Manhattan Transfer

Lucy Bauer
17.01.2014
 
Manhattan Transfer
Ellis Island, 23 luglio 1923

Cara Agnes,
siamo arrivati. Ma non restiamo qui. È un'isola minuscola dove i medici controllano che tu non abbia malattie. Sono molto cauti su chi far entrare a New York. Dev'essere proprio una città grandiosa.
Jim è al settimo cielo, ce l'ha fatta: terra promessa, strade ricoperte d'oro, sogni che diventano realtà. Sai com'è, un chiacchierone imbattibile quando ha in corpo un po' d'alcol. Dice che valeva davvero la pena di risparmiare per pagarsi il passaggio. Tutto andrà bene d'ora in avanti, non saremo mai più poveri, avremo un sacco di lavoro. Dice che qui gli scozzesi piacciono, perché si sa che sono grandi lavoratori. Anche grandi bevitori, a dire il vero. Non penso che il whisky costi meno che a Glasgow. Spero che abbiano fatto scorta di alcol ora che Jim è arrivato.
La traversata è stata dura, con il mare sempre mosso e i bambini che vomitavano. Anche a casa siamo pigiati come sardine, ma la cabina era davvero troppo piccola per sei persone. E i bambini che piagnucolavano rendevano Jimmy nervoso. È diventato amico dell'irlandese nella cabina accanto, un altro buono a nulla padre di quattro marmocchi. Jim riesce a trovare un compagno di bevute anche in mezzo all'oceano. Non so dove andasse di notte ma non era mai con noi.
Da qui vediamo New York. Quasi tutti sono già partiti sul piccolo traghetto, ma noi siamo ancora qui, noi e qualcun altro. Il dottore dice che la nostra Meg ha qualcosa che non va, con la tosse continua e gli occhi che lacrimano, povera creatura. È iniziato in nave, stava bene quando abbiamo lasciato Glasgow. Non sta peggio di altre volte ma non ci vogliono lasciare andare a New York con la bambina così, quindi ci tocca aspettare. Qualunque cosa sia, scommetto che l'ha presa dai marmbocchi irlandesi della cabina accanto.

Con affetto

Jessie

Jamie la stava aspettando agli Arrivi, raggiante. Jessica fece tutti i gridolini di rito quando vide il mazzo di rose e gli mise le braccia al collo per ringraziarlo. Rimproverò se stessa per aver notato con fastidio che i fiori erano quelli economici, presi al supermercato – evidentemente certe cose erano uguali a New York e a Glasgow. Jamie lavorava qui da poco, e i fiori erano probabilmente un lusso che si era concesso a fatica. Era felice di essere a New York, il resto non importava.
Seduta davanti a lui sul treno che sferragliava verso il suo appartamento di Manhattan, Jessica si ritrovò a studiare l'uomo che la gente conosceva come il suo ragazzo, i cui sogni di fare fortuna in America si stavano già realizzando, a quanto diceva nei suoi entusiastici resoconti via Skype. Il berretto da baseball sulle ventitré sembrava in contrasto con la pancetta che spuntava dai pantaloni corti. Sembrava più un turista di mezza età che uno scienziato ricercatore partito dall'aeroporto di Glasgow sei mesi prima. Lui notò il suo sguardo e si diede un colpetto sulla pancia con una risatina gioviale.
“Non ho tempo per la palestra, lavoro quasi sempre fino a tardi. Per quello ho bisogno di te qui, Jess, per sostenermi con le tue cenette deliziose. Aspetta di vedere le prelibatezze che trovi in certi negozi qui …”
E si lanciò in uno dei suoi tributi a Manhattan, di cui lei ormai conosceva ogni variazione. Terminavano invariabilmente con l'affermazione che New York era l'unico luogo al mondo in cui vivere e non vedeva l'ora che lei lo raggiungesse. Jessica era pronta a innamorarsi pazzamente di Manhattan; era sicura che sarebbe rimasta incantata davanti ai grattacieli svettanti, quella fiaba urbana con un'oasi verde al centro. Ma rimanere qui era un'altra questione. Dopotutto, rifletteva, cosa le impediva di tentare, almeno per un po'? Così tanto ottimismo e un mare di opportunità! James l'aveva dimostrato: potevi davvero ottenere quello che desideravi. Era pagato pochissimo per lavorare in laboratorio, ma almeno aveva un piede nella porta e chi lavora sodo avrà quello che gli spetta, diceva sempre: l'unico limite a New York era il cielo.
“… e poi puoi trasferirti qui per sempre. Cosa farai questa settimana mentre lavoro? Oltre a struggerti per me, ovviamente?” Quella domanda risvegliò Jessica dalle sue fantasticherie.
“Dammi un City Pass e andrò in giro a vedere tutto,” rispose.
“Non scherzare, Jess! Costa una fortuna!”
Con un gesto della mano, Jamie le aveva fatto capire che doveva essere impazzita. A Glasgow non avrebbe mai reagito così. Jessica si chiese se avesse imparato quel gesto qui; lo trovava arrogante e paternalistico.
“Non vuoi mica andare in giro come i turisti, no?” proseguì. “Cioè, vai sull'Empire State se proprio devi, ma con me qui puoi capire com'è la vita per i veri newyorchesi, sì, la vita quotidiana a Manhattan. Vedere i negozi del quartiere, fare la spesa... Passeremo serate tranquille insieme, a parlare di che lavoro potresti fare qui... gustando una delle tue creazioni culinarie.”
Sorrise lanciandole uno sguardo complice. Jessica lo fissò. Evidentemente Jamie aveva un programma segreto, ed era diverso dal suo.
“Be', di sicuro voglio andare a Ellis Island. Ti ricordi la bisnonna di cui ti ho parlato, quella da cui ho preso il nome, che era emigrata qui negli anni Venti? Ho sempre pensato di cercare qualche documento che la citasse, per capire esattamente cosa è successo.”
“Se proprio vuoi.” Una note cupa era affiorata nella voce di Jamie. “Per come la vedo io, non capisco l'utilità di guardare al passato. È il futuro che conta.” Si alzò di scatto. “Eccoci alla nostra fermata. Benvenuta a Manhattan!”

………………………………………………….


“Benvenuta nella mia umile dimora” aveva detto aprendo la porta. In effetti, Jessica si era preparata al peggio – il tragitto dalla stazione della metropolitana aveva rivelato una zona di Manhattan omessa dalla sua guida, e non era così ingenua da immaginare che Jamie potesse permettersi altro se non un umile appartamento – ma “stamberga” sarebbe stato il termine più appropriato per descrivere quella misera stanzetta. La cosa che la disturbava di più era il fatto che l'unica finestra con le sbarre dava sul muro di fronte – ben poca cosa, per essere nella terra della libertà. Aveva resistito alla tentazione di fare una battuta pungente, di chiedergli se era davvero il meglio che poteva permettersi, perché aveva percepito che lui era determinato a chiudere un occhio sullo squallore. Jessica aveva educatamente accettato l'offerta del suo lettino, mentre lui si era messo per terra, con la valigia di lei come cuscino.
E non era solo in quel senso che avevamo vissuto separatamente. Jessica aveva trascorso giornate piacevoli a esplorare le meraviglie di Manhattan, una turista catturata dalla città descritta nella guida, e ogni sera crollava esausta e felice, lasciando Jamie appoggiato contro la sua valigia, con la luce del minuscolo schermo del televisore che tremolava sul suo viso, una lattina di birra e una tazza piena di popcorn al fianco, l'instancabile difensore del Sogno Americano che si addormentava durante una partita di baseball.
Ora, all'ultimo giorno della sua permanenza, Jessica era seduta su una panchina a Battery Park, a guardare il mare scintillante pensando all'unica delusione della settimana: Ellis Island era chiusa a tempo indeterminato per i danni causati dall'Uragano Sandy. Perché la sua bisnonna – che alla sua età aveva quattro figli - aveva fatto dietrofront all'ultimo momento, abbandonando suo marito per tornare a Glasgow con i bambini senza mai calpestare le strade di Manhattan? Se voleva scoprire quel segreto, non sarebbe stato a Ellis Island, perché Jessica era certa che sarebbe tornata a New York molto presto. “Ci sono stata, ho visto tante cose , ho comprato la maglietta” si disse, con un sorriso. Aprì la sua guida alla voce Ellis Island e lesse: “Sebbene fosse conosciuta come Isola delle Lacrime, la maggior parte degli immigranti venne trattata bene e fu libera di iniziare la propria vita in America dopo essere stata qualche ora a Ellis Island. Solo al 2% dei nuovi arrivati fu rifiutata l'entrata, in generale perché aveva contratto malattie contagiose.” Jessica guardò la Statua della Libertà con la torcia puntata verso il cielo e all'improvviso ricordò. Suo nonno non le aveva parlato di due sorelline che erano morte nel viaggio verso casa?


Ellis Island, 25 luglio, 1923

Cara Agnes,
stiamo tornando a casa, io e i bambini intendo. Dicono che non possono far entrare Meg, è molto malata. Jim è andato a New York da solo. Dice che tornare indietro sarebbe fatica sprecata per lui, perché lì può fare soldi e mandarceli a casa.
Cosa farò con cinque bocche da sfamare se si beve tutto o si trova l'amante? Come riuscirò a sbarcare il lunario? E dove andremo a vivere, in nome di Dio? Jim ha mostrato la sua vera natura, Agne, e sono davvero amareggiata. Questa cosa con l'America è sempre stata soltanto sua. Dice che possiamo tornare più avanti, quando Meg starà meglio, ma non parla sul serio. Io ho deciso: non voglio mai più rivedere né lui né questo posto.
Per favore, vienici incontro al Porto di Glasgow.

Con l'affetto di sempre

Jessie


 
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