In nessun luogo al mondo

Autor Anonym
01.09.2012
 
In nessun luogo al mondo
La cameriera al piano si arrestò per un attimo quando, mentre riordinava la camera 218, trovò sulla poltrona un foglietto scritto a lettere colorate che sembrava essere stato buttato lì con noncuranza. Ogni parola in un colore diverso, come tracciata dalla mano sensibile e accurata di uno scolaretto – rosso e blu, giallo, arancio e marrone –, c’era scritto: “In nessun luogo al mondo c’è un profumo così buono come a passo Vigilio.” La cameriera prese in mano il foglietto e notò che era scritto anche sul retro.

“In nessun luogo al mondo c’è un profumo così buono come a passo Vigilio. È profumo d’infanzia, di legno intagliato e del pastore tedesco dello zio, che durante le nostre gite girava sempre intorno alla variopinta accolita degli escursionisti finché la lingua non gli scendeva fino alle zampe. È profumo di sorgenti gelide, che da sottili rigagnoli zampillavano gorgoglianti in fontane di legno e dalle quali bevevamo avidi in calde e madide giornate estive. È profumo di durissime Lederhosen, che dovevamo indossare per ragioni di moda. Ed è profumo di sterco di vacca mezzo secco, che sotto la superficie era ancora caldo e umido e che noi, in tempi in cui i frisbee non c’erano ancora, sbattevamo entusiaste e con mira sicura sui polpacci dei ragazzi. Allora i presunti eroi e i più grandi spacconi ritornavano rapidamente infanti che, con nostro piacere, andavano a nascondersi piagnucolanti nel grembo protettivo delle loro madri.
Ed è profumo della nitida schiava rosata, che si faceva largo gradevole e morbida, e in quantità più che abbondanti, nelle gole dei genitori – o forse ancor più è il profumo dell’anima del vino, che poi, scendendo a valle, esalava dalle loro bocche sorridenti per infilarsi nei nostri nasi disgustati. La schiava li induceva alle più ardite intraprese: una volta, invece di scendere comodamente in funivia – poiché uno degli escursionisti animati dalla schiava aveva parcheggiato la macchina in val d’Ultimo –, dovemmo prendere una scorciatoia che attraversava i boschi quasi a perpendicolo. Mi reggevo di albero in albero in preda al panico, per poi scivolare di nuovo sul sedere, con le foglie autunnali a mo’ di slitta involontaria e qualche riccio di castagna a far da freno – che ululati! In quel modo poi arrivammo davvero più in fretta del previsto a valle, dov’era già pronta una scorta di angeli custodi che avrebbe vegliato sulla guida spavalda dei nostri genitori nel percorso verso Lana.
È profumo di fienile, di sacchi a pelo troppo caldi, di sguardi rubati, di un registratore a batterie che frusciava e si mangiava i nastri, e di racconti notturni del brivido.
Ma sopra ogni altra cosa è profumo di spensierata beatitudine…”
La cameriera al piano ripose con cura quegli appunti sulla poltrona, come se fossero un oggetto prezioso e fragile. Aprì la porta che dava sulla terrazza, inspirò avida l’aria fresca e chiuse gli occhi. E a un tratto la pervase un profumo che le si diffuse ondeggiante e fluente, con incontenibile energia, in tutto il corpo. Sentì il profumo delle palme di Djerba e gli spruzzi di sale che il vento le aveva portato dai flutti scroscianti, sentì il profumo variopinto delle voci, dei panni e degli aromi del bazar e dell’aria sfarfallante sopra la rossa terra rovente dell’Africa. Sorpresa di se stessa, la cameriera scoppiò a ridere, richiuse la porta e disse: “È vero. Nessun luogo al mondo ha un profumo così buono come quello dei ricordi.”

 
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