Dall'altra parte

Lucy Bauer
09.04.2018
 
Dall'altra parte
Strani posti, vecchi alberghi. Gente che entra ed esce da porte con numeri o senza numeri, che passa da corridoi che portano chissà dove. Cose che cambiano nel tempo, eppure rimangono uguali. Alcune stanze si aprono, altre rimangono chiuse a occhi indiscreti. Soglie che non andrebbero varcate.
Era stata la lampada Tiffany a convincermi: il paralume di vetro colorato, l'intreccio di foglie e fiori. Di solito sarei stata l'ultima persona a sfidare l'ordine di “Divieto d'accesso“ ma la catena sottile era bassa, tra la porta della mia camera e quella successiva, e la meravigliosa lampada, che emanava un bagliore delicato, spiccava su un tavolino antico appena oltre la porta accanto alla mia. Al di là della lampada, l'oscurità si diffondeva nel corridoio.
Dovevo vederla più da vicino. Scavalcai pian piano la catenella. Non avevo ancora messo giù il piede che una donna sbucò dall'angolo buio che avevo preso per la fine del corridoio. Risollevai goffamente il piede, impigliandolo sulla catenella che si mise a dondolare. La donna mi accolse con un sorriso falso: “Salve!“
“Salve,“ risposi, come se mi avesse colta in fallo, ma la donna non sembrava preoccupata dalla mia trasgressione. Si fermò davanti alla porta della stanza dall'altro lato della catena e mi guardò di sbieco.
“Nuova?“
“Arrivata ieri.“
La donna non sembrava affatto disturbata dalla mia violazione di territorio, così mi rilassai abbastanza da osservarla bene. Aveva più o meno la mia età, sui venticinque anni, ma era di gran lunga più elegante e sicura di sé. Il suo look retrò, così raffinato ma impossibile da emulare per una persona come me, aveva un fascino incredibile. Anche lei mi stava studiando. I suoi occhi mi squadrarono dalla testa ai piedi e una guancia perfettamente incipriata si contrasse con un sorrisetto che era molto vicino a un ghigno. Quell'analisi sfacciata mi innervosì, mi faceva sentire trasandata.
“Visto che sei nella stanza accanto, meglio che mi presenti. Mi chiamo Betty, sono la segretaria qui.“
“Elizabeth,“ risposi. Era strano: non avevamo teso la mano sopra la catena per salutarci. Betty gettò all'indietro l'acconciatura perfetta con una gran risata.
“Betty, Beth, Liz - tutte queste variazioni di Elizabeth! I nostri genitori non hanno resistito alla tentazione di seguire l'esempio reale, giusto? I tuoi hanno optato per la versione chic!”
Quindi qualcosa in comune ce l'avevamo, anche se era solo il nome, ma ero sicura che la scelta dei miei genitori non fosse stata influenzata dalle preferenze reali di novant'anni fa. Betty mi stava studiando ancora con un sorriso interrogativo.
“E cosa ti porta qui, Elizabeth?“ Colsi una sfumatura sprezzante nel modo in cui allungava le sillabe del mio nome.
“Mio marito. Arriva venerdì.“
Una frase del tutto sbagliata. Ron mi aveva regalato un soggiorno in una spa di lusso mentre lui frequentava il corso di volo avanzato che da tempo sognava di fare. Il campo di aviazione era lì vicino, ma Ron aveva detto che voleva approfittare dell'albergo vicino perché le lezioni di teoria erano di sera. Tornare all'hotel dove ero io ogni sera sarebbe stato una distrazione. Ci ero rimasta male, ma non glielo avevo detto.
“Ora è al campo di volo, a prendere lezione“aggiunsi goffamente.
“Davvero!“ esclamò Betty. “Be', potrei raccontarti un paio di cose su quello che succede al campo.“ Si esaminò un'unghia perfetta, con le labbra rosso fuoco premute come se cercare di sopprimere il sorriso. “Non sei sposata da molto, vero? È così che ti ha portato qui, il maritino. Sei fortunata, non succede spesso.“
Ero confusa e irritata. Eravamo sposati da un paio di mesi e non mi pareva che Ron avesse avuto dei problemi a prenotare la stanza, era bastata una rapida transazione online.
“E comunque,“ continuò “meglio che tieni d'occhio il tuo uomo, Lizzie.“ Rimase in silenzio, carezzando la maniglia della porta, all'improvviso con un'espressione seria. Poi riprese a parlare, a bassa voce. “Sai, una volta un tizio mi ha detto che mi avrebbe raggiunto più tardi. È uscito e non è tornato mai più.” Mi guardò dritto negli occhi. “Svanito, così! Nel nulla.” fece una smorfia. “Ma non posso davvero incolpare lui.”
Betty abbassò la maniglia e aprì la porta. Cercai di guardare dentro, ma era buio.
“E comunque, muoio dalla voglia di una sigaretta. Il capo non ci lascia fumare, a noi ragazze, dice che non è da signora. Ma detto tra me e te, Liz, io non sono una signora!” E stringendosi nelle spalle, mi fece l'occhiolino mentre si voltava con aria teatrale, e sparì.
Quella notte dormii male e fui svegliata tardi dal telefono. Era Ron, eccitato dalla volo di addestramento che stava per iniziare. Il clima non era ideale, mi disse, ma faceva parte della sfida.
“Come si sta al campo?“ chiesi. “Frenetico?“
“Oh no,“ rispose Ron. “Solo un paio di altri tizi qui per il corso.”
“Ci sono donne?“ Doveva sembrare una frase per stuzzicarlo, ma la gelosia era un problema ricorrente che faticavo a tenere a bada e aveva già creato vari problemi tra noi. Ci fu un breve silenzio e poi sentii che ridacchiava maliziosamente mentre rispondeva: “Be', c'è la segretaria, una specie di vamp. Ma non preoccuparti tesoro, sono riuscito a tenerla a bada. Ora devo andare. A dopo.”
Faticavo a gestire i sospetti che Betty mi aveva messo in testa, anzi ormai erano loro ad avere la meglio su di me. La ragione mi diceva che Ron stava scherzando; la paranoia ripeteva che non potevo nemmeno sperare che mio marito mi rimanesse fedele. Betty aveva detto che faceva la segretaria “qui”. Forse intendeva nella zona, invece che all'hotel? Era lei la vamp al campo d'aviazione? La descrizione calzava. Aveva forse flirtato invano con Ron e, inacidita per essere stata respinta, ora si stava vendicando con le sue insinuazioni ridicole? Oppure Ron, che già si pentiva di essersi impegnato con una noiosa nevrotica, si era lasciato sedurre da lei? Perché quel silenzio quando le avevo chiesto delle donne? Temevo che all'arrivo di Ron sarei stata così nervosa che avremmo finito per litigare e io avrei fatto di nuovo la figura della stupida.
Uscita dalla mia stanza per scendere a fare colazione, mi fermai davanti alla catenella che chiudeva il corridoio e mi misi in ascolto. Il silenzio era assordante. C'era solo il bagliore della lampada Tiffany. In quel momento decisi di bussare alla porta di Betty con qualche scusa per poi portare la conversazione sul campo di volo. Anzi, ero certa che fosse già uscita per andare al lavoro, e quindi mi sentivo più coraggiosa. Senza pensarci troppo, scavalcai la catenella. Prima di poter alzare la mano sulla porta, la porta si spalancò e lei comparve, togliendosi la sigaretta dalle labbra rosse con le dita sottili, decise. Questa volta non c'era traccia di sorriso.
“Elizabeth! Hai bisogno di qualcosa?“
Mi aveva completamente colto di sorpresa; le parole che non avevo preparato mi rimasero in gola. Betty mi fissava tutta seria, e avevo la sensazione che mi trapassasse con lo sguardo. Fece un lungo tiro di sigaretta, poi guardò la cenere atterrare sul tappeto persiano e sospirò tenendo gli occhi bassi. “Sai, penso che tu lo abbia già capito, Elizabeth,“ mormorò. “ L'hai perso, se ne è andato. Proprio come il mio Ronnie. Mi dispiace, ma è così che vanno le cose.“
Non ricordo come avevo scavalcato di nuovo la catenella ed ero scesa nell'atrio dell'albergo. Ricordo solo di essermi aggrappata senza fiato al bancone della reception, e dell'impiegata che mi chiedeva se stavo bene.
“No, in effetti no“ balbettai. “Voglio fare un reclamo sulla segretaria.“
La receptionist aggrottò la fronte. “La segretaria? Kirsty? Un attimo, signora Kay, chiamo... “
“No, Betty, quella che si chiama Betty. È nella stanza vicino alla mia.“
“Mi spiace, signora Kay, ci dev'essere un malinteso. Non abbiamo nessuna segretaria che si chiama Betty. Mi faccia controllare chi c'è nella stanza vicino alla sua”. Fissò lo schermo del computer. Mi girava la testa.
“È oltre la catenella,“ dissi.
La receptionist annuì guardando lo schermo. “Il fatto è, signora Kay, che non c'è nessuno in quella stanza. Di fatto è un piccolo museo, molto interessante, tra l'altro. Sa, questo edificio era la sede della Royal Airforce durante la seconda guerra mondiale. I piloti venivano mandanti in missione in Germania e partivano con i cacciabombardieri dal campo di aviazione qui vicino.“Mi allungò uno brochure. “Ecco un po' di informazioni per lei. Triste, in effetti. Molti partirono e non tornarono più. Quando questo edificio fu convertito in un albergo, mi pare negli anni cinquanta, tennero quella stanza, l'ufficio della segreteria, intatta. È chiusa ora, ma se le interessa posso organizzare...”
Ma io ero già voltata verso la porta, e vacillando balbettai: “Da che parte... dov'è il campo di volo?“
“Signora Kay, mi sembra che non stia bene. Per favore si sieda, la...”
E in quel momento il telefono squillò. Fissai la receptionist che ascoltava la voce all'altro capo della linea. E vidi il suo sguardo puntare su di me, gli occhi pieni di paura. Il tempo si fermò. Solo allora capii cosa voleva dirmi Betty.

Traduzione: Gioia Guerzoni
 
Twitter Facebook Drucken