La danza dei larici

Stefano Giussani
03.03.2009
 
I medici avevano sentenziato: “incurabile”.

Il referto non lasciava appello ad Andreas. A 7 anni, la caduta dallo skate avrebbe costretto il resto della sua esistenza inchiodata ad una sedia a rotelle. Il suo sogno di diventare ballerino si sarebbe sgretolato e quei bellissimi occhi azzurri non avrebbero mai visto l’apparire del grande pubblico allo scorrere del sipario di un grande teatro.

Erano già trascorsi cinque anni. Cinque inverni passati alla finestra durante le nevicate che impedivano alle ruote di scorrere sulla strada resa soffice dal manto bianco mentre gli amici si rincorrevano nei campi lanciandosi palle e facendo pupazzi. Cinque estati senza che la sua bici argentea potesse sfrecciare sui sentieri del parco della città con i compagni.

Non era solo il più veloce della chiassosa comitiva, ma aveva anche carattere e voglia di stupire. Con il nonno, un vecchio montanaro con tutta l’energia della valle dentro di sé, trascorreva le estati in Val Passiria. “Perché la tua pelle ha tante linee sulla tua faccia?”, gli chiese una volta.

“E’ un patto segreto con gli alberi!” rispose. “Ogni volta che mi concedono un giorno di vita, la visione di un tramonto sulle cime, il gusto di un bicchiere di vino, il profumo della foresta all’alba, il vellutato effetto di una carezza sulla tua testa, in ricordo di questa emozione mi danno un segno come quello della loro corteccia! Lo fanno per ricordarmi il dono e invitarmi a non smettere mai di cercare! MAI! Qualsiasi cosa mi succeda! Devi osare, osare sempre, figliolo: se tu non esci, le occasioni non ti vengono incontro! Prendi esempio dagli alberi: con le radici nella terra sognano sempre il cielo a cui tendono. In inverno si mettono un cappotto di neve e resistono ai venti gelidi, in primavera si coprono di foglie e rinfrescano il sottobosco, in autunno diventano d’oro e prestano il loro mantello estivo alla montagna. Tutto questo senza arrendersi o chiedere, ma resistendo!”.
Il nonno era mancato ai primi anni di scuola. Tornando a casa gli avevano spiegato che per un po’ non lo avrebbe rivisto e che sarebbe stato sulle sue montagne finché il tempo non avrebbe deciso diversamente. Rimase una notte intera a fissare le stelle dalla finestra. Pianse anche. E si chiese perché era stato costretto ad andarsene senza salutare. Ma era tranquillo: anche il nonno in quel momento stava fissando la volta stellata sopra la cresta degli alberi. Qualcosa li accomunava. Ancora.

Intanto aveva cominciato a praticare lo skate. Come in bici o a nuotare, era decisamente il più temerario. Goffo, a volte, ma ben determinato a non deludere e cercare l’occasione per farsi notare e provare a essere il migliore. La sua occasione era da cercare, ogni giorno. Altrimenti gli alberi non gli avrebbero mai concesso quel che davano al nonno. Sulla rampa in cemento della palestra, tutti gli altri skaters avevano rinunciato all’evoluzione nella parte ripida. Lui no: fece un primo salto, gli riuscì.

Ma non come voleva. Ne fece un secondo. Lo skate schizzò via alla velocità di un proiettile. L’ultimo ricordo prima della botta fu la tavola colorata che ruotava nel vuoto, come sospesa contro le file accecanti dei neon sul soffitto. Poi lo schianto della schiena sul piano. Un colpo fortissimo e la sensazione di un’interruzione del respiro e di non avere più un corpo. Alla scomparsa del dolore le gambe erano solo due appendici di carne attaccate al suo torso. Nulla di più.

Per i genitori nulla era cambiato nell’affetto che nutrivano per lui. Semmai quella creatura, tanto desiderata, era diventata ancora di più la loro ragione di vita. Il responso di tutti i dottori interpellati era comunque sempre lo stesso: non avrebbe più camminato ed era un miracolo che fosse ancora vivo.

Per Andreas l’immobilità era un peso. Si sentiva un bambino di serie B ed era ben conscio che il nonno non avrebbe gradito. Nonostante tutto divorava montagne di libri ed era diventato il mago della Playstation. In più aveva una mania giudicata bizzarra dai compagni: collezionava articoli di giornale relativi agli alberi. Alberi alti come palazzi, alberi famosi nella storia, alberi sradicati, alberi con case abitate sopra, alberi dei nuovi parchi, alberi che riducevano l’inquinamento. “Non potete capire voi!” diceva ai compagni con un certo sorriso dalla sua sedia a rotelle.

Un giorno gli capitò di leggere di un albergo strano che degli alberi aveva la forma e la materia. Aveva ormai 13 anni e il tempo inchiodato a quella sedia gli aveva dato modo di maturare più velocemente dei suoi coetanei. Sapeva che la natura era quel filo che ci permette di esistere sulla terra. Glielo aveva detto il nonno. Ci aveva studiato sopra e capiva perfino concetti adulti come ecosostenibilità, biomassa, energia rinnovabile, emissioni zero. Fu ecosostenibilità, biomassa, energia rinnovabile, emissioni zero. Fu impressionato dal leggere che quel luogo strano non solo si riconosceva in queste caratteristiche, ma era anche in cima a una montagna e non si raggiungeva con la macchina ma solo grazie a una piccola funivia. Quella sera stessa espresse al padre il desiderio di andarci il 13 febbraio, giorno del suo compleanno.

Era un tardo pomeriggio di fine inverno e il cielo cristallino trasmetteva gli aromi delle foreste trasportati a valle dal vento.

All’aprirsi delle porte della cabina un uomo si offrì per portare i bagagli spostando il cancelletto dell’uscita. La breve strada in salita era ricoperta da un leggero strato di neve che lo obbligò a chiedere l’aiuto del padre per superare il dislivello. Era forte ma la pendenza era troppa perfino per le sue braccia adolescenti. Era troppo eccitato.

Il cielo virava dal blu cupo sopra di lui, all’azzurro, fino a tre filiformi strati: giallo, arancio e poi rosso fuoco in direzione del tramonto. La volta celeste si chiudeva su un profilo frastagliato e un edificio che sembrava intessuto di legno, nel bosco illuminato dalla fioca luce dei lampioni. Percorsa la curva, alla costruzione bassa se ne affiancò una più tradizionale, davvero simile a quelle che col nonno era solito vedere sulle montagne.
L’ingresso dell’albergo era sormontato da un curioso lampadario che visto dal fronte aveva la forma a cono di un albero mentre da sotto era ramificato come un fiocco di neve che con l’effetto delle luci diventava una stella. Era tutto composto dalle corna che i cervi perdono in autunno. Erano tantissime. Al banco della sala una signorina vestita di nero elargiva sorrisi ai genitori mentre la sua attenzione era attratta dai più grossi divani che avesse mai visto.

Rivestiti di pelle che sembrava di mucca si domandò dove avessero trovato due animali tanto grandi da ricoprirli. Non gli piacquero, o almeno non tanto quanto aveva già adocchiato.

Il corridoio era una corsa prospettica verso la neve nelle finestre che si intuivano in fondo. Un lungo piano nel cuore del bosco che era un invito a lanciare la carrozzina in velocità, dosando la potenza impressa dalle braccia alle ruote e modulando con le mani sulla gomma le curve. Si trattenne. Convenne che era meglio guardarsi ancora un po’ intorno.

La porta a vetri portava un’insegna che informava di come, da lì in avanti, lo spazio fosse riservato agli ospiti. “Nur für vigilius Gäste”.

“Solo per gli ospiti di vigilius”. Fu compiaciuto di essere un ospite e si sentì un privilegiato. Che strano nome però Vigilius, pensò. Il pavimento in roccia viva gli trasmise l’idea di natura: era come nel bosco ma le ruote scorrevano senza ostacoli. Il legno c’era davvero: perfino nella copertura esterna. Il giornale diceva il vero.

Tanti listelli chiari rivestivano la bassa costruzione adagiata ad arco tra larici e abeti. Un grande camino vetrato chiudeva il corridoio dove questo formava una specie di piazza. A destra e sinistra le vedute si perdevano verso altri corridoi punteggiati da statue colorate. La base in tronco era solida e massiccia, mentre la parte superiore si assottigliava in figure di ragazze come quelle Winx per cui andavano matte le sue compagne. Lunghe, affusolate, colorate e bellissime, puntavano al lucernario che dal tetto diffondeva luce naturale nel locale. Il silenzio era surreale e solo le ruote della carrozzina e i passi dei genitori producevano dei suoni attutiti. La luce era soffusa e le fiamme del camino trasmettevano alle pareti il calore delle giornate d’estate.

La notte trascorse tranquilla. Il rumore del vento era l’unica interruzione delicata di uno stato di quiete che lo riportò lontano, ai boschi del nonno. Ne godette.

L’indomani papà e mamma erano già usciti per una passeggiata. Notò che la grande finestra occupava un’intera parete della stanza ed era affacciata sui crinali a monte dell’albergo, che si allungava come un grande abbraccio verso la successione di vette. Il prato era coperto da tantissima neve. Non sapeva stimarne lo spessore ma era sicuro che avrebbe potuto sprofondare e non essere più trovato fino al disgelo. Il manto bianco seguiva l’andamento del pendio tracciando un’onda sulla quale si allungavano le ombre dei larici. Il vento mescolava col cielo la polvere soffice. Fu attratto dagli alberi.

A sinistra dell’onda la parte superiore della foresta che ricopriva la montagna terminava con una decina di tronchi che si stagliavano soli contro il cielo. La pressione del vento su di essi li faceva ondeggiare. I rami spogli si tendevano come dita allargate a raccogliere tutta l’energia che fluiva attraverso le loro estremità.

Era come se la piccola comunità vegetale fosse coordinata e danzasse sospesa tra i flutti. Il manto bianco, i fiocchi, i tronchi e i rami componevano la scenografia più bella che gli fosse capitato di immaginare. Per qualche strano motivo, il vento cessò sulla distesa di neve, protetto forse dalla sagoma della casa. Gli alberi continuarono a danzare. Uno in particolare, quello più isolato, si muoveva più degli altri. Era diverso nella forma: un po’ più contorto, come seduto, temprato da chissà quante tempeste, immaginò.

Lo fissò.
Il tronco accennava un ondeggio leggero da sinistra a destra, ma i rami si muovevano verso l’alto al ritmo regolare di un invito al cielo di tante braccia. Raffica dopo raffica il movimento continuava, senza interruzioni. Forse gli stava dicendo qualcosa

Forse un invito.
Osare. Sempre.
Lo diceva il nonno.

Fissando quel ballerino solitario, frenò la carrozzina, si chinò a togliere le pedane, prese i piedi scalzi con le mani e se li appoggiò sul pavimento. Impugnò i braccioli. Lo sguardo fisso su quei rami.
L’energia concentrata su quell’inno al cielo. Sentirsi leggero al punto di volare.

Era in piedi.
ERA IN PIEDI.

Non se ne capacitava. Non sapeva come urlarlo. Le gambe funzionavano. Tentò anche un altro passo ma cadde verso la finestra. Non se ne preoccupò e ci mise un’ora per rialzarsi. Poteva farlo e sarebbe stato solo l’inizio. Rientrando dal loro giro, i genitori attraversarono la porta. Videro la carrozzella vuota e si spaventarono. Si lanciarono nel cuore della stanza. Un ragazzo felice era in piedi accanto alla grande finestra. Piangeva e rideva. E indicava all’esterno un gruppo di alberi che danzavano nel vento.
 
 
 
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