Il casellante

Jörg Michael König
03.07.2019
 
Il casellante
Alle 5:58 Hartmut Peter punta una scatoletta nera e piatta in direzione del garage. Il pollice scivola nell’incavo che esso stesso ha scavato nel corso degli anni, la porta del garage si apre. I paramani rossi sono avvolti in un’umidità collosa. Dall’altra parte dello steccato abbaia il bassotto dei vicini. Quando Hartmut Peter si allontana in bicicletta sono le 6 in punto.
Dopo cinque minuti Hartmut Peter svolta a destra, oltrepassa i binari e subito dopo gira a sinistra per attraversare assieme alle rotaie la provinciale che incrocia la ferrovia. Ora si trova sulla via forestale che prosegue per alcune centinaia di metri a destra dei binari, poi piega a sinistra, si lascia alle spalle le rotaie per tracciare un ampio arco verso destra e infine prosegue a sinistra accanto alla ferrovia. Tutto ciò ovviamente è visto dalla direzione mattutina di Hartmut Peter in bicicletta, se qualcuno gli venisse incontro osserverebbe il tutto in modo molto diverso. Ma nessuno gli viene incontro. Qui fuori non abita nessuno.
Alle 6:15 Hartmut Peter, viso allungato, fronte alta, capelli corti che da biondi si stanno facendo grigi, parcheggia la bicicletta da uomo verde oliva davanti a una casupola. Nella casupola, i cui lati misurano quattro passi e sul cui tetto giace sbilenco e grigio del cartone catramato, si trova il posto di lavoro di Hartmut Peter. Qui infatti, dove la via forestale balza elegante al di sopra della ferrovia, ci sono sbarre come mozziconi di sigarette mezze fumate, che proteggono i ciclisti dai treni, e una casupola per l’uomo che le sorveglia.
Quando Hartmut Peter si siede alla scrivania sono le 6:30. Lo sa senza bisogno di guardare l’orologio digitale radiocomandato, perché ogni mattina quando si siede alla scrivania sono le 6:30. Impiega un quarto d’ora per fare un giro e convincersi che è tutto a posto.
Due minuti dopo essersi seduto alla scrivania, Hartmut Peter gira per la prima volta la manovella con cui abbassa le sbarre. Novanta secondi dopo passa il regionale espresso che alle 6:40 arriverà nella stazione centrale.
È una vita molto semplice quella che conduce Hartmut Peter. Le sue mansioni sono chiare, le attività che deve eseguire sono stabilite con precisione. A Hartmut Peter questo piace, apprezza la regolarità senza sorprese che si estende sui quadri di comando di fronte a luii.
Verso le 11 il sole ha prevalso nella lotta con la nebbia, è un bellissimo caldo giorno di tarda estate, presto i primi ciclisti passeranno davanti alla casupola di Hartmut Peter. Arrivano dalla via forestale, prendendo la via che Hartmut Peter ha percorso al mattino, svoltano a sinistra, passando davanti alle sbarre e al casello, oltre i binari, poi prendono la grande curva a destra e spariscono fra gli arbusti e gli alberi sul viottolo che a sinistra della ferrovia conduce a un lago.
Oggi però arriva anche un giovane pedone slanciato che ha con sé una valigetta. Saluta Hartmut Peter con la cortesia disimpegnata che si usa per salutare le persone di cui si conosce il destino. Harmut Peter rimane seduto davanti ai quadri di comando, sta controllando il funzionamento di una spia e non si lascia disturbare dal giovane. Lo conosce e sa cosa pensarne.
“Non so proprio cosa dobbiamo fare con lei, signor Peter!”, sbuffa il giovane.
Hartmut Peter non risponde.
“Signor Peter”, ripete l’uomo e, come ha già fatto tante volte, prosegue: “Lei non lavora qui. Le sbarre sono comandate da un computer nella nostra centrale.”
Il giovane si guarda intorno nella casupola. Vede il libro delle corse giornaliere e le tabelle con gli orari di chiusura, guarda i bottoni e le spie, che qui non c’entrano nulla, sorride del logo sulla giacca di Hartmut Peter, che risale a un’epoca in cui non c’erano aziende ferroviarie private, ma solo le ferrovie di Stato. Si avvicina ad Harmut Peter, ora è accanto a lui.
“Tra un attimo arriva quello delle 11:53!”, mormora Harmut Peter e afferra la manovella. Ovviamente sa di non star svolgendo veramente un servizio. Alcune parti del quadro di comando sono resti di modellini ferroviari, li ha comprati ai mercati delle pulci e li ha installati qui. Tutto viene comandato in un qualche edificio in città, dove giovani uomini girano qua e là con un distintivo sul risvolto. Harmut Peter sa che hanno ragione a mandarlo via e che la sua fortuna, la sua grazia, è che non gli portino via le chiavi. Il giovane non ha mai aperto la valigetta.
Le sbarre si abbassano, i due stanno a guardare. Il giovane si stupisce di quanto sia precisa la coordinazione temporale di Hartmut Peter. Se uno non lo sa, potrebbe credere che stia davvero abbassando lui le sbarre. Il treno passa loro davanti, è un treno merci in procinto di caricare automobili fresche di fabbrica, sui ripiani di carico vuoti sferragliano pezzi di fissaggio disimpegnati. Il giovane aspetta che il fracasso si estingua, poi fa per andarsene.
“E non dimentichi che quando ci saranno i lavori ai binari dovremo far demolire anche il casello.”
Hartmut Peter si dà una spinta con i piedi e la poltrona su cui è seduto rotola all’indietro come un mobiletto degli attrezzi. La spia che ha controllato prima che arrivasse il giovane non funziona bene, vuole svitare il ripiano, aprirlo e guardarci dentro.
Verso mezzogiorno Hartmut Peter si siede sulla panca davanti alla casupola. Fa un caldo gradevole, via via cresce il numero di ciclisti che davanti ai suoi occhi prendono slancio da sinistra per passare i binari e poi proseguire a destra sul viottolo. Hanno con sé accappatoi che sbucano dagli zaini, c’è odore di crema solare. Una donna scende dalla bici e si siede con lui. La conosce da anni, ogni estate viene al lago a nuotare. Hartmut Peter le offre una tazza di caffè, lei prende due tranci di dolce da una borsa posta sopra il suo asciugamano. Ha comprato il dolce apposta per mangiarlo con Hartmut Peter.
Hartmut Peter è felice. Alle 13:32 abbassa le sbarre. Poco dopo ecco passare l’intercity che alle 13:40 entrerà nella stazione centrale. Sarà pieno di gente che non lo capisce. Ma a lui non importa. Sorriderà e saluterà con la mano. E sarà felice.

Traduzione: Stefano Zangrando
 
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