Attese

Walter Nardon
15.09.2011
 
Attese
Seduto davanti alla finestra guardava il paesaggio alpino che si stendeva fino alle cime più alte. Era arrivato in albergo ancora nel pomeriggio, due ore prima. Lei gli aveva detto: “Appena arrivato, cercami. Lascerò qualche traccia nella tua stanza. Cerca un dettaglio. Vedrai che non sarò lontana.” E aveva cercato. Aveva guardato perfino dentro la lampada posta sopra lo specchio, nei cassetti del comodino. Aveva svitato la lampadina dell’abat-jour, controllato sul retro del telefono, esaminato ogni singolo anello che reggeva le tende e l’asta cui tutti erano fissati. E così il televisore, il telecomando, i comandi del condizionatore d’aria, il meccanismo d’ingresso, il tappeto. Niente.
Ci aveva impiegato un po’ di tempo, poi si era seduto. Era nervoso, perché si era dovuto costringere a perquisire ogni angolo della stanza. Poi aveva cercato di calmarsi, aveva portato la sedia davanti alla finestra e si era messo a guardare le montagne. Non è così che si cercano le cose, non era così che le cercava lui. D’altra parte, non era ancora finita. Avrebbe dovuto dedicarle un’attenzione diversa, meno irruente. Doveva pensare a lei, solo a lei, al suo viso, al suo corpo, al modo in cui si erano conosciuti. Non voleva, non riusciva credere che lo stesse ingannando, perciò non poteva che continuare a immaginare, a formulare nuove ipotesi. L’amore richiede sempre degli interpreti preparati.
Ricordava la prima volta che erano usciti insieme per andare al cinema, il suo vestito, il modo in cui era scesa dalla macchina per rientrare in casa. Il conforto, la sicurezza che aveva sentito crescere in sé. Si alzò e uscì sul poggiolo. L’aria fresca rinvigoriva.
Non poteva telefonarle. Non avrebbe mai potuto chiamarla così presto, sarebbe stata una richiesta d’aiuto ridicola e, soprattutto, il segno che non si fidava tanto di lei. Il cielo si mostrava di un azzurro intenso che virava verso il blu, un blu luminoso. In una delle prime uscite l’aveva vista venirgli incontro con quel suo abito leggero, gettarglisi addosso, stringere il corpo contro il suo. Una volta, dopo un bagno al mare, l’aveva portata di peso fuori dell’acqua, fino alla doccia. Rivedeva il suo bikini verde scuro, sentiva le sue braccia attorno al collo.
Rientrò in camera e staccò di nuovo il quadro dal muro. Lei doveva meritare di più, perciò spinse il letto contro la parete, si avvicinò all’armadio, vi tolse le poche coperte e, fatta forza su un angolo, cominciò a spostarlo, girandolo contro il muro. Era molto pesante, tanto che dopo alcune spinte si dovette fermare a riprendere fiato. Sperava solo di staccarlo abbastanza da poterne vedere da una parte il dorso e dall’altra, appunto, la parete. Appoggiato con la schiena al fianco del mobile, aveva dato un’occhiata al suo lavoro nella stanza: era tutto sottosopra. Non restava che un ultimo sforzo. Mai come in quel momento era stato consapevole che quella fatica non sarebbe stata vana. Ricominciò a spingere con maggior forza senza più pensare a lei, né a se stesso.
Dietro l’armadio, sulla parete, apparve un poster con un panorama che sembrava scattato dal poggiolo dell’albergo, con la stessa maestosa grandezza del paesaggio. Lo aveva messo lei? Controllò che non vi fosse segnato qualcosa, un indizio, un numero. Si volse al retro dell’armadio e lo controllò centimetro per centimetro. Niente. Poi, nell’angolo in alto, a destra, un’iscrizione sottile, fatta con la biro: “Sono nella camera 109”. Sembrava piuttosto recente. Era lei (probabilmente era lei) ma: “E se non fosse stata lei?”
D’improvviso, sentì bussare alla porta. Aveva cercato di fare meno rumore possibile, ma certo, spostando l’armadio, qualcosa gli ospiti delle stanze vicine dovevano aver sentito. E probabilmente anche prima, nel corso della sua perquisizione. Forse avevano chiamato la reception. E adesso? Era inutile provare a rimettere a posto l’armadio, avrebbe fatto altro chiasso e ingenerato altri dubbi, sospetti. Meglio far credere di aver perso qualcosa, scivolato inavvertitamente e in maniera del tutto improbabile, quasi impossibile, proprio dietro l’armadio. Bussarono di nuovo. Si risistemò meglio che poté e andò ad aprire.
Dietro la porta c’era lei.
“Mi cercavi?”, disse.
Lo baciò prima che potesse rispondere: “Perchè, secondo te, cosa stavo facendo?”
La guardò di nuovo, ma ebbe quasi un momento di esitazione, di stupore. Era stato sul punto di sentirsi tradito.
“Lo so, ho esagerato.” disse lei. “È che sono entrata qui mentre stavano mettendo a posto l’armadio e ne ho voluto approfittare.”
Lui le guardava le scarpe, beige, con il tacco alto. Non l’aveva previsto, ne era rimasto un po’ sconcertato, o forse solo disorientato.
“Non fare quella faccia. Ho sentito che ci stavi mettendo troppo, per cui ho pensato di venire di persona, perché non fosse troppo tardi, perché tutto restasse la sciocchezza che era, che doveva essere.” Gli si gettò al collo e lo baciò, mentre lui restava ancora un po’ rigido.
“Dai, forza, cambiati che dobbiamo andare a cena.”
La guardò di nuovo negli occhi.
È proprio in questi momenti che bisogna imparare ad avere fiducia.

 
 
 
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