Premonizione

Giacomo Sartori
17.01.2014
 
Premonizione
Ilio scendeva con gli sci per una parete quasi verticale, quando Lucilla l’ha conosciuto, nel lontanissimo millenovecentosettantotto. Ha capito che sarebbe stato il suo uomo fin dalla seconda impacciata curva: era un puntino rosso sul bianco accecante del canalone, ma per lei era già il suo uomo. Giocava con quella pendenza incredibile, dove chiunque altro non sarebbe nemmeno riuscito a stare in piedi, e aveva l’impressione che lo facesse per lei. Nella sua testa rischiava la vita per venire da lei, per entrare nella sua esistenza. Il sogno che aveva fatto era inequivocabile: lei era il premio per quella sua impresa impossibile, per quella sua lotta contro il blu del cielo. Ancora non si conoscevano, ma erano legati per sempre.
Tutti gli occhi erano puntati su di lui, tutti trattenevano il respiro: si sentiva solo il catarro insistente dell’elicottero impegnato nelle riprese video. Sembrava impossibile che non cadesse: ad ogni curva ci si aspettava che perdesse l’equilibrio e andasse a sfracellarsi contro le rocce alla base del pendio. Adesso che i suoi muscoli si erano sciolti scodinzolava invece con un’agilità che trasudava grazia e lievità. Ad ogni curva partivano minute valanghe che avrebbero potuto ingrossarsi, che minacciavano di travolgerlo nelle serpentine seguenti. Lui continuava però a scendere lieve e elegante, fragile e ostinato: una farfalla in un giorno di vento. Le dispiaceva di non essersi lavata i capelli, di non essere bella come avrebbe potuto esserlo. Sentiva però che si sarebbero lo stesso messi assieme.
Tutti trattenevano il respiro, a vederlo danzare con la morte. Ma lei aveva più paura di loro, perché era la persona che aspettava dal giorno che era uscita dall’ospedale, perché la sua esistenza dipendeva ormai da lui. Era suo, e non poteva perderlo. Doveva evitare di cadere, doveva vivere. Per se stesso, ma anche per lei.
Era fiera che il suo uomo – nella sua testa non era uno dei sciatori estremi in assoluto più dotati, era il suo uomo – fosse così coraggioso e così abile. Sapeva però che non era solo una questione di virtuosità e di sangue freddo: poteva fare quella cosa pazzesca solo grazie alla sua micidiale intuizione, grazie all’incredibile forza del suo spirito. Sentiva il flusso molto potente, una forza eccezionale, che gli permetteva di portare a termine quella prova che sfidava le leggi della fisica. E aveva la cristallina percezione che avrebbe potuto cimentarsi in imprese ancora più impossibili di quella, che di certo poi lo avrebbe fatto. Proprio come lei avrebbe spinto più in là i suoi limiti, adesso che era guarita.
Sapeva che lui sentiva sulle tempie la zavorra degli sguardi ingordi delle persone lì attorno, avvertiva sui polmoni il magnetismo potente di tutte quelle menti concentrate su di lui. Quei curiosi temevano e nello stesso tempo erano eccitati dal pericolo, perché non rischiavano niente, perché non presentivano nulla. Lei invece aveva delle fitte lancinanti alla gola, aveva la sensazione di stare per impazzire. Sentiva che sarebbe caduto.

Ilio prosegue i suoi concentrati e cauti zig-zag di felino che caccia. Non cade, non si sfracella. Avanza. Ogni tanto ha un’esitazione, o cala qualche metro derapando, però riesce sempre a trovare l’equilibrio in quello spazio infimo che la pendenza gli concede. Sporgendosi qualche centimetro di più precipiterebbe a capofitto nel vuoto, se si stringesse un’altra manciata di millimetri alla muraglia di ghiaccio i suoi sci perderebbero il loro risicatissimo appiglio. È più vicino adesso, lei lo vede meglio. È una virgola rossa schiacciata contro la cicatrice candida che incide la montagna, l’interminabile canalone, il colatoio tristemente famoso. Una matitina scarlatta che traccia i suoi ghirigori su quel foglio intonso di schiuma cristallina.
Forse ce la fa, si dice lei. Forse non era una premonizione, era solo un’interferenza dovuta all’incredibile attrazione che prova. Forse non gli succederà nulla.
Proprio in quel momento Ilio perde l’appoggio dello sci a valle, e dopo due scomposte capriole inizia a scivolare a testa in giù. Schizza sempre più veloce, come un paracadutista al quale non si è aperto il paracadute. Non muove le braccia, non sfila la piccozza che tiene legata alla vita, non fa nulla per cercare di frenare la caduta: guizza ormai come una freccia, una freccia rossa.
È finita, pensa lei. È finita ancora prima di incominciare. La sua testa sta per sfracellarsi contro le rocce. Purtroppo non si è sbagliata, e adesso non c’è più niente da fare. Non è riuscita a salvarlo. Sente che le sue gambe cedono.
Ilio riesce invece a ruotare su se stesso e a mettere gli sci a valle: in un millesimo di secondo è di nuovo in piedi. È riuscito ad attutire senza sbilanciarsi il contraccolpo violentissimo dell’impatto delle lamine sul ghiaccio inclinato, e nello stesso tempo a mantenere la presa. È stata un’incredibile piroetta generata da un colpo di reni: qualcosa come un salto mortale. È di nuovo sulle sue gambe, e avanza.
È intontito, si vede, ma non si ferma. Si riprende derapando lentamente in diagonale, lasciandosi portare dagli sci. Cerca di fare mente locale, di ritrovare la concentrazione. Sa forse che sarebbe peggio, se si fermasse. Si tocca la testa con un gomito, quasi volesse sincerarsi di non essere ferito. Piega due o tre volte le gambe, come per vedere se rispondono ancora. Si direbbe poco saldo sugli sci, si direbbe sul punto di cascare di nuovo. Ruota invece con un guizzo di pesce e riprende i suoi zig-zag sulla linea di massima pendenza: le sue gambe ritrovano i loro eleganti avvitamenti. Scende con la leggerezza di prima, come se niente fosse.
Dalla folla intorno a lei si leva un boato, si direbbe l’eco di un’esplosione lontana. L’emozione s’è coagulata, è un mastice denso che avviluppa i fiati e le esclamazioni delle persone. Lei è ancora per terra. Non ha la forza per alzarsi: lo vede attraverso la schiera di gambe. Lo guarda scendere, avvicinarsi con ancheggiamenti flessuosi alle rocce contro le quali ha appena rischiato di uccidersi.
Seppure minore la pendenza resta ancora spaventosa: non è fuori pericolo. Lei però sa che adesso non rischia più niente. L’oppressione ha lasciato lo spazio a una beatitudine che le sembra di non aver mai provato, una gioia che continua a crescere. Sente che ha ritrovato la sicurezza e la fiducia in se stessa, sente che non ci sarà più alcun intoppo. Sente che anche lui sa di avercela fatta, e si gusta il bozzolo tiepido degli sguardi ammirati delle persone, si gode la sensazione di scivolare sulla neve intonsa. Prova quello che prova lui, e in questo contatto scandalosamente intimo è a suo agio e si sente appagata. È come se lo conoscesse da moltissimo tempo, da sempre. È sicura che si metteranno assieme. Questa volta non è solo una sua fantasia, se lo sente. Adesso è guarita, non si inventa più le cose.

 
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