Il box di Vroni

Peter Schwendele
18.01.2014
 
Il box di Vroni
La luce nella stalla era leggermente più opaca del solito. Lei se ne stava indecisa sulla porta facendo ballare le dita negli stivali di gomma verde muschio troppo grandi. Con lo sguardo passò in rassegna le luci, che sembravano i lampeggianti blu delle auto dei pompieri degli anni ’70, appesi al contrario e distribuiti sul soffitto in modo irregolare. La innervosì constatare che un’altra lampadina, dietro il vetro tutto sporco di cacca di mosca, si fosse esaurita. Pensò per un momento se fosse il caso di tornare in casa e scendere in cantina per aprire il pacco che stava sullo scaffale in legno della dispensa simile a una grotta. Cento lampadine immacolate erano lì da Natale in attesa di essere usate. I genitori avevano sempre avuto un debole per i regali pratici e il padre odiava le lampadine a risparmio energetico a norma UE. Quando lui aveva liberato quel battaglione di lampadine dalla carta colorata, l’aveva stretta in un abbraccio goffo ma sincero. Con un regalo del genere lo si poteva rendere molto felice, molto di più che con qualsiasi altra cianfrusaglia costosa.
Accantonò quel pensiero. C’erano cose più importanti a cui pensare e la luce sarebbe stata sufficiente. Si sentiva a pezzi, frustata dalla vita – che sapeva essere così spietata – e, come se non bastasse, era logorata da quella giornata, che scorreva lenta e vischiosa. Il viaggio in città non aveva portato nessuna novità ufficiale. Il testamento del padre – che il notaio pelato aveva letto ad alta voce come se fosse il manuale di istruzioni di una lavatrice – non conteneva niente di più di quello che sapevano già tutti: il padre voleva che la vita, così come la conosceva lui, continuasse; voleva che i due fratelli si accontentassero della piccola somma in denaro depositata in banca; voleva che lei continuasse a gestire la fattoria. Glielo aveva ripetuto a sufficienza; quando ancora era una ragazzina, sapevano entrambi quanto lei tenesse alla fattoria. Senza battere ciglio l’aveva però lasciata partire verso un posto molto lontano – così sembrava a lui –, per andare studiare, perché lui a suo modo era una persona aperta e perché era sicuro che sarebbe tornata.
Quando capiva di avere ragione, il padre faceva sempre un cenno con il capo, un breve sussulto smozzicato, due o tre volte di seguito, un piccolo vizio a cui aveva ceduto spesso negli ultimi mesi, visto che lei passava più tempo a casa che in città. Certo, da quando era morta la madre, all’inizio dell’anno, il padre aveva bisogno di qualcuno che si occupasse di lui. Ma lei tornava spesso alla fattoria perché la sua vita precaria di giornalista freelance per diverse testate di pubbliche relazioni non l’appagava. Quando la sera portava le mucche nella stalla, sapeva che avrebbe potuto benissimo rinunciare a quel mondo di bugie là fuori. E questa non era l’unica cosa che condivideva con il padre.
Bruno e Paul erano diversi. Anche loro davano una mano, quando era necessario, malvolentieri, non completamente dimentichi dei propri doveri, ma per loro la fattoria era solo una scocciatura. Quel giorno avevano passato mezzo pomeriggio a cercare di convincere la sorella. Doveva essere ragionevole: le bestie e le macchine che non erano ancora completamente arrugginite andavano vendute, la stalla demolita e la casa affittata, nel caso si fosse trovato qualcuno disposto a pagare per vivere in un buco male illuminato.
“Se almeno ci fossero ancora quei 65.000 euro, allora si potrebbe magari salvare qualcosa. Ma che cos’ha fatto il vecchio con tutto quel denaro?” aveva chiesto Bruno, l’ingegnere, rigirando con cura il suo latte macchiato. A quanto pareva il padre aveva ricevuto 65.000 euro dal Comune per la vendita di un appezzamento di bosco in cui sgorgava una sorgente d’acqua necessaria per l’approvvigionamento idrico.
“Se avessi 65.000 euro, ci farei qualcos’altro, non li investirei in questa fattoria che va in malora”, aveva detto Paul, insegnante in una scuola professionale. Lei involontariamente aveva fatto un cenno di assenso, proprio come il padre, ma non per dare ragione a Paul.
Afferrò il forcone e inspirò profondamente l’odore della stalla. Amava quell’odore, un misto di calde esalazioni provenienti dai corpi degli animali e dell’aroma grave di sterco e dei loro liquami. Attraversando il corridoio che separava la rimessa delle bestie, nonostante, o forse a causa della stanchezza, cominciò a sognare a occhi aperti: probabilmente lì avrebbe potuto costruire per le mucche una moderna stalla libera. E acquistare una nuova macchina per la mungitura. E ristrutturare la casa.
E…
Solo quando si trovò in fondo, davanti al box di Vroni, provò di nuovo una fitta di dolore. Proprio lì giaceva il padre, era lì che l’aveva trovato, esattamente una settimana prima. La madre, quando morì, era malata da tempo, erano tutti almeno un po’ preparati. Ma quando successe al padre, che si era occupato della fattoria fino alla fine, pelle e ossa eppure, a quanto pareva, indistruttibile, era stato un vero e proprio shock. Nel giro di pochi minuti l’infarto lo aveva strappato dalla vita. Pallido come un cencio, era restato tra le braccia della figlia, senza proferire più parola. Con le ultime forze aveva indicato il box di Vroni. Lei aveva pensato le volesse solo dire che stava ripulendo il letame; perciò gli aveva parlato con calma cercando di catturare il suo sguardo che le stava sfuggendo.
Allora aveva sbloccato la leva di metallo e aveva fatto scorrere lo sportello del box rovinato dalle intemperie.
“Su, fatti da parte”, aveva detto con il tono più allegro possibile, spronando Vroni a portare i suoi 700 kg fuori dal box. Mentre la mucca confusa e indecisa si era fermata a metà strada, lei aveva preso il forcone e aveva cominciato a cercare.
Dieci minuti dopo aveva scassinato il nascondiglio nel pavimento e si era inginocchiata davanti ai soldi. Non era necessario contarli, era sicura che fossero esattamente 65.000 euro. Aveva preso le banconote con una mano, mentre come una bambina affondava l’altra nel letame; ne aveva sollevata una manciata. Aveva continuato a spostare lo sguardo da sinistra a destra, e poi da destra a sinistra. “Un po’ di soldi e un sacco di letame”, aveva sentito dire il padre, con il solito tono asciutto, ma era solo nella sua testa. Quando aveva sollevato lo sguardo un sorriso le era guizzato sul volto.










 
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