La soglia

Micaela Bertoldi
20.10.2010
 
Sto seduta sulla panchina all’ombra del tiglio. Di fronte a me splende sulla cipolla del Duomo una luce primaverile. Dietro intravedo il profilo del monte all’orizzonte, così vicino da sembrare incombente; tuttavia lo avverto come presidio protettivo, abbraccio costante e silenzioso.
L’intorno non disturba le mie elucubrazioni.

Perché mai avranno aperto questo Trento Film Festival con Signorina Else?
E i Marlene Kuntz, che ci fanno? Ah, sì, devono rivestire il film di musica.

Ma come sarà possibile seguire un film muto, incentrato su un monologo perenne pur senza che verbo alcuno venga proferito?

Quello Schnitzler, però, se la cavava bene con le parole. Ed Else! Una che parla in diretta, senza neanche prendere fiato. Idee che si accavallano una sull’altra.

Eppure l’atrio dell’albergo di San Martino di Castrozza – nel film trasformato in St. Moritz – era un vero via vai di clienti che a ogni momento interrompevano il suo vagabondare con la mente. La povera Else, invece, voleva solo seguire il filo di un discorso.

Chissà, mi vien da dire, forse il fatto che si tratta di un film muto può permettere di rendere meglio l’altalena dei pensieri, la ridda di ansie che si accumulano come cirri nuvolosi.

“Basta pensare a lei!” mi dice Paolo venendo a sedersi accanto a me.

Ma io non riesco a non seguirla. Mi sento invasa dal pensiero fisso che inseguiva Else: come recuperare i trentamila fiorini per il padre spendaccione e imbroglione pieno di debiti?

È un pensiero che in certa misura assomiglia un poco a un mio farneticare: come riuscire a superare la soglia. Da tempo mi ritrovo a pensare, anche senza rendermi ben conto della portata del quesito, alla necessità di affrontare un punto nodale dell’esistenza. Che non so neppure in cosa consista, quale sia la natura del problema, la sua effettiva ricaduta.

“Ma senti un po’, cosa è venuto in mente a Maurizio Nichetti di iniziare così questo Festival? Cosa c’entra la signorina Else?”

“E a me lo chiedi?” ritorce Paolo infastidito.
“È una cosa che mi intriga, perché non mi viene una risposta decente, con facilità. Ma sì, forse perché la signorina si trovava proprio a San Martino di Castrozza e i cieli del tramonto, l’Alpenglühen, le intenerivano il cuore fino a impossessarsi del suo corpo, facendolo vibrare di commozione…”

E poi, come farà il film a mostrare solo con le immagini il contenuto della lettera che la madre aveva inviato a Else, buttando sulle sue spalle il peso della ricerca di soluzione a un problema insolvibile per i genitori stessi? Freddo egoistico calcolo di donna che rinuncia alla responsabilità di essere madre per la giovane figlia pur di evitare lo scandalo nella società altolocata!

Davanti ai nostri occhi si ripeterà una delle tante vicende che nei secoli hanno segnato l’esistenza di tante ragazze: la spensierata Else, informata del dissesto finanziario della famiglia, verrà spinta a rivolgersi per un prestito al collezionista d’arte – amico di famiglia, a costo della sua dignità. E il facoltoso Herr von Dorsday non si farà scrupoli a esigere da lei l’appagamento delle sue morbose voglie di attempato dongiovanni.

E tutto questo cosa c’entra con le montagne di oggi?, mi chiedo. Con le montagne della vita e con i dirupi in cui si precipita, forse!

Io non riesco a pensare se non a quella lettera. Sarà perché anche a me, proprio oggi, è arrivata una raccomandata postale. Devo andare al paese domani, all’ufficio delle poste – zum Postamt – per appurare cosa sta per accadermi. Sento che c’è qualcosa in corso. Ma stasera nel cielo solo un misto di nuvole vaporose che si spostano rubando e poi restituendo l’azzurro. Domani sera mi troverò con Giulia per prendere coraggio ed entrare in quell’auditorium affollato.

“Sempre che mi riesca di venire,” mi fa sapere Giulia. “Mi sono rovesciata addosso un pesante vaso sul piede e l’alluce si è gonfiato in un batter d’occhio. Non si infila neppure la scarpa. Ti telefonerò per conferma.”
C’è un clima di domande e di attesa, sebbene io sia certa – e non so neppure perché – che non ci sarà un Herr von Dorsday che, appoggiando un piede sulla panchina su cui siedo aspettando Giulia, indugerà in profferte velatamente morbose. E anche se ci fosse, non avrebbe possibilità alcuna di vedere accolte le sue pretese.

No, questo non fa parte della mia storia.

Eppure Else e la sua sotterranea attesa sono qui a intrecciarsi con me.

Attendo l’ora giusta per fare il mio ingresso. Dio, come sono spettinata, spenta di colori, giù di moda. Mi accorgo di confondere i piani del pensiero.

Dall’unico centro d’attrazione – rivedere, forse, lui – idea che sempre si impone anche quando non te lo aspetti – passo al timore che non arrivi Giulia, alle considerazioni sul mio aspetto.

Capovolgo una delle frasi del farneticare di Else. Se lei diceva “Sono bella, bella. Guardami notte. E voi, montagne, guardatemi!”, mi viene da dire: “Sono spenta, spenta. Guardami notte. E voi, montagne, NON guardatemi. Preferisco restare qui su questa panchina nella sera che avanza. E non incontrare nessuno.

L’editore che deve pubblicare il mio romanzo non verrà, lo sento. Giulia mi darà buca all’ultimo momento. La lepre non comparirà tra l’erba, perché stasera non ci saranno sorprese.

Come supererò la soglia? Oltrepassare quella semplice linea che segna il dentro e il fuori, il contatto con chi si ama, il successo o l’insuccesso?

Infine si fa l’ora di entrare. Seguo la corrente, entro nell’atrio. Amici, incontri, baci sulle guance, saluti di rito, quattro parole sui piccoli mondi che vanno a rotoli, sulle tante mediocrità che, messe insieme, non formano un’intelligenza.

L’avevo detto, io, che si sarebbero dovute affrontare le sfide senza avere cuore di struzzo. E invece ora tutto sta precipitando indietro e molto di ciò che era stato raggiunto, rifluisce col ritrarsi della marea.
“È inutile piangere sul latte versato,” diceva il nonno. “Tieni il passo, vai avanti.”

Di colpo le luci si attenuano, piano si erge un pulsare ritmico come battito cardiaco che poi, via via, si fa musica. Sale e sale la tensione mentre si snodano i sette atti del dramma. Che infine si compie in tutta la sua forza coinvolgente. Ritmo di immagini abbinato al crescendo della musica. Potente.

Non so se sono riuscita a sfuggire al vuoto che mi insegue. Nella sala affollata oltre misura c’è solo un respiro, che mi rimbomba nelle orecchie.

È il suo, lo sento.

Nel frastuono della musica risuona la sua assenza. Non c’è modo di vincere la sfida. La soglia attraverso cui passare è invisibile, frantumata o svanita come il sogno infranto di Else.

Scrosci di applausi inseguono le desiderate vette illuminate dal sole a S. Moritz alias San Martino di Castrozza. L’emozione prosegue – alta, profonda.

Tutti sono appagati. Chi cercava il romanzo, chi il film frutto di alta regia, chi la musica.

Esco dalla sala. L’editore non s’è fatto trovare, la storia non oltrepassa la soglia.

La musica per questa sera è finita.

Pubblicato in "mountain stories 2010/11"
 
 
 
Twitter Facebook Drucken