Il sorriso della Gioconda

François Loeb
03.07.2019
 
Il sorriso della Gioconda
Una mattina, il martedì dopo Natale, il guardiano Dupond intraprese i suoi giri nel Louvre. Aveva un’anzianità di servizio ormai alquanto matura, con un foglio di condotta irreprensibile, così gli era permesso di esercitare il suo ufficio anche nel sorvegliare la Gioconda, questa icona senza eguali del museo. In quel secondo giorno delle festività natalizie, in cui il museo attendeva una grande affluenza di visitatori fin dall’apertura alle 10, nel momento in cui Duponds e i suoi colleghi del secondo turno entrarono in servizio, alle otto in punto, era ancora tutto tranquillo – e avvolto in una pace che si addice al giorno dopo Natale, pensò Dupond camminando avanti e indietro presso la Gioconda, e così sorvegliandola. Si sentiva come una guardia inglese davanti alla regina e, nella sua fantasia infantile, tutt’ora viva e fervida, s’immaginò che ella avesse gettato un’occhiata su di lui, solo su di lui, il suo fedele servitore marziale, omaggiandolo di un sorriso. Un sorriso, già, niente di più calzante con quel quadro, pensò il guardiano sorridendo compiaciuto fra sé e sé, poiché lì non c’era nessuno che egli avrebbe potuto deliziare con il suo sorriso raggiante. Fece di nuovo dietro front verso destra, pestando con fermezza il pavimento, si propose di guardare negli occhi proprio adesso e non più tardi la sua regina, di replicare il suo sorriso con uno sguardo virile, colmo di eroismo, nella speranza di avvicinarsi di un passo, foss’anche solo in senso spirituale, alla sua adorata, benché irraggiungibile, di conquistare un angolo del suo cuore.
Colto da un profondo spavento abbassò subito lo sguardo a terra, poiché qualcosa di orribile era accaduto: Dupond aveva constatato sul volto della Gioconda uno sguardo triste e senza alcun sorriso. Dapprima pensò a un inganno dei propri occhi, una proiezione del suo stato interiore, dell’afflizione dovuta al fatto che la sua regina gli rimaneva, a lui prode soldato, del tutto irraggiungibile. Dopo questo pensiero il guardiano ardì un secondo sguardo e rimase come impietrito, anzi murato, cementato sul posto. Il sorriso della Gioconda era sparito. Così, di punto in bianco, non c’era più. Ella osservava triste dalla sua cornice, senza il suo celebre, leggendario e misterioso calore; deturpata, pensò Dupond in quell’istante. Che si poteva fare? Cosa doveva fare adesso il soldato della regina, lì impalato, per il suo idolo? Azionare un allarme? Informare la direzione del museo? Strappare il curatore al suo primo, buon caffè del giorno?
Saggio com’era, non fidandosi della propria percezione, conoscendo fin troppo bene le acrobazie della propria immaginazione, decise di chiudere gli occhi per diciassette secondi, non uno di meno, per poi riconsiderare la situazione in tutta calma. Contò ad alta voce, lentamente, come aveva imparato tanto tempo prima: centoventuno, centoventidue, fino a che, i nervi tesi come corde d’arpa sul punto di spezzarsi, giunto a centotrentasette guardò di nuovo la Gioconda.
Nessun sorriso.
Niente di niente.
Un’espressione cupa.
Un volto rabbuiato.
Un’allucinazione era da escludere.
Così Dupond si diresse occhiuto e deciso verso il grande bottone rosso che si trovava da anni muto e inutilizzato accanto al dipinto, radunò tutte le forze che aveva, infranse il vetro con la mano nuda e tutto tremando premette l’allarme. Che dovesse succedere proprio a lui nel suo ultimo anno di servizio, a lui, l’adoratore della “sua” regina, era una cosa inaudita e profondamente ingiusta, ecco ciò che in ogni caso provava lui, il guardiano.
Montò immediatamente un caos terrificante, da ogni lato accorsero sorveglianti armati con manganelli e spray irritanti, seguiti da una squadra d’assalto della polizia che fece irruzione nel Louvre in uniformi da ordine pubblico.
Senza dire una parola Dupond indicò il dipinto, i poliziotti guardarono dapprima lui senza capire, poi urlarono con bruta fermezza “falso allarme” e stavano già per arrestarlo, quando entrò in scena il curatore. Sbiancò in volto e si limitò a un’esalazione, incapace com’era ormai di reagire: “IL SORRISO!”, deglutì tre volte e proseguì quasi afono: “Dov’è finito?”
Inorridito e sollevato ad un tempo, come gli capitava spesso da bambino, Dupond espirò a fondo. Finalmente qualcuno lo aveva capito.
Quel secondo giorno di festività natalizie il museo rimase chiuso. Migliaia di persone rimasero fuori dalle porte protestando, ma i necessari esami del caso e lo schieramento di poliziotti impedirono l’apertura. Squadre di ricerca si distribuirono all’interno del museo, frugarono in ogni angolo, perfino nelle mansarde e nei depositi, ma il sorriso della Gioconda non fu ritrovato da nessuna parte.
Dopo un lungo interrogatorio, in preda a uno shock nervoso e accompagnato da tre agenti, Dupond fu spedito dal medico, il quale con vivo interesse professionale si mise a parlare di sindrome della Gioconda.
Quando poi al Presidente della Repubblica pervenne una richiesta di riscatto di oltre duecento milioni, Dupond fu dimesso. I ladri tuttavia misero in pratica la minaccia di sottrarre ogni giorno duecentomila sorrisi ai cittadini finché la somma richiesta non fosse stata lasciata in certi luoghi.
Se poi alla Gioconda sia stato restituito il sorriso, se il ricatto sia stato pagato, sta al lettore scoprirlo. Gli basterà guardarsi intorno. Nell’autobus. Sul posto di lavoro, nel viavai dei passanti per strada. Si osservi anche una volta allo specchio o, nel corso del giorno, su una superficie chiara e riflettente, e accolga i tristi saluti di Dupond, che abbacchiato sul divano di casa attende paziente il sorriso della sua regina. Sperando sognante di potersi riprendere un giorno fra le montagne, assieme alla sua icona, fondendosi nel sorriso di lei e lasciandosi alle spalle ogni pena.

Traduzione: Stefano Zangrando
 
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