Side with the seeds

Stefania Conte
15.09.2011
 
Side with the seeds
Coda

La luce che filtrava nella sala, appena schermata dalle tende chiare, preannunciava un’estate più che sul farsi. Il colore viola deciso dei fiori scelti per gli addobbi strideva leggermente coi riflessi giallo pallido sulle belle teste imbiancate, assai numerose. Del resto, non era nuova a conviti in cui i coetanei languivano del tutto. Si era seduta in fondo, con la testa un poco bassa, quasi fosse capitata lì in uno dei suoi giri casuali, quasi non si trattasse di una cerimonia ufficiale. Solo pochi giorni prima, una telefonata di primo pomeriggio le aveva ricordato l’esistenza di quel paesino del Polesine, scoperto per caso attraverso un bando scovato in rete. Un premio piccolo, inaspettato, per dei versi usciti di getto, che rallegrava nello sfondo di una sagra di paese, col verde dell’erba da gustare sotto i piedi come un risveglio. Sfociava allora, in quelle zone basse, di Delta, la ripida salita di due anni prima.

Interludio

Sono le cinque ed è già notte. La strada per Milano non le è mai sembrata così lunga. Un’attesa di diversi mesi si srotola in quel nastro tra i due caselli, e la chiacchiera distratta non può eludere l’emozione già presente, e odora fiutando il buio novembrino. Il suo amico guida con prudenza, senza intuire l’inquietudine dalle sue risposte, appena un poco disordinate. La sala da concerti l’avrebbero trovata facilmente, pensa lei, avevano già studiato la piantina del centro alla partenza. E poi quei due biglietti, che da tempo covavano dentro il primo cassetto della sua scrivania, gialli e seducenti come pepite, e al contempo più pesanti del piombo, li tiene ben custoditi nella tasca della borsa, stretta in grembo… Chissà come sarebbe stato ascoltare finalmente dal vivo quelle canzoni irte, ricche di spuntoni, picchi, e poi tutte discese e risalite, più invitanti di mille altre melodie, così prevedibili, meno furtive. Un’ultima arrampicata, solo questo le manca, su quei sedili disposti a emiciclo, rialzati di alcuni metri sul vasto palco in legno, per il suo ritorno. Come ripercorrerla, nel lampo accecante di un brano musicale, quella strada sinuosa di curve simile a un serpente incantatore, con la stessa colonna sonora, in un ritmo incalzante di verdi e blu, sempre più accesi, sempre più densi, nell’aria rarefatta delle cime tutt’attorno, straniere nei nomi, lontane nella fiera spettacolarità dei grigi a sfumare. Un’altra cosa ignora. All’alba, una volta tornati, lei avrebbe scritto.

Andante con brio

Era il terzo giorno di quattro, nella loro breve vacanza, e si alzarono il mattino presto. Non era facile ignorare lo zampillo poco discreto di quel torrente che passava proprio a fianco della casa. Il rumoroso buongiorno li mise subito di buonumore, dopo una notte fresca che aveva permesso loro di dimenticare rapidamente l’afa di pianura. Se il giorno prima era stato dedicato alla visita di una cittadina a qualche decina di chilometri, si chiesero rapidamente quale itinerario di montagna intraprendere dopo la colazione. Dividere finalmente l’intimità silenziosa di un posto defilato, quasi ignorato dalle guide turistiche, eppure al centro di panorami ancora intatti e cime imponenti, li rendeva festosi, pronti a seguire come bambini l’emozione di novità piccole. Luca in particolare, deciso a esplorare la parte austriaca della zona, sfogliava concentrato una smilza guida che avevano trovato la sera prima nell’appartamento, sotto una pila di vecchi quotidiani. Dopo pochi minuti puntò il dito su una pagina ed esclamò deciso: “Dobratsch!”. Scoprirono allora la lunga storia delle strade panoramiche alpine, vecchie più di cent’anni e costruite alacremente negli intervalli tra una guerra e l’altra. Il lento sviluppo del turismo montano di massa. Non ci misero molto a riempire gli zaini e partire per l’oltreconfine. Sofia sorrideva soddisfatta nel vedere Luca guidare con l’aria svagata, il dito che tamburellava al ritmo della musica sul nero del volante. Solo una breve sosta, in paese, per comprare frutta e panini, e poi via, all’arrembaggio di quella vetta dal nome impronunciabile. Il ragazzo, anche oggi, pareva soddisfarsi nei suoi bisogni primi: in lui urgevano richiami elementari, che con una certa imprecisione potremmo dire “sani”. La fatica, la sete, la novità, l’appetito, guidavano le sue scelte e ne ordinavano le priorità. Questa salute piaceva a Sofia, le pareva il sigillo di un’istintività naturale che andava assecondata con scioltezza, anche se in diverse occasioni era stata il motivo di litigi furibondi e incomprensioni strillate a voce alta. Nonostante fosse una giornata di fine agosto, il sole era caldissimo e la piccola utilitaria arrancava coi finestrini abbassati su per i primi tornanti della salita panoramica. Stranamente, nessun’altra auto aveva intrapreso quel percorso lungo e tortuoso, e il silenzio attorno era pressoché totale. Non ci misero molto a raggiungere il primo belvedere, anche se avevano da poco superato la quota degli ottocento metri. L’erba era alta, solleticava i polpacci mentre raggiungevano una terrazza con vista sui laghi giù a valle. La vista di sotto li fece rabbrividire, mentre si stringevano vicini tentando di catturare con lo sguardo le cime più lontane, appena rese vaghe da una nebbiolina velata di blu. Sembrava che l’altitudine alleggerisse anche i loro piedi, si dissero, sentendosi in qualche modo sgravati, presi nell’impressione del paesaggio. Dall’auto, intanto, arrivava il suono debole della musica che avevano scelto per proseguire, un cantautore americano scoperto quasi per caso mesi prima. Una colonna sonora involontaria, per quei giorni di esplorazioni un po’ matte e un po’ casuali, in cui a dettare l’unica regola ci pensava il tramonto, sfumando pomeriggi lunghissimi e stremati, tutti un fitto camminare e parlare e giocare. Finirono di percorrere la strada panoramica canticchiando sempre, prima che l’ultimo punto di sosta segnasse l’inizio della loro passeggiata, finalmente. Di lì alla vetta avrebbero dovuto procedere a piedi, in uno scenario reso quasi lunare da rocce larghe e grigie, smussate, erbe basse e tanto vento in rincorsa sui profili molto scoscesi della montagna. Non erano più soli, ora, ma non li infastidiva la presenza di famiglie educate e poco rumorose, e alcuni bambini in un piccolo parco giochi recintato. La salita fu muta, quasi rituale, poiché la loro presenza lì era quella di due ospiti, e lo percepivano chiaramente assimilando la diversa qualità dell’aria, e la crescente complicità tra loro, mentre si aiutavano nei punti più pericolosi. Alla discesa vennero riservati gli scherzi, il loro rendersi macchiette l’uno per l’altra, mentre i muscoli tesi piano piano si scioglievano nella stanchezza sulla ghiaia bianca e franabile. Una volta al rifugio, sfiniti, bevvero avidamente una bibita lattiginosa dal nome sconosciuto.
 
 
 
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