Pace

Vincent Raynaud
15.09.2011
 
Pace
“Welcome Mister Chance,” diceva lo schermo del televisore.
La porta della camera si è richiusa alle mie spalle. Ho preso il telecomando e ho premuto il tasto ok. Sullo schermo è apparso un menu in inglese, con canali di tutto il mondo, musica, internet, una scelta di film a pagamento. Era dalla mia partenza, verso le prime ore del giorno, che non guardavo più le notizie, da quando mi ero sbarazzato dei miei due telefoni gettandoli nel cassonetto delle immondizie. Ho cercato la Cnn, poi la Bbc e la Lci e ho letto i titoli che scorrevano sotto le immagini dello schermo senza fare troppo caso ai reportage e ai commenti dei presentatori. Niente. Non si parlava d’altro che di un solo e unico tema. Ho spento.
La camera era spaziosa e immersa in una luce irreale. Dopo aver tolto le scarpe, ho messo il borsone sul letto. Dentro, poche cose messe insieme di corsa, tre camicie bianche ancora chiuse nel cellofan, qualche boxer, il rasoio elettrico e uno spazzolino da denti. Il resto, compreso il computer, era nella ventiquattrore. L’ho aperta e ho preso i documenti, le carte di credito e le mazzette di soldi per trasferire il tutto nella cassaforte situata nell’armadio che occupava tutto il muro della stanza. Dopo diversi secondi di esitazione, ho tenuto i due passaporti addosso, anche se, appena poche ore dopo la mia scomparsa, queste precauzioni sembravano ancora inutili. Fino all’indomani mattina nessuno avrebbe notato la mia assenza. Poi avrebbero capito le ragioni e da quel momento sarei stato un latitante. Nell’attesa, ho deciso di andare a letto presto.

*

Non mi ero preso la briga di tirare le tende e la luce del sole mi ha svegliato tredici ore dopo. Ho aperto la finestra, l’aria era frizzante, dovevano esserci meno quindici o meno venti gradi e nella strada, giù in basso, vedevo i turisti che camminavano verso gli impianti, tutti ben equipaggiati e con gli sci in spalla. Per un attimo li ho invidiati: non mi ero portato niente, ma avrei potuto comprare la tuta da sci e noleggiare il materiale e trascorrere qualche ora sulle piste. Mi sono sentito come uno della yakuza nei film di Kitano, quei tipi che mettono via la pistola e iniziano a giocare sulla spiaggia prima di tornare al lavoro e andare a pestare qualche debitore in ritardo col pagamento. Ho sorriso, lì appoggiato sui gomiti mentre guardavo i turisti passare.
Ma non sarei andato a sciare, e non sarei nemmeno sceso nella lussuosa boutique dell’hotel per rifornirmi. Con tutta la buona volontà del mondo, non sarei riuscito a dimenticare il casino in cui mi ero cacciato. Ho chiuso la finestra, sono andato in bagno, mi sono spogliato e sono entrato nella grande cabina doccia. Non ero uno della yakuza, ero solo un imbroglione in fuga, uno che si nascondeva per qualche giorno in Svizzera prima di sparire nel nulla e rifarsi una vita altrove. La camera non era a mio vero nome, avevo approfittato della compiacenza dell’addetto alla reception distratto, che non si era soffermato sui miei documenti e si era accontentato della carta di credito.
Una nuova vita. Niente più rate da pagare, niente alimenti: ero libero. Per festeggiare, ho deciso di trascorrere la mattinata nella piscina e di farmi sauna, bagno turco e, per finire, un massaggio. Il resto del pomeriggio, dopo un buon pranzo al ristorante dell’hotel – due stelle Michelin – e dopo aver inghiottito le pastiglie allo iodio che ci avevano distribuito, sono andato a farmi un giro. Ho comprato doposci, guanti e cappello e mi sono incamminato nei dintorni. Avevo letto che c’erano dei sentieri percorribili, sia in inverno che in estate. Pace. Pace del corpo e dello spirito, nel decoro imponente e solenne di queste montagne. La coscienza in pace, comunque sia. Un senso di pace che mi ha pervaso per tutta la camminata.
Verso sera, dopo cena, mi sono messo alla finestra della mia camera e, un bicchiere di armagnac in mano, ho fissato le cime nere senza pensare a niente.

*

Il giorno dopo, poco prima delle sette, sono stato tirato giù dal letto da delle grida, c’erano dei rumori nel corridoio, passi precipitati. Mi sono infilato l’accappatoio e ho fatto capolino dalla porta per tentare di capire cosa fosse successo. Delle persone stavano correndo e nessuno si è fermato. Così ho telefonato alla reception: c’era stato un inizio di panico, adesso era tutto a posto. Per un momento ho pensato di rimettermi a letto, ma ho preferito accendere la televisione. Nessun notiziario parlava ancora di me. La situazione internazionale si era però aggravata nella notte e gli esperti sfilavano allo schermo con l’aria corrucciata. Dopo qualche minuto ne avevo già abbastanza e ho spento, niente di tutto ciò mi interessava. Ci crederò quando lo vedrò, mi dicevo. Per il momento, non era successo niente.
Quella mattina sono uscito in fretta, non volevo che altri clienti iniziassero a confidarmi le loro paure. Ho preso coraggio: il giorno prima ero rimasto nei dintorni, non mi ero inerpicato e non mi ero mai perso. Uno dei sentieri portava verso una cima, duemilacinquecento metri, come indicava un cartello mezzo ricoperto di neve, a circa tre ore di cammino. Non ero per niente in forma e non avevo voglia di accelerare il passo, sarei potuto arrivarci prima di pranzo.
Il cielo era limpidissimo e il sole inondava il paesaggio con la sua luce glaciale. Ho camminato con calma, attento alla segnaletica lungo la strada e ai miei polmoni, che si spalancavano, pronti a lasciarsi invadere da quest’aria pura. L’immagine di una donna in un’elegante parigina, ancora addormentata sul mio letto – il nostro letto –, ha attraversato fugacemente i miei pensieri ma non c’è stato bisogno di scacciarla, se n’è andata da sola. Sentivo i muscoli tirare, non avevo male alle gambe, solo un inizio di crampo sotto la pianta dei piedi, non ero abituato a camminare così tanto.
Prima di mezzogiorno ho scorto la cima. La salita era dolce, non ho avuto difficoltà a percorrere gli ultimi metri. Troppo ansioso di arrivare, sono però scivolato e ho dovuto appoggiare un ginocchio a terra. In questo angolo di Alpi si trovano decine di cime ancora più alte e più imponenti, ma per me, nei miei Moon Boots e con i pantaloni da città bagnati, una tale ascensione era già un successo insperato. Con lo sguardo verso l’orizzonte, mi sono sentito sollevato, soddisfatto, per la prima volta da mesi.
Poco dopo, c’è stato un violento flash luminoso. Ho girato la testa. In lontananza, nella pianura, il fungo atomico stava salendo nel cielo.


(Traduzione di Kareen De Martin Pinter)
 
 
 
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