Il mio cammino verso Santiago di Compostela

Valentina Rashnu Pilotto
23.10.2007
 
E’ il Cammino che ti chiama: non devi far altro che aspettare e rimanere fermo, attento. Sarà lui a farsi vivo. E’ stato così anche per me. Per due anni mi sono arrivati messaggi che mi hanno fatto capire che Santiago mi stava chiamando: spesso aprendo una rivista trovavo un articolo che parlava del cammino. Più di una volta mi sono ritrovata a conoscere qualcuno che era appena rientrato da Santiago.

Non potendo più rimandare, ho deciso che nel 2007 avrei compiuto il mio pellegrinaggio. Avevo tempo, tutto il tempo che volevo. Dovevo solo iniziare a prepararmi. Prima di tutto ho comprato una guida, l’equipaggiamento e ho cominciato a camminare. Ogni spostamento in cittá, ogni occasione era buona per muovermi a piedi. Le scarpe nuove non mi facevano male, il ginocchio nemmeno. Mi sentivo forte, senza paure e pronta per questa avventura. Poi un pomeriggio di gennaio ho ricevuto una proposta di lavoro come responsabile della Spa del vigilius mountain resort. E tutti i miei programmi sono stati stravolti. Il cammino ormai faceva parte dei miei pensieri quotidiani, non potevo rinunciare. Decisi cosí di ridurre il percorso e di percorrere gli ultimi 200 km invece degli 850 previsti inizialmente.

Il percorso si snoda dalla Francia (Pirenei) lungo tutta la Spagna per arrivare a Santiago di Compostela. Si può anche proseguire per altri 3 giorni fino alla costa di Finisterre sull’Oceano Atlantico. Ho deciso di prendere l’aereo da Bergamo a Valladolid e da lì il treno fino a Ponferrada dove iniziare il cammino.

Sono partita un venerdí pomeriggio di metá marzo. In Italia caldo estivo, in Spagna ancora di piú. Le previsioni peró annunciavano l’arrivo di una brutta perturbazione. L’equipaggiamento per la pioggia l’avevo appresso, per il resto dovevo affidarmi alla provvidenza. La prima notte in Spagna l’ho trascorsa in una pensioncina vicino alla stazione. Il mattino dopo una passeggiata per la cittá e poi via, in treno fino a Ponferrada. Il primo cartello segnaletico incontrato in cittá indicava 202 km fino a Santiago: ce l’avrei fatta? Nel breve tragitto dalla stazione all’ostello ho avuto la certezza che con i 10 chili che portavo sulle spalle non sarei andata molto lontano! La prima notte in ostello è stata carica di emozioni, paure e aspettative: il mattino dopo sarei partita alla volta di Santiago. Il primo giorno di cammino è stato molto lungo e faticoso: dovevo percorrere 23 km fino all’ostello successivo. Con la schiena dolorante e le gambe che non reggevano piú ho percorso gli ultimi chilometri e finalmente ero arrivata all’ostello. Lì ho incontrato nuovi amici che, ancora non lo sapevo, sarebbero diventati buoni compagni di viaggio ed amici per la vita. C’erano due giovani di 25 anni Simon, tedesco, e Bart, belga, Fritz, un olandese di 62 anni, Toni di Madrid in aspettativa, Roberto, un marinaio italiano, Koldo, il “cavaliere” basco, Heinz, un tedesco di 72 anni. Tutti partiti dai Pirenei giorni e giorni prima.

Prima di ripartire ho svuotato lo zaino da tutto il superfluo e come dice un’amica: “Ció che tratteniamo grava sulle nostre spalle, ció che lasciamo andare viene portato dall’universo”. Nei giorni successivi il tempo è cambiato drasticamente: pioggia e neve ci hanno accompagnati fino a Santiago. Le avventure sono state tante: il taxi per attraversare una montagna in mezzo alla tempesta di neve, il mio ginocchio che non mi ha permesso di camminare per un giorno intero, le cene improvvisate negli ostelli a base di cibo italiano, le lacrime per il dolore fisico condivise lungo il cammino, i tramonti che hanno preceduto le notti, i momenti di silenzio in cui l’unico rumore che senti sono i tuoi passi, lo stupore davanti alla cattedrale di Santiago illuminata, la forza del mare sugli scogli di Finisterre... Ho capito che non sono i paesaggi, non sono le cittá, ma bensí le persone che rendono unico il cammino, ogni cammino.

Ho scoperto che il dolore, è solo dolore e che le distanze sono solo punti di vista: raggiungibili, superabili. Le mete che ci prefiggiamo sono importanti da tenere a mente, ma ogni tappa porta con sé degli imprevisti. Ció che possiamo fare è accettare quello che ci succede come parte del nostro cammino e lasciare il lento fluire delle cose. “Quando non è piú possibile tornare indietro, bisogna trovare il modo migliore per andare avanti”.


 
 
 
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