Mai e sempre Magda

Pierpaolo Sorentino
12.10.2009
 
“Anche questa sera con il broncio, come vedo!”, disse la signora Ludmilla ad Alfio e Magda. “Dovete rassegnarvi. D’ora in poi abiteremo qui, che vi piaccia o no! ”

I due fratellini si sedettero a tavola, lentamente. Alle sette, come ogni sera. La cena era pronta, fumante, su una candida tavola imbandita di cristalli e porcellane. La pendola, ritmicamente, tichettava nel profondo silenzio delle stanze ed ogni rumore di posata era come una cascata vibratoria nelle orecchie. Se un’ombra si fosse mossa, probabilmente, anche quella si sarebbe udita.

Tutto si muoveva a passo di feltro. Sembrava che la vita, lì, si fosse fermata, da quando avevano abbandonato la città e si erano trasferiti in quella casa tra gli alberi. Nessun negozio. Nessun autobus. Nessun grido di bambino, neanche in lontananza. Tutto taceva. Tic tac tic tac. Il loro corpo era come se fosse ammutolito, imprigionato in un orribile vuoto sonoro. Tic tac tic tac, mentre la mente continuava a proiettare vecchie immagini sullo schermo dietro agli occhi. Tic tac tic tac. Sì. La vita non c’era più. Si era fermata. Tac.

Come potevano ancora ridere ? Certo che avevano il broncio! E quel broncio era tutta la loro tristezza espressa con intenzione sul loro volto. Come poteva pretendere, lei, madre, che una bambina di nove anni e il suo fratellino potessero ancora ridere, giocare, gridare, rincorrersi spensierati e a perdifiato? No. Quel silenzio era come un macigno che gravava sul loro petto e che impediva persino di respirare.

Tic tac tic, Magda fu distratta dal suono dell’acqua che veniva versata all’altro capo del tavolo, nel bicchiere di suo padre. Assomigliava ad un gorgo di torrente infuriato. Anche i gusti avevano qualcosa di diverso, lì, tra le montagne. Qualcosa di più intenso, forte, che l’attraversava tutta quanta, in un vortice di piacere. Ma c’era il silenzio. Un silenzio che faceva paura. E in quel vuoto di parole, lei, non ci voleva stare.

Tic tac tic tac. La sua attenzione veniva attratta da questo ritmico andare e venire. Tic tac tic tac che a volte era in sintonia con i battiti del suo cuore. Tic tac tic tac. Si alzarono tutti per raggiungere il salotto.

Magda si appartò da sola sulla veranda. Voleva affrontare ciò che la teneva imprigionata, quelle montagne che la circondavano e che sovrastavano la sua vita e la sua mente.

Tic tac. Aveva voglia di piangere, di smarrirsi tra le lacrime. In uno sfogo solitario. Era stanca. Stanca dentro. Così piccola e così sola … Perché ? Perché ? Perché, si chiedeva, la costringevano lì ? Perché ? Perché ? Perché non la capivano?

Delicatamente il vento le sfiorò le guance, come una carezza per calmarla. Tra i capelli era come mille dita che le facevano rabbrividire la cute. Un fiotto di piacere le scese lungo la spina dorsale. Rimase lì. Ammutolita. Sotto l’incanto di quell’immobile momento estatico, rapita dai profumi che sprigionavano dalla terra e dai fiori del crepuscolo che erano sbocciati danzando. Il suo respiro era calmo, sempre più calmo, quasi impercettibile, come la vita lassù, tra le montagne. Gli uccelli pronunciavano i loro inni notturni, sotto un cielo stellato, fitto di mistero.

Tutti i sensi furono sazi.

Tic tac tic tac, in lontananza la pendola, come un lampo, smise di vivere: “Andrai di vita in vita e di morte in morte. Né mai morrai, né mai vivrai. I tuoi occhi saranno due stelle nell’infinito cielo. I tuoi capelli fili d’erba in un prato fiorito, le tue braccia rami che raggiungeranno le bianche nubi e i tuoi piedi stabili rocce. Io ti illumino di ciò. Tu sei tutto. Tu sei l’eterna creatura che vaga senza spazio. Sei qui e non qui. Laggiù e vicino. Tu sei ovunque. Per sempre.”

Tic tac tic tac. La pendola aveva ricominciato il suo ritmo di sempre.

Magda riaprì gli occhi trasfigurata, mentre i picchi delle montagne si stagliavano, meravigliosi, contro un biancore lunare mai visto prima.

 
 
 
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