Il mare più piccolo del mondo

Piera Ghisu
20.02.2018
 
Il mare più piccolo del mondo
Come era bello il mare, quel giorno. Ali riusciva ad apprezzarlo ogni volta che ci si trovava davanti, ed era quella la ragione per cui aveva deciso di vivere lì, di restare: la ragione per cui aveva concluso che, malgrado tutto, quella porzione di terra e di mare doveva essere il luogo in cui spendere la propria esistenza. Era difficile spiegare come fosse vivere al confine, ma sul mare. Il mare non dovrebbe avere linee, tranne quella dell’orizzonte, retta e al contempo imprecisa, sfumata, infinita. Quel profilo che non si tocca, dovrebbe essere il confine. E invece Ali decise, contro ogni buon senso, di poggiare ogni giorno il suo sguardo su una linea marina precisissima, inorganica, tracciata da altri uomini per lui. Un taglio netto sulla superficie dell’acqua. Perfettamente parallelo alla spiaggia di Gaza.
Ali a Gaza pescava. Fino a quelle stupide 6 miglia in cui era autorizzato a farlo. Un tempo, quando aveva iniziato, erano ben di più. Più del doppio. Non era cosa buona, anche allora. Ma veder accorciarsi ancora quella distanza, vedere che lo spazio diventava sempre più piccolo, mise in crisi ogni sua speranza. Realisticamente, era quasi impossibile pescare. Era come se i pesci, pur nella loro totale libertà di movimento, sapessero che c’era una linea che non potevano oltrepassare. Eppure, nonostante fosse impossibile proseguire con il lavoro (Ali sempre più spesso si immergeva per pescare, ma i risultati erano scarsi, decisamente), non vedeva un’alternativa alla spiaggia di Gaza, la sua spiaggia. Davvero troppo difficile, abbandonare quel luogo. La magia del limite, del confine, si manifesta così, nella sua eterna coincidenza col doppio, la totale libertà.
Il nonno, come lui pescatore, raccontava di come fosse accaduto: di come perdettero la Terra, e il Mare. Inizialmente furono orgogliosi di condividerla, la Terra, come tradizione voleva, e in particolar modo con un popolo che così aveva sofferto, e meritava un ritorno. Magari non erano felici, ma ne erano fieri.
Ma il Mare… Il Mare era lì per tutti, e tutti avrebbe accolto, perché è lui a dettare le regole. Fu un duro colpo per la famiglia di Ali sapere, da un giorno all’altro, che la piccola flotta doveva essere dimezzata, e la pesca circoscritta a 20 miglia dalla riva. Il mare diventava lago, piscina, stagno, vasca da bagno. Con vista sulle portaerei di Israele da un lato, e Gaza, tutta protesa sull’acqua, dall’altro. I pesci sotto, a vincere.
Vincevano tutti tranne noi, pensava Ali. Sapendo che stava vivendo l’unica vita possibile, riempiendosi ogni giorno gli occhi di sole e di sale. Cercando ogni giorno di immaginare con i suoi amici quale sarebbe potuto essere un confine migliore per loro: 30, 40 fino all’altezza del faro, 50 miglia fino a dove passano i pesci più grandi e fa rotta anche il tonno.
Da tanto Ali e i suoi amici non ne vedevano uno. Eppure una volta erano spesso nelle reti.
Ali e i suoi amici immaginavano dove venderlo, se mai fosse capitato. Avevano in riva una grande vasca per il trasporto verso l’Egitto, perché vivo, il tonno, lo avrebbero potuto portare oltre confine. Era tutto pronto.
Ma nessuno stupidissimo tonno amava così tanto Gaza da rischiare la pelle.
Ad ogni modo, la vasca per l’Egitto restava lì, pronta per l’uso. I bambini, i pochi rimasti a Gaza, la riempivano di acqua e ci mettevano le stelle marine, le conchiglie, le meduse spiaggiate. Una Wunderkammer così decorata che, se i tonni l’avessero vista, ci si sarebbero tuffati dentro, finendo come l’Ophelia di Millais: molto meglio che tra le reti dei pescatori più grossi.
Tanto in qualche modo si deve pur morire. Anche i pesci lo sanno, pensava Ali, guardando la sua vasca per l’Egitto.
Quel giorno, era Giugno, era caldo, ripresero i bombardamenti a Gaza. Ali in quelle occasioni vedeva riempirsi la spiaggia generalmente vuota, perché le persone si rifugiavano proprio lì, su quella striscia di sabbia, confine nel confine. La spiaggia si era riempita di tende colorate, e sarebbe potuta sembrare una festa, se solo le facce che popolavano quel luogo non fossero state così cupe.
Ali si sentiva il padrone di casa, lì.
Fu lui a coordinare le operazioni in quella base improvvisata, lui che sapeva dove sistemare le tende per non bagnarsi durante le mareggiate, per non disturbare i nidi degli uccelli marini (dobbiamo salvare tutto, salvarci tutti, tranne il tonno, diceva a chi pensava fosse troppo premuroso con la fauna locale).
L’attività in spiaggia non consentiva a Ali di spostarsi per pescare. Ma quella volta di giugno i bombardamenti durarono più del solito. Finirono le scorte. Ali decise di nominare un vice (scelse sua sorella Simi) e partire per mare in cerca di cibo.
Non usciva da sei giorni, e le condizioni previste non erano nemmeno buone. Decise di prendere con sé due uomini e contrariamente al solito tre grandi reti. Non aveva senso, con quel mare lì. Ma troppe erano le bocche da sfamare.
Partirono alle 5. Il vento era teso, il mare grosso. Forse un vantaggio, pensò Ali, perché si poteva dare meno nell’occhio, nascondersi tra i flutti. Dopo circa tre ore, quando il sole iniziava a scaldare, e quando iniziavano a salire i fumi delle bombe dalla costa, Ali tirò su la prima rete. Pensava peggio, ma era troppo poco. La seconda fu tirata su poco dopo, vuota. La terza alle 9, con scarsi risultati. Il mare cominciava a diventare pericoloso. Ali guardò la spiaggia, e decise di spostarsi e superare la linea. Il confine andava spezzato. Si doveva correre quel rischio. Accese i motori, prese il largo. Gettò la seconda rete rimasta vuota, bisognava essere rapidi. Dopo poco tempo sentì che la rete cambiava, si agitava non per le onde, ma perché piena. In tre era difficile tirarla su; con quel mare, poi.
Ali approfittò di un’onda lunga e potente per dare slancio al movimento e scaraventare con l’aiuto dei suoi compagni, la rete sul ponte della nave.
Quell’operazione sovversiva era durata trenta minuti. Aveva calcolato che di più non si poteva rischiare, le vedette israeliane li avrebbero avvistati. Erano bastati. A volte Allah era davvero grande.
Ali guardò la rete, ordinò ai suoi uomini di ritornare a riva. Erano le 10 del mattino, il sole splendeva, grosse nuvole erano all'orizzonte (ma che importava ora?). Al centro della rete erano finiti tre grossi magnifici esemplari di Thunnus albacares… Una vasca non sarebbe bastata per portarli in Egitto, pensò Ali.
L’Egitto… Arrivando alla spiaggia con quel bottino, l’Egitto era già solo un ricordo.
Cucinarono subito due pesci, il terzo lo misero nella vasca per i bambini.
Ali non aveva mai mangiato un tonno così buono. Forse perché non lo mangiava da tanto. Sapeva di mare, di sogno, di bombe, di Egitto.
In fondo, se non ci fosse stato quel limite lì, forse quei pesci li avrebbe davvero venduti al miglior offerente. Era un regalo israeliano, quindi.
Anzi no, molto meglio: era una vittoria della gente di Gaza, di quel piccolo popolo che vive e resiste in una striscia, tra la città e quel mare, il più piccolo del mondo, il Mar di Palestina.
 
Twitter Facebook Drucken