Luce d’arresto

Ingrid Kloser
03.07.2019
 
Luce d’arresto
Mollare gli ormeggi è come mollare i pensieri. La testa stanca si regge diritta nell’attrito del vento. Stanca non per ieri, e neanche per l’altro ieri o per l’anno passato. Uscire, lo scoppiettio del motore allontanandosi dal porto. Il vento accarezza il viso. Intanto però restare nella vicina baia, non sciogliere le vele. Gettare l’ancora. Sedersi in coperta e fumare. Attendere la rossa palla di fuoco.
Un tuffo nell’acqua verde. Un colpo sordo alla testa. Immergersi e poi risalire. Il calore del sonno si perde nell’acqua fredda. E anche i sogni e i vecchi pensieri. Bracciate energiche. La tensione ai lombi. Tre volte intorno alla barca. Un’anatra sussulta di spavento e fa qualche passo svelto al di sopra dell’acqua. Anche il naso è al di sopra dell’acqua, le labbra quasi serrate. Attraversare piume cullate. Intuire una sorta di unità. L’ultimo giro a dorso, dimenando le gambe. Dimenandole di gusto. Cielo biancastro. Il sole è ormai sorto. Risalire la scaletta. Corpo tremante, ancora senza pensieri. Pelle e corpo si gustano lo strofinio dell’asciugamano. E così le dita dei piedi. Sono creature strane, le dita dei piedi. Ora però pensare alla giornata. Voler riempire le ore in maniera sensata. Voler scrivere l’una sotto l’altra le ore piene, e contarle. Poi presentare il conto del giorno. Leggere un libro. Gli incartamenti. Tre telefonate. Usare una connessione. Poi abbandonarsi e godersi la sera. Poiché si è fatto qualcosa.
In cuccetta c’è odore di caffè. C’è. Odore. Di caffè. Odore di casa. Voler tornare a casa per tutta una vita. Sentirlo nel petto. Sul tavolo, la pagnotta è su un tagliere. Burro e marmellata. Ricordare il sapore del pane col burro. La carta del burro qua e là, rovesciata. Raschiarla col coltello. Tagliare una fetta di pane dopo l’altra. Nella cucina si muove una luce. Migliaia di minuscoli ballerini che guizzano. Masticare affamati il pane imburrato con la marmellata. Una sensazione di lusso. Sull’acqua barche di pescatori, ora più rumorose, ora più lievi. Si dondola. Piatto, tazza e coltello scivolano. Un suono cristallino a ridosso dell’albero. Dice: sei in barca.
Oggi tre incartamenti. Domani due. Lavorare all’ombra del telone coprisole. Potersi alzare solo dopo cento pagine. E poi tre telefonate. A mezzogiorno il sole è in mezzo al cielo, a picco. Spira una brezza tiepida. Si potrebbe lavorare, giacché l’acqua è calma. Si potrebbe. SI dovrebbe. E invece rosolare cipolle. Cucinare spaghetti. E solo dopo voler lavorare. Muovere la cipolla nell’olio bollente. È un piano cottura basculante. È pratico, si muove con le onde. Le onde. Un continuo riequilibrare il dondolio. Il corpo è sempre in movimento, perciò la stanchezza serale. Altra cosa è essere stanchi in barca. La pastasciutta schiacciata fra i denti, ridesta immagini di ginocchia scorticate. Grattar croste per tutta un’estate. Sacchettini di parmigiano. Tagliar via gli spigoli, il formaggio cade a pioggia. Le ginocchia non fanno più male. Vermi ribelli scivolano dalla forchetta. Risucchiati tra le labbra. Schizzano di sugo la maglietta. Andando a letto tutto bene. Dondolio.
Nella notte le onde bussano contro lo scafo. Addormentarsi. Svegliarsi. Da qualche parte un suono, un segnale. Garriti di gabbiani non lontani. Venir cullati come un bebè. Fuori, in coperta, un vento fresco risveglia la pelle. La barca, un’isola. I pensieri in barca sono diversi. Un volto amato non è solo un volto. È commozione. Sentire nel corpo come l’innamoramento si muta in amore. Nuotare nell’acqua nera. Tre volte intorno alla barca. L’anatra. Strofinare il corpo con forza. Avvolgerlo in una coperta. Fumare. Le luci a riva, di nuovo intuire unità. La palla rotola dal nulla. Che giorno è? In cuccetta odore di caffè. Pane, burro e marmellata. La pelle odora d’acqua. Fa ancora fresco. Come se il corpo stesse ancora nuotando. La poltiglia di pane in bocca inizia ad avere un sapore dolce, anche senza marmellata. Di nuovo sapore di casa. Sul tavolo da carteggio, nel quadrante dell’orologio di bordo palpita muta una lancetta e risparmia la testa. Oggi fare qualcosa di sensato. Navigare a vela, ad esempio. Veleggiare è un’attività assai presentabile. Si può raccontare di essere andati da un punto a un altro. Nominare anche un libro. E il lavoro, in ogni caso. Ma è così bello essere alla fonda. Come Robinson sull’isola. Si potrà dire ben poco. Il battito del cuore non si può fotografare.
Pulire il ponte con la spazzola. È così sporco. La salsa bruna cola dal ponte e sgocciola nell’acqua verde. Sudare di nuovo, finalmente! Lavorare con la sigaretta in bocca. Sentirsi come in un film. Sentirsi alla grande. Ripulire il legno fino agli angoli più nascosti. Non lasciar fuori nulla. Nessuna fine in vista. E poi tuffarsi di nuovo in acqua. Il colpo sordo e familiare alla testa. Immergersi. Riemergere. L’anatra è già una vecchia vicina. Strofinarsi le dita dei piedi. Le dita dei piedi sono creature divertenti. Cucinare spaghetti. Stavolta all’aglio. Assecondare le onde stando in piedi. Stare in piedi a malapena per la stanchezza. Che ore sono? Il sole già sfavilla sull’acqua. Masticare la pasta. Placare una fame vera. Sentire il calore scivolare giù. Raggi di sole penetrano dal boccaporto e riscaldano una striscia d’avambraccio. In questo istante amare il piccolo boccaporto, l’avambraccio, la pelle, il sole. Poltiglia di pasta in bocca. È felicità questa? Ripulire la pentola col dito e leccarselo a lungo. Fumare una sigaretta in coperta. Osservare soddisfatti il legno splendente. Spingere in acqua con la punta dei piedi i peli di spazzola residui. Sentire le braccia. Sedere in prua lasciando penzolare le gambe. Non sciogliere le vele, non disturbare la quiete. Domani magari spazzolare lo scafo. È una cosa che va fatta nuotando. È faticoso. Ma sente già la forza. Nel mobiletto sopra il piano cottura c’è ancora una lattina di pomodoro. Una cipolla penzola nella rete sopra il piccolo lavatoio. Mangiare spaghetti al pomodoro. Sudare. Immergersi. Riemergere. Salutare l’anatra. Farle un cenno del capo. Di colpo essere così innamorati di quelle dita dei piedi. Degli alluci, in cima alla piramide. Amare ancora più profondamente i volti amati. Niente incartamenti. Niente telefonate. Nessun libro.
Le gambe penzolano oltre il parapetto. Aspettare la palla di fuoco.
Luce d’arresto del giorno.

Traduzione: Stefano Zangrando
 
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