L’OGGETTO

Lucia Munaro
29.12.2010
 
Quella strana cosa Konrad l’aveva trovata in soffitta, nel baule del nonno.
Una volta il papà gli aveva detto che nella cassa sistemata in un angolo
polveroso e poco accessibile della stanza, quella verde e panciuta, con
le grosse borchie nere e la luccicante serratura d’ottone – anche se poi il
baule, che ricordava al piccolo Konrad quelli in cui tenevano il loro bottino i
pirati di qualche vecchio film visto in tv, si poteva aprire senza la chiave –,
c’erano alcune cose ancora del nonno, sottufficiale della marina.

Konrad non lo sapeva, ma lui era un bambino fortunato.
Tanti suoi coetanei vivevano in case piccole, minuscole, magari con
la stanza e il lettino colorati, ma dove ogni centimetro quadrato sembrava
essere calcolato per farci entrare dei mobili fatti apposta e gli spazi ridotti
servivano solo alle cose di ogni giorno.

Lui invece viveva con la sua famiglia nel vecchio maso poco fuori dal paese,
dove ogni cosa, ogni suppellettile raccontava una storia; e divideva la stanza
di fronte alla scala, con i vecchi mobili di legno d’abete e anche il pavimento
fatto di larghe assi consunte, con i suoi due fratellini, Iacopo e Sebastian.

Dietro la casa c’era un piccolo orto e nel cortile, vicino all’altalena rudimentale
che aveva costruito il papà di Konrad, crescevano un albero di prugne e un grande
ciliegio, con i fiori bianchi che sembravano neve in primavera. Le stanze non erano
molto grandi, ma profumavano di legno, ci si stava bene e poi c’erano tanti angoli
da scoprire, nella vecchia casa.

La soffitta era uno di questi. Non che Konrad ci entrasse spesso, ma quel giorno,
rincorrendo il gatto dal muso grigio, si era avventurato su per la scaletta stretta e
ripida e nella stanza semibuia lo aveva attirato il luccichio della serratura dorata.
Si era infilato sotto le travi basse della soffitta mansardata e raggiunto il baule lo
aveva aperto e, senza rovistarlo troppo, aveva estratto quell’oggetto cilindrico che
lo aveva incuriosito da subito, più della giacca blu coi grandi bottoni d’oro, più della
scatola con la pipa ricurva o dei libroni dalle pagine ingiallite scritti con un inchiostro
nero, in una scrittura nitida, ma che Konrad non riusciva a decifrare.

Prese in mano quella cosa, di un legno scuro e lucido, con degli anelli metallici che,
a svitarli, l’oggetto si allungava. Da una parte il cilindro era più stretto e alle estremità
lo chiudevano su entrambi i lati dei vetri circolari un po’ arrotondati. Konrad avvicinò
il viso all’estremità più ampia, ma nella soffitta non c’era abbastanza luce, non vide niente
e così prese con sé quell’oggetto di cui non sapeva il nome e si rifugiò in camera sua.

Ancora una volta appoggiò l’occhio destro al vetro più grande per vedere se il tubo conteneva
qualcosa, ma anche qui, sebbene la luce del pomeriggio entrasse decisa dalla finestruola, riuscì
a vedere solo delle ombre sfuocate: quell’oggetto sembrava non contenere nulla.

Konrad si chiese a cosa servisse, ma gli piaceva anche così; solo a tenerlo in mano con il legno
lucido e liscio, con le venature appena visibili sulla superficie scura, provava una sensazione
piacevole. Quando sentì la mamma chiamarlo per la cena, lo mise in fretta sotto il letto e uscì
dalla stanza, ma si ripropose di chiedere al padre, che quel giorno era in viaggio per lavoro,
spiegazioni sul suo nuovo tesoro. Dopo cena giocò ancora un po’ coi fratelli, e quando era ora
di dormire tirò fuori da sotto il letto quello strano oggetto, lo accarezzò e percorse con le dita le
giunture metalliche e le venature del legno.

Quella sera si addormentò e sognò di pirati, di velieri e del nonno che scrutava il mare.
Non l’aveva mai conosciuto il nonno, Konrad, gliene aveva parlato a volte la mamma.
Per lui e i suoi fratelli, cresciuti nel maso vicino al bosco e così lontano dal mare, il nonno era
rimasto il personaggio di una leggenda, appartenente a un mondo lontano e sconosciuto.
Solo negli occhi della mamma sembrava specchiarsi, quando lei parlava del nonno, l’azzurro del mare,
più intenso e agitato di quello del cielo, quello che Konrad vedeva dalla sua stanza, contro il quale si
stagliavano le sagome a lui familiari delle montagne.

Fu suo padre a spiegargli l’uso di quell’oggetto e a rivelargliene il nome. “È un cannocchiale,
Konrad e serve a vedere lontano,” gli disse. “Vedi, si deve fare così”. Konrad seguì le istruzioni
del padre, appoggiò un occhio al vetro, dalla parte giusta questa volta, dove il cilindro era più stretto,
e socchiuse l’altro. Il padre lo aiutò a sistemare il cannocchiale per bene, glielo allungò e mentre il papà
lo aiutava a sostenerlo con una mano, Konrad poté guardare lontano.

Era puntato verso il bosco e Konrad vide da quella fessura circolare, dove teneva appoggiato l’occhio,
il grande pino, riconoscibile perché era cresciuto un po’ storto, quasi volesse appoggiarsi al terreno,
invece di salire su dritto dritto verso l’alto come gli altri alberi intorno. Sembrava improvvisamente
di poterlo toccare. Konrad ne vedeva la  corteccia rugosa e riconobbe tra i rami la figura di un uccello,
ne distingueva il becco, le penne delle ali, quelle della coda di un altro colore, più chiaro.
Poi quello volò via e Konrad spostò il cannocchiale verso il pendio scosceso della montagna dietro
al bosco. Distingueva ora quasi le singole pietre, non più semplici macchie grigie, ma proprio gli stessi
sassi coperti di licheni e dai colori frammezzati, su cui a volte era inciampato quando percorreva il sentiero
che conduceva alla baita.

E poi su in alto, puntò il cannocchiale verso il cielo. Ora che era ancora giorno, là dove tra poco
si sarebbero accese le stelle, Konrad vedeva le nuvole, ma queste erano troppo mutevoli.
Non riusciva a fissarle, neanche adesso attraverso il cannocchiale; continuavano a sfuggirgli,
cambiavano sembianza e sembravano dissolversi per poi ricomporsi un poco più in là.

E allora Konrad decise che un giorno sarebbe salito in cima alla montagna, fin dove c’era la croce.
C’era già stato una volta insieme a suo padre. Ma questa volta avrebbe portato con sé il cannocchiale
e di lassù avrebbe visto la loro casa, con Iacopo e Sebastian che giocavano sul prato, due macchie
colorate che si rincorrevano nel verde; e poi le case linde del paese, con i tetti spioventi e i balconi fioriti.
E puntandolo più lontano ancora, oltre il verde dei boschi e delle colline degradanti, avrebbe visto finalmente
il mare, di quel colore agitato che avevano gli occhi della mamma, quando gli parlava del nonno.

Pubblicato nell'edizione "mountain stories 2010/11"
 
 
 
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