Domenica, settembre

Anita Hetzenauer
03.07.2019
 
Domenica, settembre
Circa una volta alla settimana, di solito la domenica, apro la cassetta della posta per tirar fuori ciò che il mio adesivo “Niente pubblicità” non ha potuto respingere. Di solito sono bollette, ma oggi ci trovo anche una busta con l’indirizzo scritto a mano. È l’unica con un vero francobollo. Era da tempo che non vedevo francobolli, sono anch’essi minacciati di estinzione. Senza neanche girarla so che sull’altro lato non è riportato il mittente, ma quale figlio dimentica la calligrafia della propria madre.
Perché mi avrà scritto? Spero non sia niente di grave. Del resto non può esserlo, altrimenti mi avrebbe telefonato. Apro subito la busta con le sole dita. Un po’ troppo di fretta, poiché ne cade fuori parte del contenuto. Briciole scure volano a terra. Confusa, cerco la lettera all’interno della busta, ma non c’è niente. A parte le briciole scure, che adesso sono in buona parte per terra, la busta è vuota. Strano. Non ha mai fatto niente del genere. Non sarà mica... – non oso pensarlo fino in fondo. Quand’è l’ultima volta che ho visto i miei genitori? Li ho chiamati al compleanno di papà, per la Festa della mamma , a Pasqua ovviamente e pure al compleanno di mamma, poco dopo Natale. Divento pensierosa. Settembre è già iniziato, è da Natale che non vado dai miei e non ci ho neanche fatto caso. Cos’è che faccio tutto il tempo? Lavoro, forse un po’ troppo. In parte perché bisogna, in parte perché mi diverte e quando finalmente sono libera c’è la lista delle cose ancora da sbrigare appesa alla porta del frigorifero, e mi ci metto. Quando andrò in vacanza voglio fare qualcosa di interessante e rilassarmi, e tutt’e due le cose preferirei farle al mare. Dunque ci sono ragioni a sufficienza, ma sento che la differenza tra ragioni e scuse è solo una questione di prospettiva. “Dove c’è una volontà c’è una strada, dove non c’è una volontà non c’è nessuna strada”, direbbe mio padre sorridendo come uno che sa. E avrebbe ragione, ovviamente.
Mi chino per raccogliere alla meno peggio le briciole scure da terra e rimetterle nella busta. Continuo a non capire che cosa mi abbia mandato mia madre. Qualcosa di vegetale in ogni caso, probabilmente una foglia secca. Ricorda il tabacco, ma è più scura. Nella busta, oltre alle briciole, ci sono pezzi di stelo e di nervature. Quando strofino tra le dita i resti vegetali mi sale nelle narici un aroma che non sentivo da anni. Ma riconosco subito questo odore d’infanzia e di spensieratezza: foglie di noce. Sicuramente del noce che c’è nel giardino dei miei. Mia madre mi ha mandato una foglia di noce rinsecchita. Non ho idea del perché.
Salgo le scale fino al mio appartamento, prendo il cellulare e chiamo. Ovviamente sulla rete fissa. I telefoni portatili che ho regalato ai miei genitori anni fa non hanno mai potuto lasciare i cassetti della cucina in cui furono ficcati allora. Faccio squillare a lungo, molto a lungo. Nessuno risponde. Succede spesso, ma oggi la cosa m’inquieta.
È domenica, sono libera, potrei andare da loro, rifletto, ma respingo subito l’idea, perché mi torna in mente tutto quel che ho già programmato per oggi. Mi metto a sistemare la biancheria e tutt’a un tratto sono spontanea come non lo ero da anni, lascio stare la biancheria, prendo la giacca, le chiavi della macchina e parto. Prima ancora di aver raggiunto l’autostrada mi accorgo di quanto sia bella la giornata, una splendida estate di san Martino. Alla preoccupazione per i miei genitori si unisce la gioia di arrivare a casa. Dopo un’ora scarsa svolto nella strada sterrata, ancora una curva, e già la vedo, la casa dei miei. Parcheggio come sempre accanto alla loro Volkswagen, che era già vecchia quando mi sono trasferita. Faccio per aprire la porta d’ingresso, ma è chiusa a chiave. Strano. La macchina c’è, non possono essere lontani. Non li trovo neanche in giardino, ma l’ombra che getta l’ombrellone cade sul giornale della domenica ripiegato e posato sulla panca. Accanto c’è una noce, una sola. È una noce del mio noce preferito, situato dove la parte di frutteto è più ripida. La apro con un sasso che prendo da sotto la panca. È freschissima, il seme ancora bianco, proprio come piace a me. Mentre proseguo nel verde tolgo con cautela la pellicina bianca dal seme. Ne vale la pena. Non ricordo di aver mangiato qualcosa di altrettanto buono di recente. La parte di giardino a frutteto è grande, difficile da abbracciare in un unico sguardo, e non vedo i miei genitori, ma ora sono davanti al mio noce preferito, che è molto più grande di quanto ricordassi. È cresciuto, stracolmo di noci in procinto di erompere dai loro involucri verdi o già cadute a terra. Non posso fare altrimenti. Mi chino e ne raccolgo una, due, tre, una mano piena.
Rifletto brevemente su dove posso metterle, poi me le infilo in borsa e allungo di nuovo le mani. Da quanto tempo non raccoglievo noci! Mi guardo le unghie fresche di manicure mentre rompo il guscio verde di una noce. Nei prossimi giorni le mani mi diventeranno marroni, le unghie sporche, ma non m’importa nulla. Raccolgo una noce dopo l’altra. In questo momento non c’è musica al mondo che ascolterei più volentieri del rumore delle noci che cadono sulle altre nella mia borsa. L’erba in questa parte del giardino è come una volta, lunga e folta, spesso le noci sono ben nascoste. Ed ecco che mi tolgo le scarpe, come quando ero bambina, e lascio che siano i miei piedi a cercare, benché il mese di settembre contenga una “r”. A questo pensiero mi ritornano in mente i miei genitori, cerco di smettere, solo un’ultima noce e poi un’altra, quella che ho appena calpestato.
Riesco a smettere, perché la borsa straripa e non so dove mettere le noci che ho ancora in mano. Mi sento felice come la bambina di dieci anni che fui un tempo. Quando volgo lo sguardo alla casa, vedo i miei genitori venirmi incontro. “Sapevo che saresti venuta!” esulta mia madre, e mio padre aggiunge: “A volte è così semplice fare felice qualcuno!”

Traduzione: Stefano Zangrando
 
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