In cammino

Marco Romano
24.02.2020
 
In cammino
Era luglio, la luna piena dei lamponi. In un pascolo avevano piantato le tende e il totem. Ardevano due fuochi e le prime visioni. Sull’erba le coperte, negli occhi lampi rossi, e le caraffe di vino già vuote. Intorno, cerchi di abeti e corone di faggi, cime con lingue innevate. Nell’accampamento ora c’è silenzio, ma corpi e tamburi hanno sussultato tutta la notte, fino all’aurora. Eccitati, hanno squartato una tenda in fiamme, e lui ha dormito sotto le stelle e le vette. Ora è l’aurora ed è sveglio, pronto a perdersi su sentieri mai percorsi, come sempre.
Nello zaino il maglione dei vent’anni e via, un passo dopo l’altro nell’aria che gli punge il viso e le mani. In pancia gli pulsano ancora i tamburi e l’energia delle danze notturne. Respira gli echi del diluvio, espande i sensi, e nel primo raggio di sole si squaglia.
Si infila nel bosco come un cervo nero. Risale gradinate di radici avvinghiate a rocce scagliate dal ventre della montagna. Il volo d’ombra di un gufo reale. Occhi di fuoco sui mirtilli, l’ultima preda tra gli artigli della notte. Presto lo scudo di Mitra farà assopire il gufo e tripudiare i piccoli uccelli della foresta, poi il mattino divampa su foglie marcite. E lui ansima.
Ascolta il cuore che pulsa, i respiri lunghi e profondi, e si arrampica sul sentiero che non gli dà tregua. Il petto e la pancia vibrano come i tam tam che la notte gli hanno percosso e spento i pensieri.
Guglie pietrificate arse di vento e di sole, sfasciumi di roccia e sabbia. Baratri invitanti e montagne incatenate da ondulazioni e valichi, da canaloni e forre, da anfiteatri e detriti corrosi. Cascate che grondano larici.
Uno spettro nero scompare in uno sbuffo di nebbia esalato da una palude. Un gracchio di corallo taglia il vento. Ecco gli elmi viola dell’aconito che alterano la vista e paralizzano cuore e respiro, ecco bacche di Dafne e deliri. Non mangia da ore, e scopre forze del corpo sepolte. Cammina scavando nel granito che ha dentro. Attraversa le viscere di un monte spaccato dove si aggrappano arbusti grigi e ritorti, feriti dal prurito delle rupi. È un albero in un deserto di sabbia. È una fessura di serpi e vespe affamate. Contempla vette spoglie, conche amare screpolate di desolazione.
Chiude gli occhi in una radura di muschio e fronde di larici. Medita come fiore di loto. Respira. Respira. Li riapre, un capriolo lo guarda. Si sentono, si annusano il muschio, forse si pensano. Un essere umano che non brandisce canne mozze e trappole che sferragliano sangue. Due viventi che si nutrono di erba e rugiada.
Lapilli e massi erratici intarsiati di licheni e ghirigori così piccoli e grigi che sembrano polvere. Una torbiera acida dove ragni e salamandre nere e gialle fanno cadaveri.
Distese di rododendri come coperte in fiamme. Nell’incendio di fiori vorrebbe che la terra lo avviluppasse, lo assorbisse, infine lo decomponesse. Sparire, rinascere bocciolo di cespuglio.
Tra i monti e le guglie c’è una valle di luna che lo avvolge e lo nasconde al mondo. Tutto evapora e si dissolve. Silenzio. Il monte incombe altissimo, il ghiaccio cola nero da una spelonca remota. Lui ci arriva, e resta nella fessura dove nuvole di piombo vorticano tra guglie e spettri, lame di roccia sferzate dall’urlo degli uragani.
In una valle lunare dimora Parvati, Signora della Montagna sposa di Shiva. Prorompe, dissesta, scorteccia e squarta. Distrugge e ricrea. Vorrebbe che un crepitio celeste o un rombo giurassico lo seppellissero di terra e massi, e che sul tumulo di dolomia nascesse un giorno un semprevivo rosso e carnoso.
Lo assale il ricordo di una bufera, di tante bufere. La strada notturna persa sull’orlo di un burrone, i lampi neri, la neve che gli lambiva il cuore: mani viola di sangue sotto zero.
Due esseri umani lo guardano come un folle. Ha gli occhi dilatati e la pelle dipinta. E penne d’aquila fra i capelli. Vola oltre, e vede Parvati partorire cinquanta camosci che danzano su baratri e abissi. Sfidano il vuoto che uccide, sfrecciano su precipizi saltando tra rocce che sfracellano e triturano. Conoscono la gravità del mondo. Il gregge umano ha speculato a lungo: brancolando, ha escogitato infine l’asfalto. E di quello si pasce.
È ora di tornare, di ascoltare i richiami dei tamburi della notte e della fame. Ripercorre i sentieri, scruta e ammira il non visto. Infine, oltre l’indicibile, intravede pascolo e tende. Altri novemila istanti di cammino lo annientano e gli espandono la coscienza. È un animale dio creato, inghiottito e rinato dai gorghi della montagna. Si radica in un larice, si pietrifica in un diedro. Sgorga dalla terra come polla d’acqua figlia dei ghiacci. Una marmotta fugge alla tana terrorizzata da un’ombra.
È ora di lasciare quelle visioni vere. È ora di tornare alla tribù. Forse anche gli altri sono andati oltre, scoprendo dentro e fuori di sé microcosmi inesplorati.
Tra selve e monti continuerà a volare per anni. Ma i mondi cozzavano, gli torcevano il cuore e la pancia. Bisognava integrarli, pacificarli, provare a farli convivere. Gli ci vollero anni, e una guida. Per scoprire che la luce è nel nero dei crepacci. Nel fluire delle stagioni. Nello stare in equilibrio come i camosci. Nell’incontro con le proprie ombre, come il gufo. E con gli altri.
Ma intanto è ancora lì, e dalla scheggia di un’altura scruta sbuffi di fumo nella prateria.
Ci arriva sfiancato dalle rupi e dal digiuno.
I grani d’oro della polenta danzano nel paiolo come cristalli di luce intrisi di funghi carne degli dei, e il vino profuso è ambrosia vegetale.
Al crepuscolo, oltre i calici levati al pantheon delle Alpi, oltre le frecce degli abeti scagliate tra nuvole viola, un grande cerchio d’addio, un’aquila d’oro.

 
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