Les Veilleuses

Francesco Forlani
09.11.2010
 
Erano verdi, rosse, e c’erano già da prima della tua venuta. Esistevano da molto tempo prima, nel mondo. Le cercavi con la coda dell’occhio non badando alla luce ma alzandoti facendo leva sui gomiti, oppure lasciandoti quasi cadere dal letto a castelletto, da sopra, perché quando dormivi sotto ce l’avevi dritta davanti a te. Una luce tenue capace di illuminare ogni più recondito angolo, piccola e diffusa per tutta la cameretta. C’era un gesto di madre dietro – non erano certo i padri a chinarsi sulla presa per il lumicino – e insieme al respiro di chi ti dormiva nel letto accanto o in quello di sopra, sotto, c’era una luce appena appena colorata, a farti compagnia.

Piove. Piove e fa freddo. Dicono che nevicherà durante la notte, ma per la notte non ci dovremmo già essere più. Si consegna la merce in albergo e poi si viene via, si scende a valle. Così stasera pioverà, farà fresco ma di certo non nevicherà. Abbiamo cominciato a salire da nemmeno un’ora e già soffriamo le curve, ci guardiamo ogni volta che si supera un tornante con la stessa segreta soddisfazione di chi l’ha fatta franca. Ogni volta che il mezzo si ripiega al tornante, si apre un paesaggio diverso da quello appena lasciato sulla destra. Ora una piccola casa tra gli alberi, poche mura di cinta che emergono dalla vegetazione, i ruderi di un vecchio castello, un fitto bosco, nero, e sull’altra le macchie di neve sulle rocce grigie e bianche, un rifugio isolato sulla cima. Non ci vengono incontro macchine, a quest’ora del pomeriggio i turisti saranno tutti impegnati e così per quanto faccia freddo – però abbiamo acceso il riscaldamento – l’attenzione non morde le mani al volante, attanagliate dalla paura di vedersi sbucare davanti qualcuno, all’improvviso. Mettiamo un po’ di musica, cerchiamo una stazione radio che ci faccia del bene ed ecco che in una lingua che non conosciamo bene ma che ci è familiare, ci assalgono le note del ritornello. “Dreh dich nicht um – oh, oh, oh Der Kommissar geht um – oh, oh, oh. Er wird dich anschauen, und du weisst warum – Die Lebenslust bringt dich um. Alles klar Herr Kommissar?” Durante la salita la sensazione che hai è di allontanarti da qualcosa, da qualcuno, e allora senti insieme alla gioia del distacco dei piedi da terra, la vertigine del vuoto che si fa sempre più profondo. Fumiamo, cioè soltanto io, però ci facciamo compagnia anche così, standocene in silenzio nei nostri pensieri. Io e il mio cane Lillo. Hai l’aria contenta quest’oggi, eh Lillo, ti piace la montagna? Correre per i sentieri, inseguire dei gatti selvatici, cervi e cerbiatti, o Lichtkäfer, certo, le lucciole, scovandole come la scorsa volta che eravamo venuti ed era quasi buio e tu le annusavi una ad una e scostavi il muso quando si facevano troppo vicine. Lo sai, no? Lillo, che era proprio buffo vederle ballare sulla coda elettrica. Comunque lo capisco da solo, da come mi guardi a volte, sarà quella malinconia che ti fa gli occhi liquidi e quasi ci annego in quella tristezza. Ti manca eh? Lo so che ti manca anche se non me lo dai a vedere, e se proprio vuoi saperlo, ma giura che non lo dirai a nessuno neh, giuralo sul dio dei cani di razza, sulla madonna dei bastardi! Tanto lo sai, s’era capito no? Anche a me manca, una casa. Una cosa che dici “ecco, mi sento a casa”. Una sosta, eh? Sento che me lo stai per chiedere e vedo una piazzola che fa al caso nostro.

Parcheggiamo il mezzo in modo che al passaggio di macchine lo spostamento d’aria non lo ribalti.

Dai vieni, di qui, ci sono sentieri battuti, e fa in fretta che ho freddo, non vorrai mica che mi ammali? Su Lillo corri a prendermi questo pezzo di legno oltre il fosso, ehi non vorrai mica sfidarmi adesso su chi corre più veloce, dai musone fatti sotto, anticipa il vento che vuole scipparti il bastone. Ah scusa scusa, certo fa pure, se vuoi mi volto dall’altra parte che quando avrai bell’e finito almeno non dovrò pulire il sedere ai marciapiedi, al giardinetto in città. Su, su, è ora di andare, non vorrai mica che ci colga la neve al ritorno? Certo che lo so, Lillo, che non lo vuoi, su, monta in fretta, ops, sportelli chiusi, si parte.

Mi piace il pomeriggio in montagna per la luce che sembra non volersene andare mai. Il passaggio alla sera lo decidono gli occhi, e nell’aria si espande freschezza pungente, una vasta distesa di campo di elettricità. Quando arriviamo all’albergo però è quasi sera. Ci accolgono con gentilezza. Il direttore, complimentandosi per la serietà con cui lavoriamo, mi dice che “ormai sono di casa” lassù e subito dopo aver firmato la bolla di accompagnamento ci ha addirittura chiesto di restare a dormire, ospiti, naturalmente. È preoccupato per il ritorno, le previsioni del tempo dicono neve. Ci siamo lanciati uno sguardo con Lillo di complicità come a dire “perché no” e abbiamo accettato.

Hai visto? Ti hanno perfino portato una ciotola con l’acqua tutta per te! Sono gentili eh? Ti confesso che il portiere di notte lo farei volentieri, sai, però di giorno no, non mi piace dovere per forza cosare alla gente. La notte invece te ne stai zitto, una buonanotte qui, un’altra più in là e ascolti, respiri le cose del mondo che ti porta il cliente ogni volta diverso, ogni volta di un mondo che è il mare, campagna, una grande città lontanissima. E ti sembra che vengano qui, tra le cime più alte solo per potersi guardare casa da così lontano, quasi apprezzarne il valore, delle proprie cose, dell’anima che troppo vicino non scorgi.

Abbiamo mangiato come principi nella sala da pranzo quasi deserta, serviti da camerieri indulgenti con gli abiti nostri poco eleganti. La stanza che ci hanno dato ha un balcone che sembra sospeso sui boschi. Si vedono stelle perfino girando la testa. Poi, quando è ormai ora, spegniamo le luci. Per prendere sonno, lasciarci cullare dall’aria che sa di freschezza.

Strano, Lillo che ci possano esserci lucciole in questa stagione. Guarda, due sono entrate da sotto la porta e ora volano in mezzo alla stanza facendo lo stesso rumore degli interruttori. Lo spazio dapprima sommerso nel buio si dilata seguendo il loro volo. Chissà se muoiono davvero a ogni alba. Poi chiudo gli occhi, Lillo dorme da un pezzo e lo sento ronfare. L’immagine di un tempo lontano mi accarezza la fronte. Mi dà un brivido l’acqua di fonte che sgorga dal cuore, che come facendo breccia nella roccia irrora i ricordi.

Erano verdi, rosse, e c’erano già da prima della tua venuta. Esistevano da molto tempo prima, nel mondo. Così se ti veniva d’aprire gli occhi all’improvviso ne scorgevi la mano sicura, i suoi fasci di luce come dita. Spariva durante il giorno come una lucciola. E all’improvviso, al crepuscolo la vedevi apparire. Un respiro lungo senza intermittenza, tra te e tua madre, era.

pubblicato nell'edizione mountain stories 2010/11
 
 
 
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