La scrittrice

Stefano Zangrando
27.02.2019
 
La scrittrice
Tutto era iniziato con un libro, il suo ultimo romanzo. “Leggilo, ti prego”, mi aveva detto Pia, la mia vicina, amica e ammiratrice della scrittrice, che però io non avevo mai visto né letto; ogni volta che ne vedevo una foto sui media, mi sembrava troppo bella per essere anche una brava. Un’opinione maschilista, probabilmente. Sta di fatto che anche Pia stavolta era incerta, perplessa, e mi pregò: “Leggilo e dimmi cosa ne pensi.”
Era una richiesta insolita. Pia mi aveva parlato spesso della scrittrice, ma fino a quel giorno non mi aveva mai invitato a leggerla. Avevo sempre creduto che la sua ammirazione per lei tradisse una specie di amore platonico, un’omosessualità repressa e che perciò la tenesse per sé. E invece stavolta chiedeva un parere a me, il suo vicino, il professore. Così andai in libreria e comprai il romanzo.
Lo lessi con crescente turbamento. Senza dubbio era l’opera di un talento straordinario, di una scrittrice vera, ma qualcosa in quel romanzo mi sfuggiva. Era incentrato su una molestia sessuale, ma non c’era un giudizio morale sull’atto, piuttosto, uno sguardo disincantato sul mondo che lo giudicava. E una capacità, stupefacente per un’autrice di appena trent’anni, di calarsi in personaggi maturi, consumati, dei quali era impossibile dire se fossero più cinici o autentici. Eppure qualcosa continuava a sfuggirmi. Era un negarsi, un sottrarsi alla comprensione. Il riflesso di un’ombra. A Pia non seppi cosa dire.

Poche settimane dopo, a fine maggio, Pia bussò alla mia porta. Sapeva che al termine dell’anno scolastico mi sarei assentato per un mese, avrei lasciato la casa in città e me ne sarei andato in montagna, lontano da tutto.
La sua amica scrittrice cercava un alloggio per venire a lavorare in città. “Non sopporta la riviera d’estate”, disse Pia sul pianerottolo e mi chiese se potevo subaffittare alla scrittrice il mio trilocale per qualche settimana.
“Volentieri”, risposi un po’ troppo in fretta, “dovrò solo incontrarla per darle le chiavi.” Non mi venne proprio in mente, lì davanti a Pia, che le chiavi avrei potuto darle a lei. Pia dovette fiutare qualcosa e non si propose come intermediaria.

Ci trovammo tutti e tre il primo giorno di agosto al tavolo di un ristorante vicino a casa. Nei giorni precedenti avevo scambiato qualche email con la scrittrice e lei aveva sempre risposto laconica, con un’interpunzione e una sintassi controllate che non lasciavano spazio alle emozioni.
Ma la giovane donna avvenente e un po’ slavata che avevo davanti adesso, e al cospetto della quale mi sforzavo di essere brillante, era tutt’altro che una statua. Piuttosto il suo volto, quei lineamenti belli sotto l’acconciatura bruna corta, tradiva un languore sempre sul punto di rovesciarsi in difesa, di farsi spigoloso. Eppure la scrittrice rideva, rideva con gusto, in un modo intonato a quella sua studiata trascuratezza.
Le lasciai le chiavi desiderando che occupasse i miei spazi, che li pervadesse e quell’ultima notte dormii a casa di Pia. La mattina dopo, di buon’ora, partii per la montagna.

Tornai in città quando la scrittrice se n’era già andata da giorni. Le chiavi me le restituì Pia e, quando entrai in casa, sentii un odore nuovo. Per un attimo sperai fosse il suo, l’odore della scrittrice, ma era solo un detersivo diverso dal solito che lei aveva usato per le ultime pulizie. A parte quell’aroma dolciastro e una busta sul tavolo della cucina con i soldi che avevamo concordato per l’affitto, non aveva lasciato tracce.
Quello stesso giorno, era il primo di settembre, chiamai la segreteria della scuola e annunciai che di lì a un mese si sarebbe tenuto un incontro con la scrittrice. Poi scrissi un´email a quest’ultima, la invitai a presentare il libro ai miei studenti, le proposi di dormire da me, le offrii un onorario ridicolo, il solo che la segreteria aveva potuto concedermi, e sperai che accettasse.
La scrittrice accettò.

Andai a prenderla in stazione nel primo pomeriggio. Aveva i capelli ancora più corti della volta precedente e gli indumenti neri, unisex, ne snellivano ancor più la figura.
Le portai i saluti di Pia, che quel giorno aveva il turno pomeridiano. Forse ci avrebbe raggiunto dopo cena, dissi alla scrittrice, e la portai direttamente a scuola.
L’incontro andò benino: la scrittrice lesse, raccontò, si spiegò, ma gli studenti faticarono a capirla. Una studentessa mi sussurrò che per lei la scrittrice era stata “complicata”, un altro, un ripetente, la definì “una snob” e una mia collega la giudicò “troppo sofisticata”.
Se non altro alla fine la scrittrice firmò una copia del suo romanzo per una mia collega, non quella cui non era piaciuta, un’altra, un’insegnante di scienze a un anno dalla pensione.

Dopo l’incontro, la scrittrice non volle passare a casa mia a deporre la borsa con gli effetti personali. Andammo direttamente in un bar, bevemmo un aperitivo, poi passammo in una trattoria, la invitai a cena e bevemmo ancora. Quando arrivammo finalmente da me, tirai fuori una bottiglia di rum. Ci sedemmo al tavolo della cucina e bevemmo. Pia non si fece viva.
Parlammo per tutta la sera, fino a notte, sempre meno lucidi, e più parlavamo, più mi deprimevo. Ero un professore calvo di quasi cinquant’anni, che diavolo mi ero messo in testa? Ma soprattutto, la scrittrice non faceva che parlare di scrittura, di scrittori, di editori, di traduzioni, di recensioni, di premi. Io la assecondavo, cercavo di interessarmi a quel che diceva, ma in realtà ero frastornato dal suo aspetto, da quella bellezza che non s’incrinava neanche fiaccata dall’alcol. Ero sul punto di struggermi, lo sentivo, le feci qualche domanda, ma non riuscii a trovare nessun accesso a un argomento più intimo. La scrittrice rimaneva impenetrabile. Rimaneva soltanto una scrittrice.
Quando le offrii il mio letto a due piazze, proponendomi di passare la notte sul divano, la scrittrice rifiutò. Preferiva, disse, dormire lei sul divano.

Il giorno dopo, benché non avessi lezione, mi svegliai presto, mi feci il caffè, mi sedetti al tavolo della cucina e accesi il computer portatile.
La scrittrice si svegliò un’ora dopo. Sentii aprirsi la porta della camera e di lì a poco mi passò davanti la sua figura in pigiama. Ci salutammo, alzai appena lo sguardo, volevo essere discreto, arrivai a posarlo a metà del suo corpo: all’altezza del bacino, sotto l’orlo della maglia, il cotone elastico e morbido dei pantaloni chiari si posava aderente intorno ai fianchi e sull’inguine piatto. Poi, quando la scrittrice si voltò per prepararsi il caffè, sui glutei perfetti e, ancora, sulla linea snella dei fianchi.
Riabbassai lo sguardo sullo schermo. Poco dopo, appena la scrittrice si ritirò in bagno per il primo bisogno del giorno, sospirai.
In quell’istante bussarono alla porta, poi si udì dal pianerottolo la voce allegra di Pia.
 
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