La nave che verrà

Katrin Deibert
17.01.2014
 
La nave che verrà
«Il desiderio non esiste più. O quantomeno è in via d’estinzione, come un fottuto orso polare, o l’eloderma. Questa cosa mi fu chiara la scorsa estate. Ero con i miei genitori su un’isola greca. Incredibile, lì non c’era l’aeroporto, si doveva prendere un traghetto ad Atene e viaggiare per ore. Mio padre ci ha fatti andare su e giù per la nave (c’erano almeno 35 gradi) alla ricerca del “posto migliore”. Quando abbiamo lasciato il porto – o meglio: quando siamo salpati – verso il mare aperto, ci siamo dovuti mettere alla ricerca di un nuovo “posto migliore” perché l’altro ci era sfuggito da sotto il naso, volato via. Sei ore dopo siamo arrivati a Naxos. Era impressionante. Non tanto il fatto di doversene stare seduti sulla bagnarola, quanto piuttosto quel modo di viaggiare lento e, in un certo senso, solenne. Sull’isola me ne andavo in giro da sola; avevo trovato, alla foce di un fiume, un ampio canale scavato nella sabbia dall’acqua scintillante, ma salmastra, del colore del rame e che puzzava quasi di marcio. Poi mi sono resa conto che potevo risalire il fiume. Più mi allontanavo, più l’acqua diventava fresca e chiara; c’erano tartarughe e rane. Continuavo a camminare nell’acqua finché su una riva scorgevo un banco di sabbia privo di vegetazione, o un sasso. Allora mi accovacciavo comodamente, in modo tale che le gambe non mi si addormentassero subito, e rimanevo in quella posizione cercando di non muovermi. È veramente incredibile quanto possa prudere il naso quando uno non può grattarsi. Allora cercavo di raggiungere uno stato in cui avrei liberato la testa dai pensieri e non sarei stata di nessun disturbo per gli animali. Una volta – il sole già caldo mi batteva sul piede – si è avvicinata una tartaruga arrancando. Tutta risoluta, con espressione rabbiosa e muovendo con grande sforzo le zampette, alla fine è riuscita ad arrampicarsi sul collo del mio piede, ha allungato il collo verso il sole e si è lasciata trasportare dai pensieri, come me. Mi sentivo come il dott. Doolittle, o Francesco D’Assisi, non come una ragazzina che a scuola viene sempre rimproverata perché non riesce a stare ferma un momento.
Spesso andavo al porto. Il molo non era grande e non arrivavano mai più navi nello stesso momento. Mi piaceva star seduta sulle bitte di metallo vicino all’acqua. Guardavo le persone in attesa parlare al telefono con i propri cari o ricevere da loro sms quando la nave neppure si intravedeva; oppure stavano a parlarsi al telefono, fino a trovarsi l’uno nelle braccia dell’altro. Era una cosa che trovavo stupidissima.
Se fossi stata in loro e avessi aspettato qualcuno a cui voglio bene, ma bene veramente, allora non avrei voluto sapere con esattezza se lui fosse stato veramente su quella nave; con un po’ di ansia l’avrei cercato, non appena fosse stato possibile riconoscere il profilo dei passeggeri sul ponte di coperta. Lui sarebbe stato lassù a sperare che fossi venuta a prenderlo, che fossi lì ad attenderlo piena di speranza. Poi ci saremmo visti e avremmo cominciato a sbracciarci come pazzi. Una volta sbarcato, gli sarei corsa incontro fino quasi a travolgerlo.
Come potrebbe mai essere la stessa cosa con il cellulare? Proverei le stesse emozioni se già dal Pireo mi arrivasse un sms che dice: “Mi sono imbarcato, sono lì tra sei ore!”. Lo attenderei così come desidero attenderlo? Allora non ne ero ancora così sicura, ma ora ho capito che il desiderio è scomparso dalla vita della maggior parte delle persone. Abbiamo scambiato questa emozione così speciale con la delusione. Una vera fregatura. Me ne stavo lì a convincermi che le emozioni sono in via d’estinzione perché la tecnica moderna ce le rende impercettibili. Ma si può dire così? Beh, non importa, avete capito. Comunque sia: io me ne stavo lì mentre davanti ai miei occhi sfilavano i primi camion diretti verso la stiva della nave.
Quei pensieri sul desiderio mi avevano intristita e io aspettavo di veder salpare la nave. Un signore – dalla faccia avevo pensato che fosse un inglese – era stato accompagnato al porto dai suoi amici. Era grande, avrà avuto almeno una quindicina d’anni più di me, ma sembrava più vecchio, e allo stesso tempo aveva un viso da bambino. I suoi amici lo abbracciavano, ma la sua espressione sembrava vuota, grigia dal dispiacere. Forse era morto qualcuno o magari gli avevano rubato i bagagli. Gli amici gli avevano infilato in tasca soldi e sigarette, per consolarlo. Con sé aveva solo una borsa da viaggio ed era salito a bordo solo all’ultimo momento. La nave stava per salpare, quando sul molo era arrivata a tutta velocità una piccola auto bianca. Il capitano di porto, un uomo in uniforme bianca, aveva bloccato la strada all’auto, aveva colpito il cofano del motore e aveva cominciato a soffiare nel fischietto. Non era una scena insolita. Poco prima della partenza bloccavano sempre l’accesso al molo, nessuno poteva avvicinarsi finché la nave fosse salpata. Ma l’auto non aveva fatto marcia indietro; anzi: era scesa dall’auto una donna. Era altissima e indossava un vestito lungo, turchese, con una stampa colorata. Aveva i capelli tinti biondo scuro e un naso con cui si sarebbe potuto affettare un cetriolo.
Aveva folgorato con lo sguardo il pover’uomo in uniforme bianca e gli aveva sibilato qualcosa in greco; deve essere stata molto brusca, perché lui aveva fatto un passo indietro brontolando qualcosa tra sé e sé. La donna era avanzata di qualche passo e aveva sollevato lo sguardo verso il parapetto della nave. Ed ecco l’inglese. Si era sporto guardando in basso, verso di lei; lui continuava ad avere un’aria terribile. Ero contenta che lei non fosse scoppiata in lacrime o che non si fosse messa a fare scenate. Nel modo in cui se ne stava lì, dritta come un fuso – alta almeno uno e ottanta – avevo la sensazione che gli stesse chiedendo di rimanere.
Il traghetto aveva fatto risuonare la possente sirena: l’ultimo saluto.
La nave si era allontanata già di qualche metro. La donna e l’uomo erano rimasti fermi come due statue. Allora lui aveva cominciato ad arrampicarsi sul parapetto della nave. Io pensavo: No, che fa, è troppo alto! E già faceva oscillare una gamba dal parapetto.
Era scoppiato un tumulto. Il poliziotto aveva ricominciato a fischiare, qualcuno parlava nell’altoparlante, nelle ricetrasmittenti, ma invano. Lui l’aveva guardata e si era tuffato in acqua. Lei aveva lanciato un grido breve, roco e pieno di spavento. Tante persone, tra cui io, erano accorse alla banchina. Tra le grida agitate, un portuale si era tolto le scarpe. Ma poi l’inglese era affiorato in superficie e io, che mi ero dimenticata di respirare, avevo preso aria assieme a lui. Lui non aveva fatto caso alle urla attorno a sé, quello in uniforme bianca gli gridava qualcosa fortissimo, l’aveva tirato per una manica, ma lui gocciolando era andato verso di lei, erano saliti in macchina e se ne erano andati.
Forse diventerò una befana frustrata e sola, oppure diventerò stramba. Non mi importa. Chi mi ama, mi deve desiderare, per me deve saltare in acqua e tutto il resto. Quella sensazione a metà, tenue e strana, la delusione, io non la voglio. Per me esiste solo l’amore o l’odio. Dopo questa esperienza vado dritta per la mia strada e se incrocio leggermente gli occhi e guardo verso il basso, il mio naso sembra già molto più sottile.»






 
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