L’uomo che scambiò la propria casa per un pezzo di carta

Jeannine Meighörner
18.01.2014
 
L’uomo che scambiò la propria casa per un pezzo di carta
Questa è la storia di un uomo morto da tempo, ma che è ancora tra i vivi. Ormai è diventata un aneddoto che la gente si passa di bocca in bocca, nascondendosi dietro a una mano, perché uno sconosciuto potrebbe non capire. Nel Tiroler Oberland – dove i pianigiani credono di toccare il cielo con un dito e gli svizzeri arrivano a fiotti, visto che queste montagne sono più economiche di quelle di Heidi – lassù, in quella regione chiamata Oberes Gericht, “corte suprema”, si narra la storia di Isidor Pale.
Che questa regione abbia mantenuto il suo nome perché dà i natali a creature come Isidor?
Emarginato, piantagrane, scherzo del creatore, scemo del villaggio, ritardato mentale, deficiente, artista, dadaista, visionaro: ogni epoca aveva il suo appellativo per Isidor.
Isidor era la pietra di paragone per tutti coloro che lo conoscevano. Potrebbe esserlo ancora oggi per chi cerca in montagna ciò che non trova a casa propria, anche se possiede tante cose.
Isidor non aveva niente e non cercava niente. Se qualcuno gli dava una camicia pulita – visto che la sua puzza, si potrebbe azzardare, arrivava fino al cielo –, lui la indossava e poi si sfregava contro una mucca fino a quando tornava a puzzare come il povero Isidor.

Ma Isidor era figlio della fortuna. Era nato l’8 luglio del 1887 a Fiss, in una famiglia benestante. I Pale – loro sì che erano qualcuno – non erano certo dei contadini poverelli! Nel bel mezzo del paese gestivano una cascina cui si accedeva attraverso una porta ad arco: una bocca gigantesca che inghiottiva famiglia, bestie e carri interi.
La cascina era un piccolo paese coperto da un grande tetto. La suddivisione dell’eredità immobiliare nell’Oberland, che prevede la ripartizione dei beni in parti uguali tra gli eredi, aveva fatto in modo che due famiglie condividessero la “casa dei Paul e dei Seppl”. I Pale stavano nella parte dei Paul, mentre i Pregenzer in quella dei Seppl.
I due clan, formati da una ventina buona di persone, entravano e uscivano da quel rifugio buio e fresco. Senza dimenticare i bovini, i maiali, i cavalli, le galline e altri animali, in totale più di venti capi, che servivano a nutrire e – al bisogno – a riscaldare quel microcosmo. La cantina, le stanze e le stalle erano perfettamente separate, così come i granai e i fienili esposti al sole.

Nella “casa dei Paul e dei Seppl” c’era il doppio di tutto, ad eccezione della cucina e della latrina all’aperto. Anche le cascine, spartite in due dalle eredità, avevano solo un focolaio con il camino.
Quando Isidor era bambino, il pavimento di terra battuta della cucina era diviso da una striscia di carbone che era come una parete in pietra, e quindi anche in cucina c’era il doppio di tutto. Nessuno, se non ne era espressamente autorizzato, si azzardava a entrare nel territorio dell’altra casalinga.
E quindi, dall’altra parte di questa parete invisibile, non soltanto il budino di mais cuoceva in due diverse pentole e la domenica rosolavano due arrosti, ma ribollivano anche la discordia e l’invidia.
“I Pale mettono sempre in tavola un bel bollito, mentre noi viviamo di pane e stenti”, pensavano quelli con l’acquolina in bocca alla vista del pezzo di carne.
La striscia di carbone venne allora sostituita da una parete di assi. Solo un foro per il fumo continuava a ingoiare i vapori di cottura dei Pale, ma questi preferivano tossire per il fumo piuttosto che veder mangiare “quelli di là”.

Isidor era ancora un bambino quando la striscia di carbone venne rimpiazzata. Nonostante tutte le bocche da sfamare, la sua nascita e quella del suo gemello erano state benvolute. Il padre nella cantina della cascina gestiva una grande vineria e, per quel lavoro, la presenza di ragazzi e un po’ di forza lavoro in più erano una vera e propria benedizione.
Ma dall’inverno in cui il suo gemello era morto di congelamento mentre raccoglieva la legna, Isidor si era lasciato sempre più andare. Da quel momento in poi non aveva più voluto crescere. Anche se a scuola prima non andava male, in seguito non aveva più voluto imparare nulla, tanto meno un mestiere.
Si guadagnava da vivere come guardiano notturno e come becchino. Quest’ultimo lavoro gli piaceva a tal punto che prendeva le misure con il proprio corpo delle fosse appena scavate e ci rimaneva così a lungo da spaventare le signore in visita al cimitero. La notte se ne andava in giro tra le tombe con un lenzuolo.
A un bel momento Isidor cominciò a “leggere le ossa”. Rubava i teschi di persone che in vita avevano delle fisionomie particolari e passava i polpastrelli sui loro segreti. Se era arrabbiato, si portava il teschio del burbero del villaggio nella sua modesta cameretta e prendeva a staccargli un pezzo di osso dopo l’altro.
Quando si era innamorato della Eli di Serfaus e lei l’aveva respinto perché diceva che era uno “stupidotto”, lui si era portato appresso nello zaino il teschio che era appartenuto a una bella del paese. In questo modo spaventava i bambini; ma quelli seguitavano ad andare da lui per ascoltare le sue storie spaventose e perché Isidor conosceva tutti i segreti del paese.

Annotava nel quaderno chi indossava scarpe nuove alla messa di Natale, perché le scarpe nuove le portava Nikolaus. Quando a Isidor avevano regalato delle scarpe nuove, lui non le aveva nemmeno provate. Si rifiutava anche di mangiare nella sala da pranzo della “casa dei Paul e dei Seppl”: la cucina era più che sufficiente per uno come lui, diceva, e si metteva a spalare persino di propria iniziativa il fetido pozzo nero della latrina. “È la merda a tenere insieme questa casa”, si era appuntato nel suo quaderno.

Durante la prima grande guerra del XX secolo Isidor era partito soldato, ma presto aveva fatto ritorno a casa con il certificato di “deficienza mentale”; durante la seconda grande guerra, era successa una cosa simile e, grazie alla reputazione della famiglia, gli era stato risparmiato il viaggio in “manicomio”. “Lì trasformano in carta le persone un po’ strane”, aveva detto lui.

Da quel momento in poi Isidor non aveva più scritto sulla carta: “La carta è bugiarda, la fanno cuocendo gli stracci dei morti”. Ma lui doveva scrivere. E allora aveva preso a scrivere sulle pareti e sui mobili della stanza; poi pure sul crocifisso. Poi ancora su quasi tutti gli oggetti che aveva trovato a casa dei Pale.
“Promettere è facile, difficile è mantenere” aveva annotato a matita nell’angolino più piccolo della bella sala da pranzo. Con la sua grafia così minuta e fine, avrebbe potuto scrivere su francobolli. Isidor si allargava sempre più con i suoi “attentati a matita”. Scriveva su tutto ciò che vedeva e poteva portarsi via: imposte, travi, perfino sull’anta dell’armadio barocco nella sagrestia della chiesa di Fiss che si era portato in camera come se fosse un foglietto.
Dopo la lavata di capo del prete, la facciata immacolata della “casa dei Paul e dei Seppl” era diventata la carta di Isidor. Presto prese ad arrampicarsi sulla legna da ardere, fino al secondo piano, alla ricerca di superfici ancora incontaminate su cui riversare la sua rabbia di scrittura. L’armata di matite affilate di Isidor incideva poesie e pensieri nella calce bianca come la neve:
“Non ho robe vecchie, non possiedo una macchina, non ho nemmeno più il vestito della domenica. Sono un uomo libero”. Nessun pensatore moderno arriva a queste altezze, per quanto labili. E quindi solo i giurati conoscono l’eredità di Isidor e il vento che accarezza le case dell’Oberen Gericht.

 
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