Silvester

Stefano Zangrando
15.09.2011
 
Silvester
Quando la mezzanotte raggiunse finalmente la metropoli io stavo guardando, solo nella penombra gelida del poggiolo, i binari deserti della sopraelevata e il cielo notturno rosa e nero, rosicchiandomi la pelle intorno alle unghie e ostinandomi ancora a cercare nell’aria un ricordo che mi commuovesse, una ragione atmosferica per compatirmi e biasimare gli altri, contemplare con molle risentimento l’alone luminoso della metropoli che avanzava verso di me.
Ero riuscito a impiegare i tre quarti d’ora che mi separavano dall’anno nuovo, dal mio compleanno e dal promesso ritorno di Andrea disegnando un nuovo cartello per il cesso. Quello vecchio era ormai scolorito, gli schizzi d’acqua e di schiuma lo avevano imbarcato e riempito di bolle secche. Inoltre era stato fatto a mano, scritto nei caratteri idioti, tutti rigonfiamenti contorni e sovrapposizioni, che usano gli adolescenti prima che i loro esperimenti sessuali si trasformino in piacere.
Il regalo che avevo comprato per Andrea la stava aspettando sul tavolo, dentro una busta di cartoncino celeste con un nastro rosso stampato e un fiocco di nylon incollato su un lato, vicino ai due calici, alla bottiglia di spumante del Lidl e alle scodelle con le patatine, i nachos e la salsa. Le avevo comprato anche una scatola di cigarillos alla vaniglia e una confezione con due paia di calze autoreggenti. Benché vivessimo insieme da pochi mesi, questi erano già i miei doni tradizionali per le feste o gli anniversari che inventavamo. Lei mi ringraziava con una raffica di insulti osceni, spesso azzeccati, mi minacciava, a volte mi lanciava addosso qualcosa, ma finiva sempre per accettare le mie buone intenzioni, il mio affetto maldestro e comprensivo. I suoi regali, invece, erano tutti i lavori che ancora trovava di notte e di cui non mi parlava mai, ma con i quali si ostinava a voler mantenere anche me.

*

Andrea singhiozza, distesa a pancia in giù nella penombra. “Vorrei andarmene, piantare tutto. Isolarmi”.
Ho la testa appoggiata alla sua schiena, gli occhi chiusi. “Dove vorresti andare?”
“Non so, via da qui”.
“E una volta andata, che cosa faresti?”
“Quello che ho voglia di fare in quel momento”.
“E a chi scriveresti una cartolina?”
“Non lo so, non sono…”
“Prova a immaginartelo. A chi scriveresti una cartolina?”
“A te”.
“E poi?”
“Basta… Non lo so, adesso sono qui”.
“Non volevi isolarti?”
“Ma questo è solo un gioco, e non mi piace”.
“Un gioco è una cosa seria”.
“Ma non sempre è una cosa bella”.
In effetti, non sto facendo molto per aiutarci. Ieri, mentre si truccava davanti allo specchio, le ho detto: “Sai dove saremo tra due settimane?” Si è fermata e mi ha risposto: “Non vedo l’ora…”. Ho ribattuto: “Sbagliato, tra due settimane saremo già ritornati. Saremo di nuovo qui”. Ha ripreso a truccarsi come niente fosse, come se il mio scoramento non avesse assestato un nuovo, duro colpo al suo slancio.

*

Nei fine settimana, quando invitavamo qualcuno dei suoi strani amici, appena cominciava a sentire il vino Andrea si chiudeva nel cesso e, finché nessuno andava a cercarla, se ne stava col culo nel vuoto e le mutande alle ginocchia a strapparsi uno per uno i peli grossi delle caviglie con la pinzetta arrugginita, alzando ogni tanto lo sguardo immusonito sul cartello attaccato tra il lavandino e lo specchio, lo stesso che io stavo rinnovando, con le parole dell’Amleto: “È un fatto: più una mano sta in ozio e più acquista di sensibilità”. Nessuno che usasse il cesso poteva uscirne senza averlo letto.
Ma quell’ultimo giorno dell’anno avevamo voluto – o nonostante tutto ce l’eravamo raccontata al punto di credere davvero di volerlo – restare soli e provare a stare bene. Lei aveva promesso di tenersi libera da tutti, studenti buttafuori consiglieri femministe, per essere con me a mezzanotte. Io avevo poco di cui liberarmi; la biblioteca di quel borgo prefabbricato a mezz’ora dalla metropoli rimaneva chiusa fino al due, nessuno avrebbe dovuto sorridere al tormentato andirivieni dell’italiano dentro e fuori dal bagno dei maschi.
Non era il benessere, ma una pausa per provarci. Andrea doveva arrivare, ma non arrivò, prima dell’anno nuovo. Avremmo sgranocchiato qualcosa e ci saremmo dedicati, con sapienza e senza commenti, a ubriacarci; io avrei parlato poco, le avrei fatto solo qualche domanda insignificante, abbastanza perché lei ripetesse il racconto dei suoi primi vent’anni a Potsdam, la storia del branco e dell’operazione, le infinite variazioni, mai sentimentali, sul dolce inferno perduto.
L’ultima volta che mi affacciai prima di chiudere tutto, i bagliori tonanti dei fuochi d’artificio erano già cessati e il fumo solforoso svaniva lentamente nel buio gelido. In lontananza si udiva giungere il primo treno dell’anno.
 
 
 
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