Little Winnetou

Beatrix Erhard
03.07.2019
 
Little Winnetou
Un passo e poi un altro, un passo e poi un altro. Lenny fissa i piedi infilati nei mocassini chiari in pelle di daino che Piccolo Sole ha ricamato con fili di lana rossi, azzurri e lillà. Per terra si stagliano macchie di sole che fanno brillare i pantaloni chiari di Lenny, anch’essi in pelle di daino. Sente stringere la mano e alza lo sguardo verso Piccolo Sole. Così suo papà chiama la mamma, e Lenny anche. Sorridente pronuncia quel nomignolo quando lui e Lenny rientrano in casa tardi, perché sono rimasti troppo a lungo nella tenda che c’è in soffitta. Piccolo Sole non rimane mai arrabbiata a lungo. I miei due indiani, dice allora ridendo e abbraccia Inchu Chuna, che nella lingua degli apache mescaleros significa “il grande sole”.
Solo una settimana fa Lenny era seduto con Inchu – lo chiama così – nella tenda e hanno fatto programmi per il fine settimana. Volevano andare dove c’è una riserva di lupi e osservarne un branco autentico. Poi Inchu, come ogni primo venerdì del mese, la sera è salito in bici per andare a incontrare i suoi amici in birreria. Lenny allora è dovuto andare a letto. E quando il mattino dopo si è svegliato, tutto era cambiato.
Tutto.

Ora stanno uscendo dalla chiesa. Piccolo Sole tiene lo sguardo fisso nel vuoto davanti a sé. Tiene la manina di Lenny così stretta da fargli male. Ma lui non protesta. Proseguono così, nel cimitero, che è gigantesco. Nell’angolo più lontano, a due passi dal confine del bosco, si fermano accanto a un piccolo buco nella terra incorniciato fra rami di abete. Lenny e sua madre si portano su un lato. Di fronte a loro si dispone un muro scuro di persone. Lenny sente i loro sguardi su di sé. Un uomo in abito grigio cala un contenitore nel buco. Quindi lì dentro adesso dovrebbe esserci Inchu. È troppo. Via da qui, pensa Lenny, via da qui. Si stacca con forza da Piccolo Sole, si fa spazio attraverso il muro scuro e corre via.

Tre giorni dopo. Lenny spalanca la porta e corre in classe rumorosamente. L’insegnante si volta spaventata. “Scusi, signora Peine.” Guarda l’insegnante con occhi raggianti. Dopotutto è una brava maestra.
Gli altri bambini lo fissano, alcuni ridacchiano e bisbigliano. La signora Peine si è ricomposta e si schiarisce la voce. “Zitti per favore, bambini!” esclama. Poi si rivolge a Lenny: “Leonard, sei tornato a scuola prima del previsto.” Si guarda intorno incerta. “Be’, allora ben ritornato.” Lenny annuisce, si volta e va al suo posto in terza fila. Si siede tra Moritz e Alya, Moritz gli sorride timidamente, Alya ha uno sguardo serio. Come sempre. Questa volta però lo squadra con un’occhiata incredula. “Che vestito hai addosso?” sussurra un po’ spezzando le parole, come a Lenny sembra sempre. “Non è un vestito, io sono Little Winnetou”, replica Lenny sotto voce. Ayla vorrebbe aggiungere qualcosa, poi però ammutolisce e si china di nuovo sul libro con gli esercizi di scrittura. È una scolara entusiasta e impara molto in fretta. In classe scende di nuovo il silenzio, si sente solo il raschio delle matite.
“Signora Peine, è vero che il padre di Lenny è stato investito e ucciso da una macchina?”
La voce squillante di Moritz.
“E per questo lui può venire a scuola travestito da indiano e noi no?”
Dopo che Moritz se n’è uscito con le due domande cala un silenzio assoluto. Tutti guardano la signora Peine colmi d’attesa – tutti a parte Lenny, che ha lo sguardo fisso fuori dalla finestra e la testa rossissima – ma alla signora Peine mancano le parole. Ecco allora che si alza in piedi Alya, prende la mano di Lenny e tira su anche lui. “Stiamo poco bene, dobbiamo uscire all’aria aperta, signora Peine, per favore.” Senza aspettare una risposta lo trascina con sé, fuori dalla porta e di sotto, nel cortile vuoto della scuola. Lenny la lascia fare.
Alya porta la mano nel punto dove c’è il cuore. “Fai come me!” lo esorta. Lenny fa come gli ha ordinato e la guarda, colmo d’attesa. Con quei capelli lunghi e neri potrebbe essere Nsochi, la sorella di Winnetou. Lenny vorrebbe dirglielo, ma Alya scuote forte la testa. “Non parlare, ma sentire.” Lenny è perplesso. “Cosa vuoi dire?”, le chiede. Alya lo guarda fisso negli occhi. “Anche il mio baba è morto. In Siria, in guerra. Lo so, perché lo sento. Qui”, si colpisce il punto del cuore. “Mamma non ci vuol credere, da due anni. Da quando siamo qui. Ma io lo so.” Gli occhi di Alya si riempiono di lacrime. “Fa molto male. Farà sempre molto male.”
Lenny ne ha abbastanza. “Cosa c’entra mio papà con il tuo?”, urla. “Se non è neanche morto? Magari ritorna a casa e allora tutto sarà come prima! Anzi, lo farà certamente!”
Alya lo guarda impassibile. “La signora Peine dice che sei stato al funerale. Quindi è sicuro. Io non sono stata a nessun funerale. E lo so ugualmente.”
Lenny non sa cosa replicare.
“Lo saprai. E lo sentirai. E lo saprai. E poi lo sentirai di nuovo. E avanti così, per sempre”. Alya ora parla con più calma e con le mani si asciuga le lacrime. “Gli altri non capiscono com’è quando baba è morto. Ma tu ed io, noi lo sappiamo.” Alya pizzica le frange del vestito da indiano di Lenny. “Dai, Little Winnetou. Dobbiamo tornare in classe. Non voglio perdermi niente.”

Lo stesso giorno, più tardi. Lenny si gira sulla schiena, porta la mano destra al cuore e guarda in alto, verso la cima della tenda. Per la prima volta da quando Inchu se n’è andato, si sente di nuovo al sicuro qui dentro. E tuttavia è sempre più triste. “Lenny, dove sei? Tra poco si cena.” La testa di Piccolo Sole entra nel campo visivo di Lenny, le pareti della tenda oscillano pericolosamente.
Piccolo Sole allibisce. “Stai piangendo! Finalmente stai piangendo!”
Lenny deglutisce, cerca di parlare, sussurra.
“Papà è morto.”

Traduzione: Stefano Zangrando
 
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