DE WÜRDEN NET VARSTEHN

Carlo Marinelli
05.10.2010
 
Il vecchio Joseph mi aveva chiesto di tacere. Sogn des niemanden, Herr Doktor, de würdens net varstehn. Non lo dica a nessuno, signor dottore, non capirebbero. E io ho taciuto, per anni. E nel tempo di quel silenzio se ne è andato il vecchio Joseph e con lui, il suo segreto.

Eppure, ora, quando è il mio tempo a non avere più molto tempo, ho bisogno di raccontare quell’incredibile accadimento, amico mio. So che sarai discreto e rispettoso, come lo sono stato io, finora. Ma converrai con me che qualcuno deve pur essere messo a parte della vicenda.

Era una domenica, fine primavera. Ricordo con precisione: sembrava temessero di disturbare il dottore, il medico condotto venuto dal sud dell’Italia a occuparsi di un ambulatorio in uno sperduto paesino dell’Alto Adige, a pochi chilometri dal confine con l’Austria. Per questo ricordo: era la prima volta che mi cercavano di domenica.

Signor dottor Antonio, può andare al maso Nero, da Joseph? Stamattina è passato di là il parroco. Sa, il vecchio Joseph è rimasto solo con le sue mucche, in fondo alla valle. Dice che l’ha trovato a letto, con la febbre. Perbacco, certo che ci vado, subito ci vado. La giornata declinava, ci andai in moto, con il mio Guzzi Galletto. Le prime ombre della sera non toglievano nulla alla bellezza immobile dei luoghi. La strada sterrata, la staccionata, l’erba verde brillante, i prati falciati per bene, le mucche come fossero in cartolina, le rocce più lontano, perentorie ed eterne. Ogni volta mi sorprendevo, non mi sarei mai abituato. Forse la perfezione abita dove italiani e tedeschi cercano a fatica di andare d’accordo, pensai.

Il vecchio Joseph era in cucina. Si mostrò un po’ seccato. Ma no, ripeteva, non è niente signor dottore, non serviva. Ma gli occhi erano piccoli piccoli, d’acqua. E quei colpi di tosse, squassanti, niente di buono. Sembrava tendere l’orecchio e allungare il collo, in continuazione. Misurai la febbre, che c’era. Non posso lasciare le mie bestie, dottore. Se non ci penso io, chi lo fa? Almeno prenda questo e si metta a letto. Domani ripasso a controllare come sta. D’accordo. Grazie, ma non serviva.

Sbagliai strada, appena uscito. Andai in direzione opposta, dall’altra ero venuto. Pochi metri, me ne resi conto quasi subito. Ma intanto ero davanti al fienile del maso. Una sorta di nenia, di parlata sommessa, quasi una preghiera, mi fermò. Non erano uccelli, non erano mucche e neppure le galline e i conigli, poco lontano, nel recinto. Non era il movimento delle foglie né l’impercettibile chinarsi delle chiome degli alberi. Era qualcosa di antico.

Sbirciai dalla finestra, nulla. Spinsi la porta del fienile. Il lamento, flebile, ancora. C’era una botola, nel soffitto. Da lì il vecchio contadino gettava il fieno per le bestie, dalla parte superiore. E là c’era la preghiera. La seconda entrata era sprangata, ermeticamente chiusa. Poco male. Trovai una scala e l’appoggiai al vuoto della botola. Sbucai con la testa nell’enorme vano, colmo di fieno. Non c’era illuminazione, ma l’unica finestra ospitava una lama di luce. La luna iniziava il suo viaggio notturno attraverso il cielo limpido. La luce mi indicò da dove veniva la voce. Nel fieno c’era una sorta di cavità, una stanza tutta di paglia e là, sdraiato su una coperta, un catino colmo d’acqua a fianco, sembrava dormire, inquieto, un omone gigantesco. Era pallidissimo, il fieno lo copriva per la gran parte. Mi ci volle un po’ di tempo per abituarmi al gioco d’ombre che qualcosa mostrava, molto nascondeva. Colsi altri particolari: i capelli lunghi, i piedi scalzi e pallidi, quasi diafani, l’alzarsi e l’abbassarsi della cassa toracica, decisamente anomala nel seguire il respiro. Era irreale quella gigantesca macchia bianca, a pochi metri da me, gomitolo di muscoli, batuffolo commovente di una vita che domandava, senza risposte. Ero rapito, ipnotizzato.

A un tratto, mi guardò. I nostri sguardi si incrociarono per pochi istanti. Amico mio, non potrò mai dimenticarli, gli occhi. Avevano un mondo dentro. Vi lessi solitudine, spavento e gratitudine. Vi trovai la memoria del tempo e la saggezza di chi ha capito. Vi lessi, ancora, il dolore antico di chi sa di non poter tornare, mai più, a casa. Il suo lamento mutò d’accento. Non provai spavento, ancora meno la paura. Scesi, tolsi la scala, chiusi la porta e tornai al paese, lasciando al faro tremolante del mio Guzzi Galletto il compito di rischiarare un po’ la notte.

Ritornai il giorno dopo, al mattino. Gettai solo uno sguardo verso il fienile e andai dal vecchio Joseph. Pareva stare meglio. Non disse granché. Intuì subito che avevo visto e che sapevo. Sogn des niemanden, Herr Doktor, de würdens net varstehn.

Da quanto lo ha preso in casa? Sono tre mesi, signor dottore. Non so quanto resisterà. Di giorno lo lascio delle ore dentro l’acqua fredda della fontana, in fondo alla stalla.

Per qualche notte è uscito nel bosco, ma adesso è sempre più debole. Non fa male a una mosca, signor dottore. Parla? No, non parla. L’ha visto, l’ha sentito… è come cantasse, come pregasse. Stia tranquillo, signor Joseph. Non lo dirò a nessuno, non avrebbe alcun senso.

Non sono più tornato al maso Nero. Sono certo, non hanno saputo. In paese mai una volta ho sentito fare cenno a una storia del genere. Amico mio, volevo solo tu sapessi di un vecchio contadino, di una valle di montagna, di un essere straordinario che ha trovato ospitalità. Non gli è stato chiesto nulla e nulla ha preteso. Si sono capiti guardandosi negli occhi. Sono certo che lo yeti è morto sereno, in quel fienile.

pubblicato nell'edizione 'mountain stories 2010/11'
 
 
 
Twitter Facebook Drucken