Dalle mani innocenti e dal cuore puro

Giulia Zoratti
20.02.2018
 
Michail aveva un segreto che lo aveva spinto ad andare a vivere sulle nostre montagne. Qualcosa che lo aveva incoraggiato a condurre una vita completamente solitaria. Si rivolse a me parecchi anni fa quando la parrocchia indisse un bando per trovare un custode al monastero. Avevo il compito di trovare una persona capace di restare isolata per mesi.
Michail si presentò nel mio ufficio con un abito formale e un leggero accento russo. Si era laureato in Letteratura italiana ed era interessato alla teologia. Sul momento pensai che volesse fare colpo su di me, così incuriosito gli posi qualche domanda: parlò della sua passione in maniera talmente accurata da farmi vergognare dei miei studi in seminario. Ovviamente lo scelsi. Mentre mi porgeva i documenti e notai la foto di una donna spuntare dal suo taccuino. Immaginai che fosse la sua fidanzata ma non gli feci nessuna domanda.
Quando Michail si recò per la prima volta in monastero percorse molte volte il sentiero per portare con sé le sue amate letture. Iniziò a lavorare a metà agosto, pareva allegro, quasi euforico. I suoi libri erano l’unica compagnia che potesse desiderare e, anche se ora me ne pento, ammetto di avergliene portati altri anche io, sperando di alleviare la sua solitudine.
La prima volta che lo venni a trovare, a metà autunno, Michail mi accolse con un sorriso e la voce roca di chi non è più abituato a parlare. Mi mostrò con entusiasmo i lavori che aveva svolto in monastero, e non posso negare che si fosse dato da fare. Aveva anche trovato la vecchia biblioteca, colma di manoscritti rovinati dall’umidità e ormai privi di valore, e stava cercando di salvarne quanti più possibile. Io annuii compiaciuto di fronte ai suoi sforzi. Una volta tornato a casa iniziai a sentire una vaga inquietudine. Era forse la mia ammirazione tendente all’invidia nei confronti di Michail a impedirmi di chiudere occhio? Eppure non era quello a turbarmi, sentivo che c’era dell’altro. Che la mia diffidenza nascesse dal vedere un uomo che dalla completa solitudine non trae altro che gioia?
Andai a trovare Michail una seconda volta. Era inverno. Qualcosa in lui si era spezzato. Stavolta non mi salutò nemmeno. Fui io a sorridere e a farmi strada tra le gelide stanze dell’edificio. Tutto era ordinato e pulito proprio come quando lo avevo visto in autunno. Solo lui sembrava essersi consumato lentamente. Preoccupato per la sua salute gli chiesi di recarci nella sua cucina, l’unica zona del monastero riscaldata dal caminetto. Il disordine regnava in ogni dove. Tazze e bicchieri mezzi vuoti erano appoggiati a terra, i libri occupavano tutto il tavolo. Provai a chiedere a Michail se si trovasse bene in quel luogo.
“Ci ho pensato molto”, esordì. “Questo posto è l’unico dove io mi possa salvare”.
Pensai subito che stesse parlando della salvezza dell’anima. Stavolta non mi sbagliavo.
“Cosa intendi?”
“Ammiro il suo candore. Vorrei essere come lei, vivere tra la gente senza problemi…”
“Se qualcosa ti turba, ricorda che posso farti fare una confessione”.
“Non credo nella confessione. Ognuno deve convivere con i suoi peccati, o non arriverà mai il vero pentimento”.
Rimasi spiazzato dalla sua risposta e cercai di insistere, ma senza ottenere risultati.
Quando ero sul punto di andare feci riferimento all’indubbio valore storico del monastero. Negli ultimi secoli era stato più volte usato come deposito per le armi dei soldati e come punto di riferimento per i confini provvisori stabiliti durante le battaglie. Michail assunse subito un’espressione partecipe.
“Questo era un confine? Limen? Ora è tutto più chiaro”.
Senza ulteriori spiegazioni, il ragazzo mi salutò e chiuse la massiccia porta del monastero. Il sentiero del ritorno parve molto più lungo del solito. Arrancando ripensai alle parole di Michail. Limen. Vorrebbe dire confine ma implica molto altro: inizio, principio. Mi convinsi che il ragazzo stesse cercando sé stesso tra quelle montagne e che certamente dopo quell’anno avrebbe cominciato una nuova vita. Eppure il limen è anche un limite, la fine. A quello non avevo pensato. Non capii le sue ultime parole, rimasero prive di una traduzione certa, come tanti testi antichi che lui amava.
In primavera ricevetti una lettera minacciosa, tradotta grossolanamente dal russo all’italiano, che mi obbligò ad anticipare la visita successiva al monastero. Nella lettera una donna diceva di volere che Michail si recasse al più presto nel suo Paese di origine per partecipare a un processo: il mio custode aveva investito una ragazza incinta. Il contesto era poco chiaro. Pareva che mancasse un segnale di precedenza. Lei purtroppo era finita in un coma che, da quanto riportato, l’aveva da poco condotta alla morte. Michail invece aveva pagato una multa ed era stato libero di andare. La donna chiedeva giustizia per sua figlia e per il nipote mai nato. Rilessi un paio di volte e poi appoggiai la carta stropicciata sulla scrivania. Cercai su internet eventuali riferimenti alla vicenda e non tardai a trovarne. Le foto della ragazza in coma venivano sventolate per le strade, si chiedeva vendetta. Appariva anche il voto di Michail, accompagnato dalla parola KILLER.
Andai subito al monastero. Appena varcai la soglia mi diressi in cucina e scoprii che tutto il cibo era ormai andato a male. Cercai Michail nella biblioteca. Fu lì che lo trovai raggomitolato a terra, con accanto a sé ancora vari libri sull’assoluzione dal peccato.
Dalle analisi risultò che si fosse intossicato mangiando delle bacche. Imprudenza, dissero.
Scendendo verso la città, diretto alla stazione di polizia, mi fermai più volte ad osservare l’armonia del bosco: non avevo nessuna fretta. La primavera che si diffondeva tra il verde sembrava rassicurarmi sul destino dell’anima del giovane. Nonostante questo, quella sera non potei fare a meno di piangere a lungo la scomparsa del mio amico. Sapevo che si trattava di suicidio: gli stessi libri che Michail amava mi hanno insegnato che non va perdonato.
 
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