Di sabato

Emanuele Quindici
27.02.2019
 
Di sabato
“Sì, domani è domenica e non so bene cosa voglio fare. Da un canto ho le mie mille idee: vorrei spaccare il mondo, però vorrei rilassarmi; vorrei incontrare amici, e però anche stare un po’ da sola. È sempre così difficile scegliere come passare la domenica… Dovrebbero metterne due. Almeno una settimana sì e una no.”

Il salotto splende di casa nuova, già riempita di vita e di cose, riviste sul cristallo del tavolo e post-it sulla lavagnetta piena di appuntamenti e di bollette, e iPad aperto con molte applicazioni aperte, e finestre motorizzate sul tetto, aperte a metà, sul cielo metà bianco e metà azzurro nel sabato pomeriggio del quartiere. C’era stato silenzio, dentro il salotto bianco, ma era il ronzio dei pensieri del sabato, e nell’atmosfera mentale propria di ognuno dei due si pesavano interessi, desideri, noia. Aveva rotto lei il silenzio.

“Per esempio, non te l’ho detto – perché poi non so se a te fa piacere – comunque c’è quella mia amica, Jenny, sai… Cioè, non è che sia davvero una mia amica, è che ci facevamo simpatia, ci siamo parlate due volte credo. Le ho dato il mio numero. Adesso mi chiama un giorno sì e uno no. Lei organizza volentieri con tanta gente. È come avere tanti follower, vuol dire che sei una ‘popolare’. Insomma, voleva sapere se andiamo da lei domani, fa qualcosa in terrazza, ci deve essere un amico che viene da fuori e ce lo vuole fare conoscere… Ma mi ascolti?”

“Sì, sì… Cos’è: questa Jenny vuole invitarti ad andare da qualche parte con lei? Vai, vai se ne hai voglia, vai… Io preferisco essere libero, domani; seguire il mio karma della domenica, svegliarmi giusto al termine del mio ciclo circadiano; sentirmi il sole sulla faccia durante il giorno, e se non ne ho voglia, del sole, mettermi il cappellino con la visiera; o forse tirare la tenda del balcone… Percepire la quadratura di Saturno con Urano, andare appena fuori città, perché la domenica in città è depressiva, noi non abbiamo nemmeno un cane da portare fuori.”

Lei si distoglie un momento dal telefonino. Il quartiere oscilla lento, attutito nell’indolenza delle ore sedici di un sabato pomeriggio qualunque nell’estate della periferia residenziale. In effetti forse un cane aveva abbaiato per un po’, ma nessuno gli aveva dato retta, nemmeno loro, e forse era sembrato, a chi racconta questa storia, o invece c’era stato un allarme di un’auto giù in strada…

“Cosa c‘è allora domani? Il solstizio? O era Saturno che scende in città?… Scherzo, dai, ma sai che non ho capito? Insomma, mi ha scritto la Jenny. Ci ha invitati ad andare da lei domani, c’è anche il suo amico, quello di Cuba. Dice che fa degli aperitivi meravigliosi, non so dirti, insomma, ci tiene. Ma sai com’è la Jenny, ha questi amici, le piace farli vedere agli altri, come le rarità. Questo viene da Santiago de Cuba, è scuro, sai, a lei piace anche per questo, la fa sentire radical chic esporre l’amico di colore. Ma io non so… E poi, vedrai che dalla Jenny ci vengono pure Giorgia e il suo ometto nuovo: preferisco non incontrarli, mi imbarazza, non ci salutiamo più dopo quella cosa lì. In realtà non ci siamo mai parlati: tutto via Facebook, ma sotto gli occhi del mondo. Ma mi ha fatto innervosire troppo, lo sai!”

“Senti, per me domani niente fatiche, ho il bioritmo a zero, la mia alchimia ha bisogno di compensare rame e potassio. Ho bisogno di ragionare; anzi, di più: di pensare; di riallineare una serie di cose che mi pesano da giorni. Di sentire i peli della barba che mi crescono sul mento. Di riequilibrare il sé con l’io. Ho bisogno di recuperare la voglia di volere. Te l’ho detto, no?”

Il sole prosegue lento la sua parabola sopra i vapori della città, discendendo la sua eclittica estiva. Era un cane, che abbaiava prima, chi racconta lo sente chiaramente ora, basta ascoltare.

Passa adesso una bicicletta: ad ogni giro di pedali, uno sfrega un poco sul carter; si capisce che è una bicicletta di altri tempi. All’incrocio qualcuno ha attraversato la strada, o forse era solo un amico da salutare sull'altro lato, o forse il cane: il campanello della bicicletta ha suonato due volte, ed era un campanello originale, con gli ingranaggi, il trillo di andata e quello di ritorno, e il coperchio con il marchio fuso in rilievo. La strada ha fatto irruzione nel salotto; una bicicletta vera è passata sotto il balcone, e le narici di lei, e di lui, hanno sentito per un attimo l’odore del grasso impastato di polvere che rimane per sempre sulle ganasce dei freni, e l’odore della ruggine sui graffi antichi del telaio. È passata in strada la bicicletta, di cui ognuno ha sentito, da bambino, l’alito dei riposi stagionali, solo passandoci vicino, sfiorandola nella penombra della cantina condominiale, o nel sottoscala, o nel garage di casa, ed era la bici dello zio, del nonno, del papà dell’amico, in attesa di ritornare, un giorno, con le ruote su una strada, di lanciare nell’aria il trillo metallico del suo campanello.

È passata la bicicletta, e le tende bianche di organza si sono mosse, e le strutture effimere della complessità nella logica di lei, di lui, sono crollate nel silenzio assoluto, spazzate dal soffio fresco che ha attraversato il soggiorno pigro, gonfio di pensieri attorcigliati. Un silenzio, lungo minuti, ha occupato la stanza. Lui ha osservato il fumo del mozzicone di sigaretta che si estingueva nel posacenere, senza alzarsi dal divano. Ha sentito lei avvicinarsi, il rosso dei suoi capelli sfiorargli il collo, poi le guance; ha tenuto gli occhi chiusi. Ha sentito la sua voce: “Sai che ti dico? Io non ci vado proprio dalla Jenny. Ti porto in montagna, domani; non un posto qualunque, sai? Uno magico, di quelli che fanno bene a noi, che “connette l’io con il tu”, ti piace? Cielo che tocca la terra, e se ci sarà qualche nuvola sarà più bello; odore delle mucche. Il panino più buono del mondo, quello che si mangia seduti su un sasso, quando il sudore si asciuga all'aria. E la cioccolata nello zaino, non la dimenticare! Ci vieni?”

“Sì, io ci vengo. Io ti amo!”
 
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