La montagna chiama

Autor Anonym
01.11.2009
 
La montagna chiama. Mi tappo le orecchie. Sono testardo. Con gessetti colorati dipingo un grosso NO di colore rosa e celeste sull’asfalto. E sotto: IO NON VADO IN MONTAGNA. E per sicurezza, sotto ancora, in rosso aggiungo: ASSOLUTAMENTE NO! Deserto cementificato, cara la mia città. In un angolo, tra le fessure, si contorce alla luce del giorno una margheritina. Vado lì e la strappo. Poi tiro la palla contro il muro grigio, come rimbalza bene, … ancora un tiro, GOL! Mio padre mi prende di forza sotto braccio e mi carica in auto. Senza pietà. Impreco, a bassa voce, ci manca anche solo la predica. Siamo in viaggio, abbiamo lasciato la città, sento già la puzza di letame. E’ questo l’odore del grande immenso mondo? La strada si fa più stretta e tortuosa, inizio a stare male. Mio padre mi passa uno di quei sacchetti antivomito che distribuiscono sugli aerei. Sempre la stessa scena. E una volta arrivati, tutto quel cibo così sostanzioso, speck, formaggio, pane duro. Da bere, sciroppo di lampone troppo annacquato. Sto ancora male e la calzamaglia mi pizzica.

Sogghigno tra me e me. Mia figlia mi è seduta accanto, testarda. Tra il resto, non indossa nemmeno la calzamaglia. E’ estate. Abbiamo ordinato Schlutzkrapfen, tipici ravioli di spinaci e ricotta, che ce li servono cotti al punto giusto e, come ci spiegano, sono fatti in casa con farina di segale. Ad ogni boccone, la sua rabbia sbollisce. Burro fuso in cui le sue piccole dita intingono il pane nero, talmente concentrata affinché non ne vada persa nemmeno una briciola. I suoi grandi occhi spalancati mi guardano mentre assetata beve il suo sciroppo di lampone. Ci avviamo verso la malga, vuole vedere le mucche. Si ferma a raccogliere i fiori freschi per darli agli animali, si fa sempre più coraggiosa, anche se le sue risatine tradiscono un po’ di agitazione. Torniamo alla stazione a monte, mano nella mano, tenendo lo stesso passo, al ritmo di divertenti filastrocche. Abbiamo ancora un po’ di tempo e ci sediamo in terrazza, davanti ad una tazza di caffé e di cioccolata, sino a quando cala la sera sulla vallata e la funivia con il suo ronzio raggiunge la stazione a monte.

La valle chiama. Ci tappiamo le orecchie.
 
 
 
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