Il tunnel

Nora Spiegel
18.01.2014
 
Il tunnel
Quando finalmente trovarono l’uomo, era già morto. Avevano evitato di scavare con le pale direttamente verso il basso per non ferire le persone rimaste sepolte. La testa del cadavere era rivolta di sbieco verso l’alto, come se li stesse attendendo. Ma ciò che gli uomini non raccontarono una volta scesi a valle era il sorriso, quasi fosse congelato, sul viso dell’uomo.

Quell’improvviso silenzio aveva avuto un effetto anestetizzante. L’unico rumore percepibile era un fischio sommesso che gli echeggiava nel canale uditivo. Aveva perso l’orientamento già da tempo, non aveva la più pallida idea di dove fosse. In alto, in basso, a sinistra, a destra… tutto aveva perso significato nel luogo freddo e scuro che lo avvolgeva come un panno bagnato e pesante. L’assenza assoluta di rumore nell’oscurità che lo circondava era in netto contrasto con il caos bianco che qualche secondo prima lo aveva risucchiato in profondità. Si sentiva come un astronauta che fluttua nel cosmo senza alcun orientamento. Il suo universo arrivava fino alle sue braccia tese, le stesse con cui, in un gesto istintivo, si era prima coperto il viso. La cavità piena di ossigeno che era riuscito a crearsi sembrava una campana subacquea. Sapeva che avrebbe invertito questo tesoro di aria in quindici minuti di vita. Sarebbero potuti essere di più, se fosse riuscito a rimanere tranquillo; di meno, se fosse andato in panico.
Inspirare. Il basso gli rimbombava nelle orecchie, sentiva il corpo vibrare al ritmo della musica elettronica. Aveva perso di vista Tim e ora se ne stava solo nel mezzo della folla in estasi, un bicchiere di plastica pieno di birra per mano. Sui due schermi a lato del grande palco poteva vedere i tre musicisti tatuati della band maltrattare gli strumenti. Si era accorto della ragazza solo quando improvvisamente gli era caduta sulla testa. Evidentemente la sua breve avventura di crowd surfing era finita proprio sopra di lui. Quando con le due mani l’aveva aiutata a rimettersi in piedi, si era fatto contagiare dalla sua risata imbarazzata.
“Scusa, non volevo! A proposito, io sono Anna”.
Espirare. Aveva aperto gli occhi e aveva visto Anna chinarsi su di lui. Dai lunghi capelli castani, che l’acqua salata aveva diviso in tante ciocche sottili, alcune gocce d’acqua gli erano finite negli occhi; lui li aveva socchiusi e aveva sentito un bacio delicato sul labbro superiore. La salsedine e il sapore di crema solare si mescolavano a quello delle caramelle gommose che la ragazza doveva aver mangiato in spiaggia. Lui voleva sollevarsi per guardarla in volto e si era sollevato sui gomiti.
Inspirare. C’era odore di malattia e di disinfettante. Il divano della sala d’aspetto era scomodo e cosparso di innumerevoli macchie di dubbia provenienza. Aveva cercato di nuovo di sfogliare una rivista spiegazzata, ma l’aveva fatta ricadere non appena un urlo acuto aveva squarciato il silenzio. L’ostetrica aveva detto loro che non sarebbe stato semplice e d’altra parte era quello che lui si aspettava da un parto gemellare. Anna non aveva voluto che fosse presente in sala parto e lui inizialmente ne era stato anche piuttosto sollevato. Ma le urla strazianti che giungevano fino in sala d’attesa lo facevano sentire perso e lo agitavano. Proprio mentre stava per alzarsi, chiamare qualcuno e dirgli che aveva cambiato idea, ecco un’infermiera sorridente entrare nella sala. “Signor Klausner? Congratulazioni, le sue due bambine sono sane!”
Espirare. Quando aveva ripreso conoscenza, aveva un sapore metallico in bocca. L’occhio destro era coperto da una fascia di stoffa ruvida e non aveva la minima idea di dove fosse. Aveva cercato di girare la testa verso destra per capire, ma il movimento era stato bloccato da una fitta al collo e dal collarino attorno alla nuca. Con la coda dell’occhio poteva vedere che il suo braccio sinistro era attaccato a tanti tubicini colorati; sembravano vermi esotici che gli penetravano nella carne. Era riuscito a trattenere l’impulso di vomitare e aveva chiuso gli occhi. Cos’era successo? Solo pochi secondi prima stavano viaggiando di notte sulla A13 in direzione del Brennero. Le bambine si erano addormentate già all’uscita di Innsbruck. Anna aveva sospirato così sollevata che a lui era scappato un sorriso, sotto i baffi. Le aveva dato veloce un bacio sulla guancia. Poi aveva guardato di nuovo la strada. Quella era l’ultima cosa che poteva ricordare: una parete gigantesca con due punti luminosi nel mezzo; in quel momento aveva compreso che erano i fari di un camion. Nonostante il collarino, riuscì a dare un’occhiata all’ambiente sterile. Era solo.
Inspirare. Il bianco accecante della neve gli faceva male agli occhi. Non si era ricordato di portare gli occhiali da sci. Non importava. Negli ultimi tempi tante cose non gli importavano. La mattina presto si era messo la tuta da sci e aveva caricato in macchina i suoi sci da alpinismo. Lo zaino ABS, l’apparecchio di ricerca in valanga e il badile pieghevole li aveva lasciati in garage. La salita era stata difficile, ma dopo tre ore era arrivato alla fine del percorso. Il cielo era di un azzurro splendido, senza una nuvola, gli era difficile credere che solo qualche giorno prima proprio lì, dove era lui in quel momento, fosse infuriata una tormenta di neve. Sotto le punte dei suoi sci si stendeva un ripido pendio candido e brillante. La neve fresca aveva cancellato ogni traccia e il fianco della montagna sembrava così vergine… come un foglio bianco immacolato. L’unica cosa che guastava la perfezione era un lungo crepaccio dentellato che si estendeva lungo l’intera lunghezza del pendio. Aveva guardato pensieroso verso il basso, sospirato profondamente e si era lanciato dalla china. Qualche secondo dopo si era ritrovato in una nuvola bianca che lo risucchiava inesorabilmente verso il basso.
Espirare. Aveva aperto gli occhi e si era ritrovato nell’oscurità della sua prigione ghiacciata. Lentamente la mancanza di ossigeno si faceva sentire, aveva le vertigini, ma si sentiva stranamente leggero. Anche senza orologio sapeva che i suoi quindici minuti stavano per finire. Non aveva paura e non era affatto stupito. Si dice che quando qualcuno sta per morire, la sua vita gli scorra davanti agli occhi, come un film. Ma non era necessario, a lui bastava una sola immagine, un primo piano, a colori. Anna e le bambine. Lentamente, respiro dopo respiro, aveva cominciato a sfumare. L’ultima immagine che vide era un tunnel bianco che improvvisamente squarciava l’oscurità. Era riuscito a volgere il capo verso l’uscita da quell’inferno e a sorridere.





 
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