La mer

Lisa Echcharif
03.07.2019
 
La mer
Sono appeso tra due donne.
Chi sono loro? Come sono finito qui?
Sono appeso tra loro. Mi hanno preso per le braccia, mi tengono stretto. I miei piedi si alzano e si abbassano, come se qualcuno tirasse, come se fossi un burattino. E nonostante questo, ogni passo mi leva energia per ore. Il terreno è duro e irregolare. Se mi lasciassero andare, cadrei. Questo è sicuro. È l’unica certezza. Il rumore nella mia testa si fa più forte. Il rumore e le voci. Sussurrano e chiacchierano, schiamazzano e ridacchiano ed emettono grida stridule. Sento un suono raschiarmi la gola.
"Saremo lì tra un momento. Allez! Ancora qualche passo solamente, poi ce l'hai fatta. "
A chi appartiene questa voce?

Sopra di me svolazzano teli coloratissimi, viola, rosa, bianchi. Fluttuano, fluttuano nel vento come farfalle legate a un filo. Il vento mi accarezza il viso e le braccia nude. Mi solletica piacevolmente. I peli si rizzano sopra la pelle calda dell'estate. Vorrei togliermi la maglietta per sentire ancora di più il sole e il vento. Come quando al mattino ci mettevamo a correre in pantaloncini e a piedi nudi. Inizialmente maman ci veniva dietro con un tubo di crema solare. In realtà si arrendeva molto presto. Spellarsi era parte dell'estate, come le punture di zanzara e il gelato quotidiano, che facevamo con il succo di mela. Lionel e io. Mio fratello Lionel e io, interminabili giornate estive riempite dal tempo trascorso presso la grand-mère a Saint-Jeannet. Ma dov'è Lionel? Mi pare di non averlo visto per un arco di tempo altrettanto interminabile. Tutt’a un tratto la consapevolezza mi colpisce come uno schiaffo. Lionel è morto. Da un tempo infinito. Sento stridere le ruote del furgone delle consegne. Qualcosa di bagnato scivola lungo le mie guance.

Non sono steso sul mio letto, non sono nella mia stanza. La superficie è sconosciuta al tatto. Apro gli occhi. Stoffe colorate fluttuano sopra la mia testa, viola, rosa e bianche. Accanto al pallido azzurro estivo del cielo. Sono fuori, all’aperto. Sì, lo avverto distintamente. L’aria calda del sole sulla mia pelle. Risate e urla infantili raggiungono le mie orecchie. Suoni familiari, li riconosco. Cosa mi ricordano? Non riesco a sollevarmi, scivolo avanti e indietro, guardo i teli colorati, ascolto i suoni. Uno diverso, regolare, fuoriesce dal groviglio, rrschsch, rrschsch, rrschsch. Ora posso anche annusarlo. Sono al mare, il mio amato mare. Rrschsch, rrschsch. “Andiamo, pesciolino mio! Esci dall’acqua, hai labbra tutte blu!" esclama grand-mère.
"Ancora un pochino!"
Mi sto già tuffando nella prossima onda, mi sento davvero come un pesce.

Sono ancora sdraiato sulla spiaggia, sento l’aria estiva e ascolto il rumore delle onde. Quando l’acqua si ritira, le pietre rotolano e scricchiolano come le mie ossa. Lavo via i pensieri. Ora voglio vedere il mio mare. Con tremenda lentezza giro la testa e vedo solo pietre e gambe nude. Dov’è finito il mio mare?
Devo aver espresso contrarietà, perché una voce femminile mi dice: “Aspetta, girerò un po’ il lettino”. E così vedo il mare. Di un turchese profondo, quasi irreale, piccole onde danzano sfrenate formando una spuma bianca sulla riva, per poi cominciare daccapo la loro danza. Quanto mi è familiare questa scena.
“Bello, non è vero, papà?”, dice un’altra voce.
Papà? Un nome spunta dai miei pensieri. Marie!
Ho una figlia. Marie, figlia mia. Quindi l’altra voce apparteneva a Hélène, mia moglie. Le mie due ragazze, Marie e Hélène. Sento sollevarsi gli angoli della mia bocca.
“Dovremmo provarci” dice Marie. “È così in forma.”
“Non lo so”. Hélène ne dubita.
“Papà, vorresti entrare in acqua?”
Sì, sì, voglio rispondere. Solo un debole suono esce dalla mia bocca.
Ma le mie ragazze capiscono. Hélène mi colpisce le gambe per incoraggiarmi.
“Allez! Alzati, Marcel! Andiamo a nuotare.”
Mi sembra come se stessimo vagando per l'intero litorale, temo di non potercela fare. Ma poi improvvisamente sento l’acqua lambire le mie gambe. Acqua ghiacciata e poi fresca, spuma che mi lecca la pelle. La spinta dell’onda, che vuole tornare al mare, e poi quella successiva, che si arrotola e afferra l’orlo dei miei pantaloncini. Come fa bene. Rido. Una mano afferra il mio braccio. L’onda successiva si rompe sulle mie gambe e ancora un’altra, il ritmo senza fine del mare. Le gambe mi cedono, non voglio ammetterlo.
“Vieni, Marcel, torniamo indietro.”
Non ancora! Solo un pochino, vorrei dire.
“Lo so” dice Hélène, “pesciolone”.

Mi trovo di nuovo sotto le tende colorate e riesco ancora a vedere il mare. Il suo colore è diventato più scuro, verde petrolio. Delle mani mi accarezzano i piedi. Mani morbide e delicate. Le mani di Marie. Mi spalma la crema. Movimenti fluidi e circolari. L’unguento si raffredda meravigliosamente. Posso muovere le dita.
Marie ride. “Très bien, papà.”
Poi si siede accanto a me, la mia bellissima figlia, in bikini e pantaloncini di jeans. I suoi capelli sono raccolti in una treccia morbida e gli occhiali da sole nascondono gli occhi marrone scuro. So che stanno sorridendo, questi occhi. Sorridono sempre al passo con la bocca. Con le gambe distese lei siede lì e si lega a un braccialetto. Con gli stessi movimenti fluidi che hanno massaggiato i miei piedi.
Non dovrebbe essere seduta qui. Marie dovrebbe ridere, ballare, fare sci d’acqua, combinare un appuntamento. Non sedersi qui accanto a suo padre malato.
Marie mi guarda e ride, con la sua risata solare.
“Oggi è una giornata meravigliosa, papà!”

Traduzione: Stefano Zangrando
 
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