La mia infanzia in Camerun ed il caffè

Georges Ngang Mbile Samuel
13.11.2007
 
Dicono che nel Camerun la gente sia la più tranquilla, gentile e pacifica di tutto il continente africano. Io credo di avere una spiegazione per questo fenomeno. Nel corso della storia, clan e tribù si sono talmente mescolati tra loro che praticamente non è possibile offendere qualcuno che direttamente o indirettamente sia un tuo parente. Perciò a tutti conviene andare d’accordo e volersi bene.

La mia famiglia lavorava nell’agricoltura e io, da bambino aiutavo durante la raccolta del caffè. Strano, dovevo lavorare per raccogliere un prodotto che nel mio paese nessuno degustava. Si dovevano raccogliere i frutti, essicarli, lavarli nel fiume, pestarli nel mortaio. Non avevo mai visto dei chicchi tostati, avevo visto la polvere scura macinata, ma mai assaggiato un caffè. Dopo anni, arrivato a Roma ho visto i chicchi già tostati in un recipiente di vetro e chiesi se quello era caffé. Mi guardarono increduli e dandomi una manciata di chicchi risposero: “Certo che è caffé!”. Li misi in bocca, li masticai e rimasi letteralmente scioccato. Associavo quel sapore amaro e asciutto con il cattivo odore del caffè non ancora privato della sua polpa che per tanto tempo avevo faticosamente lavato nel fiume. Tutto per una cosa che da noi nessuno consumava.

Oggi in Europa una società senza caffè è inconcepibile. Ogni tanto ne bevo uno in compagnia, ma inevitabilmente riaffiorano i brutti ricordi della mia infanzia di stenti e sacrifici. Subito bevo un bel bicchiere di acqua fresca e mi sento subito meglio.
 
 
 
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