Bar Paradise

Lucia Munaro
17.01.2014
 
Bar Paradise
Sarà stato mezzogiorno passato quando entrò una cliente, o forse già l’una, pensò Tiziana. Difficile dirlo con tutta quell’acqua. Fuori pioveva a dirotto. Da giorni era così. Aveva cominciato che era ancor notte e la pioggia continuava incessante da ore.
La luce era grigiastra e indefinita, il cielo una massa carica d’acqua e nient’altro. Anche il tempo che passava restava indefinito e Tiziana non aveva nessuna voglia di misurarlo. Nessuna ombra del grosso platano sulla strada che giocasse col ciottolato dove erano sistemati i tavolini e le sedie di plastica nel cortiletto del bar, oppure lo stesso calore del sole, l’inclinazione dei raggi che di solito raggiungevano la finestra e si spostavano arrampicandosi sui ricami della tendina e sulla parete vicina, a farle da indizio.
In un’altra giornata, senza tutta quell’acqua, il locale a quell’ora sarebbe stato un brulicare di gente. Avrebbero occupato i tavolini fuori e nella veranda per un caffè, una bevanda o uno snack. Col centro termale, le sue piscine, il parco e i giochi d’acqua a due passi, il bar di Tiziana era in una posizione strategica e gli affari buoni.
Oggi invece poteva contare sulle dita di una mano gli avventori che erano passati quella mattina. I soliti clienti che non mancavano mai di prendere il caffè da lei prima di andare al lavoro erano diventate figure familiari che si facevano custodi di quel suo piccolo mondo.
Da dietro il bancone, Tiziana appariva a mezzo busto, coi capelli lunghi e neri, il corpo si intuiva massiccio. Da lì si spostava poco, come in un bozzolo o come un’ape regina sembrava vivesse lì dietro, protetta dallo schermo di un televisore sempre acceso che dalla parete continuava a proiettare immagini, vacui sogni con personaggi irreali, storie artificiose che avevano il solo scopo di isolarla dal mondo là fuori, affinché lei compisse il suo ruolo e restasse regina intoccabile di quel piccolo regno.
Quella nuova cliente veniva da fuori invece, la vide entrare e scrollare l’ombrello prima di richiuderlo appena si trovò al riparo della veranda. Anche l’impermeabile sportivo che indossava era già fradicio d’acqua, benché la donna non avesse camminato molto sotto la pioggia, aveva parcheggiato l’auto lì vicino, in una stradina quasi a lato del locale. Aveva un che di slancio giovanile, anche se non era molto giovane, e un insolito modo di fare, come distratto. Sul viso altrimenti anonimo si apriva un sorriso pacato, a volerlo descrivere uno avrebbe detto forse contadino, che chiedeva fiducia.
Volle solo un caffè, nero e senza zucchero. Aspettava qualcuno, le disse, le chiese qualcosa a proposito del nome della via, dove si trovava il locale, e subito tornò all’entrata della veranda a guardare verso la strada. Irrequieta usciva a volte incurante di tutta quella pioggia, alzava solo il cappuccio dell’impermeabile e scrutava nella direzione da dove doveva arrivare in macchina la persona che attendeva, poi tornava sotto la veranda a scrollarsi l’acqua di dosso. Pioveva che Dio la mandava. Parlò al cellulare con qualcuno un paio di volte, poi si avvicinò al banco e scambiò due parole con Tiziana.
Aspettava qualcuno che si era affidato al navigatore per raggiungere quel posto, le spiegò; in effetti aveva allungato la strada e sarebbe arrivato in ritardo rispetto al previsto. Le chiese anche se conosceva un ristorante nei paraggi, dove avrebbero potuto mangiare qualcosa una volta che fosse arrivato chi stava aspettando. A Tiziana sembrò strano che si fossero dati appuntamento proprio lì, in un posto che nessuno dei due sembrava conoscere bene o che addirittura non conoscevano affatto. Le consigliò comunque la pizzeria a qualche centinaio di metri dal bar, i gestori erano amici suoi e anche se a una certa ora la cucina chiudeva, valeva la pena tentare, le rispose, altrimenti no, non avrebbe saputo di altri locali, nei dintorni sì ce n’era qualcuno, ma che fossero aperti a quell’ora non ne era sicura.
Poi il discorso scivolò sulle opportunità delle nuove tecnologie, di quegli aggeggi, come ad esempio i navigatori che piano piano sostituiscono le percezioni reali con quelle virtuali generate da algoritmi, studiati per semplificare la vita e magari la rendono invece più complessa. Entrambe si scoprirono scettiche. Tiziana ebbe modo così di parlare anche del suo Lorenzo, il marito che per lavoro di quegli aggeggi si serviva quotidianamente.
Lorenzo era il suo uomo, tornare a casa la sera era una festa quelle volte che lui non era via nei suoi viaggi frequenti. Lei non lo disse, ma si capiva bene che era una storia d’amore.
Anche se proprio la solitudine di quegli altri giorni in cui lui la lasciava nella loro casa a dormire sola, permetteva a Tiziana di vivere di giorno nel suo bozzolo dorato, dietro al bancone del bar Paradise. Si era formata una cerchia di amici, gli avventori affezionati, i vicini, come i ragazzi della pizzeria che ogni tanto le portavano dei tranci di pizza o altre prelibatezze dalla loro cucina. Ed erano come dei doni che si portano a una regina.
Si mise a parlare, quasi senza volerlo, con l’estranea di quel sogno, di guadagnare abbastanza col bar Paradise per mettere su famiglia, un figlio da Lorenzo era quello che desiderava di più. Un sogno che avevano messo entrambi da parte per ora. Volevano avere una sicurezza economica prima, perché lei con un figlio avrebbe dovuto rinunciare al lavoro almeno per un po’. E quelle settimane di pioggia, con pochi clienti e il locale vuoto che metteva tristezza, non ci volevano proprio. L’affitto era alto e Tiziana aveva pensato già di prendere in gestione un locale più modesto ed economico, a qualche chilometro da lì, raccontò poi alla cliente, mentre questa la stava ad ascoltare attenta, sbirciando però il cellulare ogni tanto che teneva stretto in una mano.
Ma non sarebbe stato come il bar Paradise. Lì nel suo piccolo regno, i clienti erano personaggi di un racconto che lei non avrebbe mai scritto, ma che viveva giorno per giorno, incorniciata dal bancone del bar. Questo Tiziana non lo disse, si limitò a lamentarsi della pioggia che teneva lontano i clienti. Fu la donna a pensarlo. E la donna s’immaginò anche che gli avventori affezionati tornassero a salutare Tiziana anche la sera dopo il lavoro, prima di rientrare a casa, come dei soldati fedeli alla loro regina.
Poi la cliente sorridendo salutò frettolosamente Tiziana e tornò sulla strada; e finalmente, avvicinandosi, due fari si accesero per ammiccarle. Lei goffamente in mezzo alla strada richiuse l’ombrello e bagnata com’era con rivoli d’acqua che cadevano dalle pieghe dell’impermeabile salì sull’auto e si chinò per salutare l’uomo al volante.
I due tornarono lì dopo il pranzo a prendere il caffè. Non si fermarono molto e mentre erano seduti nella veranda Tiziana fece in tempo a notare un’intimità quasi scherzosa tra loro.
Anche fuori, quando i due dopo poco infine si salutarono, la donna tirò fuori chissà come da un sacchetto che era nella sua macchina un improbabile cappello di paglia adatto a ripararsi dal sole e se lo mise in testa ridendo, solo per mostrarlo all’altro forse, ma distrattamente lo dimenticò lì sulla testa, incurante della pioggia che non aveva smesso di cadere con forza. I due si abbracciarono più volte e la donna sembrò staccarsi con fatica da lui, ma fu solo un attimo che ripiegò nel sorriso di sempre, prima che entrambi salissero ognuno su un’auto per allontanarsi in direzioni diverse.
Tiziana intanto guardò fuori per cercare almeno uno spiraglio nella spessa massa di nuvole, che continuava a essere grigia e opprimente, ma la pioggia insistente non dava segno di tregua e il cielo prometteva solo altra acqua.
Chissà per quanto tempo e giorni ancora.
 
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