…nella mente è l'errore?

Sonia Sulzer
17.01.2014
 
…nella mente è l'errore?
No, non sto preparando la minestra, niente minestra stasera, anche se forse ne dovrei preparare di più, di minestre. Ripassavo le battute, cercavo di immaginare la piega che avrebbe preso la nostra conversazione in modo che non mi cogliesse impreparata, impreparata sì, ma a che cosa? Che cosa temevo di dire, di non dire, di non riuscire a fargli sapere o di nascondergli?
Avevamo un appuntamento telefonico. Dalla posta elettronica eravamo passati al telefono. C’erano voluti otto anni quasi per compiere quel passo che sembrava poter accorciare le distanze tra noi. Otto anni. Otto anni di pensieri, desideri, sogni, il più delle volte inespressi. Anche a me stessa. Lui, in qualche modo, era sempre nei miei pensieri, in un angolo della mia mente, del mio cuore, del mio stomaco. Mi sembrava che la sensazione della sua presenza si spostasse da un punto all’altro del mio corpo o della mia anima e che, talvolta, si nascondesse, inducendomi a credere che non ci fosse più, ma bastava questo pensiero e già era ricomparsa.

Mi disse che quando lo vide per la prima volta, lo riconobbe subito e pensò, eccolo, è lui. Gliel’avevo presentato io, la collega e amica con la quale condivideva lo studio, dicendole che era il mio neuropsichiatra preferito. Da quel momento in poi aveva fatto di tutto per incontrarlo il più spesso possibile. Si guardavano, lui in un angolo, seduto su quella specie di trono e lei, di lato, su una panchina, ad aspettare che arrivasse il suo turno. Io, che avevo appena finito il mio, prima di sparire per infilarmi nello studio a studiare il profilo del paziente, o come si dice adesso del cliente successivo, li osservavo di sottecchi. Si guardavano così a lungo e così intensamente che, alla fine, mi raccontava, non riusciva più a capire dove cominciasse lei e dove finisse lui. Stava diventando una mania, un’ossessione leggera, delicata e discreta, ma onnipresente.

Che gioia sentire la sua voce! Quando mi parlava, non riuscivo mai a seguire il percorso dei suoi discorsi e tanto meno dei miei. Mi stupivo del fatto che nonostante tutto riuscissi a rispondere, a replicare, talvolta a inserire addirittura un inciso arguto e pertinente. Mi stupivo perché in realtà ero altrove, le vibrazioni della sua voce mi portavano in un’altra dimensione, al di là dello spazio e del tempo. Non avevano più alcuna importanza il significato o il significante delle parole pronunciate, il loro suono aveva semplicemente una funzione evocativa e misteriosa che ricordava alla mia anima cose già avvenute moltissimo tempo prima o cose che dovevano ancora accadere. Rivelazioni, antichi presagi. La melodia della sua voce apriva tutte le porte del mio cuore e metteva a tacere i pensieri, rendendoli quasi inconsistenti.
Esisteva un altro sapere al di là di quello appreso sui libri all’università, ai master di psicopedagogia, ai seminari di antropologia culturale?

Si sentiva sempre più confusa. Il sentimento cresceva in maniera più che proporzionale alla consapevolezza che non potevano amarsi, per mille motivi. E tuttavia, come un’equilibrista, su una linea sottilissima tra il tutto e il nulla, lentamente e cautamente si muoveva verso di lui. Era come un balletto, una crudele coreografia, due passi in avanti, tre indietro, la attirava verso di sé e poi la lanciava lontano, dove atterrava sola, spaesata ed estranea a se stessa. In fondo non voleva sapere come stessero le cose veramente. Anche se le avevo suggerito mille volte di farlo, non gli avevo mai voluto chiedere esplicitamente nulla. Forse perché la verità la conoscevo già. E le faceva paura.
Poi, un giorno, gli offrirono una cattedra di neuropsichiatria dell’età evolutiva a Bombay, e lui partì.

Prima di partire mi diede il suo indirizzo di posta elettronica. Così cominciammo a scriverci. Pochi, cauti messaggi all’inizio, poi più frequenti, qualche ammiccamento, vaghe promesse, pause e silenzi eterni ma, al tempo stesso, benefici. In realtà, durante le lunghe interruzioni, decidevo di smettere di crogiolarmi in quel limbo, di risvegliarmi, di riprendere in mano la mia vita. Poi però temevo che, se fossi riuscita a raggiungere la giusta distanza dagli eventi e dai miei sentimenti, la distanza necessaria per vivere serenamente e veramente, del tutto immersa in me stessa, non avrei provato l’ipotetica gioia di rivederlo, un giorno, forse anche solo per un attimo. Perché, quando meno me lo aspettavo, mi capitava di provare un assurdo senso di felicità legato a una bizzarra nostalgia di eventi non ancora accaduti, di luoghi inesplorati e sconosciuti. Un sentimento ancestrale, un desiderio atavico, oltre le stelle e il tempo, che inseguiva il cuore antico e lasciava confusi i pensieri e frantumava le intenzioni.
Finalmente il telefono squillò, ciao, sono io. Impossibile dire quanto durasse una telefonata: cinque minuti, cinque ore, cinque anni. Una volta gli dissi che era come un puntino luminoso nella mia mente, e mi ero poi chiesta se fosse giusto pensare che quello che provavo per lui fosse situato nella mente e non nel cuore, ed ero giunta alla conclusione che sì, era proprio così. Lui era un pensiero costante ma discreto che doveva restare confinato nella mente, da dove sarei riuscita a controllarlo. Se, come già era accaduto, fosse sceso nel cuore, nella sua sede naturale, avrebbe cominciato a crescere, ad allargarsi. Ma non potendo venire alla luce, non potendo essere partorito, dovendo rimanere dentro di me, prima o poi, sarebbe esploso e mi avrebbe lacerata.

Anni prima, aveva permesso a un suo sorriso di trasformarsi in tenerezza e di scenderle nelle viscere, di espandersi. Quando le disse che non potevano avere di più, perché le circostanze non lo permettevano, rimase ore in piedi in lacrime nei giardini di Luxembourg, con il cuore pulsante, sanguinante e gravido d’amore tra le mani. Fui io a raggiungerla, a raccoglierne i pezzi e a riportarla a casa. Tremava di coraggio al pensiero che non lo avrebbe mai potuto amare e sapeva che le sarebbe mancato sempre.

Allora, feci l’unica cosa possibile. Lasciai che la lava d’amore lentamente spurgasse, uscisse dal mio cuore, passando dal naso, dalla bocca e dalle orecchie e avvolgesse tutte le persone che incontravo e che mi circondavano. Così sono riuscita a non morire d’emorragia interna d’amore: con calore, trasporto e riconoscenza, abbracciavo e sorridevo a tutti. Mi stavano aiutando a non morire. Sono sopravvissuta all’immenso sentimento provato per lui, trasformandolo e regalandolo ad altri.
Ne ho conservata una scintilla, quel puntino luminoso che custodisco nella mente, nel ricordo, nell’esilio dell’amore da dove non può fare danni.


 
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