Peppe dà fuori di testa

Cornelia Koepsell
18.01.2014
 
Peppe dà fuori di testa
Peppe Halbmeier era un signore di cinquant’anni. Era mediamente biondo, mediamente alto, mediamente magro e mediamente sensibile. Uno che non si distingueva in nessun modo. Era felice.

Se Peppe Halbmeier fosse stato un poeta, un mestiere che ovviamente per lui era fuori discussione, perché gli acrobati della parola si elevano dalla massa e lui questo sarebbe riuscito ad evitarlo con ogni mezzo… be’, nel caso improbabile che lui fosse stato un poeta, avrebbe scritto un’aria o un’ode alla mediocrità.

Dal momento che però non doveva fare nulla di tutto ciò, Peppe Halbmeier poteva godersi in perfetta solitudine la sua vita, sempre uguale a se stessa e ordinata secondo un piano prestabilito. Le sue giornate filavano monotone e regolari, come l’indistruttibile motore del maggiolino Volkswagen che amava immensamente, come tutto ciò che era vecchio e che usava da decenni.

La sera sedeva davanti alla televisione passando da un programma all’altro, oppure si gingillava nel suo bilocale ascoltando sempre le stesse arie d’opera e ringraziava il creatore per gli splendidi giorni che gli regalava.
Poco prima del suo cinquantunesimo compleanno, un pensiero insolito l’attraversò come un fulmine; lui si spaventò tantissimo, sentendosi quasi derubato della propria mediocrità. Per sicurezza, lo dimenticò subito.

Accadde il martedì sera successivo. Aveva preparato il suo pigiama nello stesso identico modo di sempre: il tessuto a spugna azzurro del completo sembrava uno spaventapasseri sul copriletto rosa che lo invitava, lo allettava a passare un’altra notte tra i cuscini, vecchi quasi quanto lui. Già la buonanima di sua madre glieli aveva sprimacciati.

Come sempre, sarebbe andato a letto alle nove e mezza in punto. Ma nel momento stesso in cui infilò la gamba destra nel pantalone del pigiama, venne colto di nuovo dallo stesso strano pensiero che l’aveva fatto trasalire il giorno precedente. Cosa poteva fare?

Andò a letto più velocemente del solito, contravvenendo al suo solito rituale: non spianò con la mano per l’ultima volta il cuscino prima di adagiarvi il capo ingrigito con onore. Non vedeva l’ora di starsene sdraiato con le mani conserte a recitare – due volte quella sera – la preghiera in cui Peppe Halbmeiner chiede a Dio onnipotente – con insistenza, naturalmente – di concedergli ancora per i prossimi trenta, quaranta anni – se mai ci fosse arrivato – la sua mediocrità.

Ma Dio (imprevedibile e caotico: caratteristiche che Peppe Halbmeier rifuggiva come il diavolo l’acqua santa) l’Onnipotente aveva altro in serbo per lui.

Nella sua infinita bontà, concesse a Peppe Halbmeier tre giorni di tregua durante i quali nemmeno un solo pensiero sconosciuto passò per quella mente tormentata.

Osò quindi sperare che Dio avesse ascoltato la sua preghiera. In fin dei conti la sua richiesta di perseverare nella mediocrità non era che un desiderio modesto – pensava – e Dio Padre sarebbe stato felice del suo umile servitore Peppe Halbmeier.
Ma non fu così. Al quarto giorno, l’Onnipotente gli mandò un pensiero così nuovo, sconosciuto e ignoto, che Peppe, dall’enorme spavento, riempì di pipì i pantaloni del pigiama.

“Oh mio Dio, perché mi hai abbandonato?” gridò fuori di sé. “Non sono forse sempre stato il tuo servo fedele e devoto?”

Dio non lo ascoltò. Al contrario gli mandò un altro pensiero sconosciuto che gli perforò la testa come un proiettile.
Peppe non riusciva più a dormire. Non voleva più pensare a niente di nuovo. Né quel giorno, né quello successivo. Non aveva forse diritto ai suoi vecchi, mediocri flussi cerebrali? Con quale diritto Dio lo strappava dalla sua tranquillità?
Con quest’ultima idea veramente eretica si strappò la corona di capelli grigi che gli correva attorno al capo. Ora aveva addirittura messo in dubbio l’infallibilità di Dio.

Chi si allontana dalla via della mediocrità non ci mette molto a finire in manicomio. Così diceva mamma. E ovviamente – come sempre – aveva ragione.
La sera successiva Peppe Halbmeier si sedette davanti alla televisione a rattoppare con piccoli punti precisi una camicia strappata. Cucire e fare la maglia erano attività che lo calmavano molto.

Anche per questo motivo non si era mai sposato. Non avrebbe mai lasciato che una donna potesse immischiarsi in queste faccende.

Quel giorno era tutto diverso. A ogni punto, un nuovo pensiero attraversava la sua mente. Non era in grado di contenere quei fuochi d’artificio. La cosa più strana fu che non si inginocchiò per implorare nuovamente Dio di farlo tornare alla sua vecchia vita.

Con il punto successivo si bucò il dito. Aveva dimenticato di infilare il vecchio ditale che aveva trovato nel cestino di lavoro della mamma.

Quando gli uscì una gocciolina di sangue, Peppe Halbmeier sorrise e se la leccò. Era buona. Poi continuò a cucire. Senza prendere il ditale.

“Cucio a modo mio, mamma”, disse alla foto incorniciata che stava sul comò. Ora aveva addirittura pronunciato uno dei suoi nuovi pensieri. Sembrava veramente virile.
Nessun lampo lo fulminò, il mondo continuò a girare.

Quella sera si infilò i pantaloni del pigiama, che aveva preparato come ogni sera, ma questa volta li indossò al contrario.


 
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