in tutti gli angoli del mondo abbiamo cercato una voce che raccogliesse anche la nostra. Ed ora la promessa di questa voce sta per farsi carne”.
Penso che un giorno vi consegnerò quel diario, e che esso sarà per voi una grande eredità.
Penso a me, alle tante persone che ho curato e guarito mentre nulla ho potuto fare per lei, e sento che non so se questo lo accetterò mai fino in fondo.
Così come non so se, al di là di quello che potrò e dovrò dire in questi giorni, mi sarà davvero di conforto pensare, con le sue parole, alle “mille metafore della vita di cui la montagna è incarnazione, con l’aumentare e il diminuire dell’altitudine, che ci allontana e poi riavvicina alle valli della nostra esistenza”.
Ripenso a voi, a quello che, nella vostra vita, sarà un continuo alternarsi di vittorie e di sconfitte; di buoni e cattivi combattimenti. E prego perché queste radici, le sue radici, siano davvero per voi una buona arma.

È sera inoltrata quando ci ritroviamo attorno al tavolo per cenare: guardo i vostri volti rosei e abbronzati. Mi raccontate dei giochi pomeridiani e della camminata che avete deciso di fare il giorno dopo: me ne spiegate percorso, dislivello e durata, ed affermate convinte che sì, è proprio quello che adesso ci vuole: - Bisogna che conquistiamo una vetta.
Arrivano le pietanze, la sala si scalda e prende vita.
Fino al cielo sale la serena umanità dei colloqui ammantati di rilassatezza ed affetto, tra il profumo dei cibi e il calore del legno, sotto il procedere lento di impercettibili riti di sala che a tratti si fanno presenza.
Mi è difficile, adesso, pensare a come riprenderà la nostra vita a valle al rientro, verso cosa ci sospingerà.
Quassù, dove il rintocco delle ore sui declivi è muto e sembra quasi che il tempo non scorra, quello è un pensiero lontano.
Domani, conquistata la vetta, avrò un unico pensiero: cercare le voci.
Quelle sospinte dal vento di montagna sulle cime che l’uomo consacra al Signore, con il ferro brunito delle croci inciso contro l’azzurro del cielo.
Tra quelle voci ci sarà anche la sua.
 
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