Sinfonia dei funghi

Autor Anonym
01.09.2012
 
Sinfonia dei funghi
Andantino risoluto

Erano appesi come trofei sui balconi delle camere degli ospiti: funghi tagliati a fette sottili, forati delicatamente con ago e filo, un lavoro minuzioso, e fissati accuratamente a distanze regolari, ideali per farli asciugare. I cercatori assidui facevano così incetta di riserve pluriennali per almeno quattro famiglie, per cui l’eventuale mobilia del poggiolo veniva adibita a sospensore, oppure il concierge doveva portarla in cantina. I cercatori di funghi erano una specie molto speciale fra gli ospiti del vecchio Berghotel di passo Vigilio. Persone che di solito erano assolutamente ragionevoli cadevano all’improvviso in preda a una sorta d’impulso di caccia e si arrampicavano come camosci, lo sguardo fisso e vigile, su per ripidi prati e boschi impervi. La sera, poi, le conversazioni più gioviali minacciavano di insabbiarsi miseramente se si toccava l’argomento funghi. Se qualcuno aveva la sfrontatezza di chiedere quali fossero i luoghi più fruttuosi, sull’allegra compagnia scendeva il silenzio, oppure si ricorreva a improvvisate menzogne cartografiche.

Larghetto con brio

La passione dei funghi, tuttavia, non era riservata ai soli ospiti, anche la gente del luogo attraversava boschi e campi, spinta dal medesimo istinto di caccia, con l’intenzione di portare a casa, stavolta per davvero, la maggior parte dei porcini, ombrelloni, funghi del melo e compagnia bella. Ogni anno, quando all’inizio dell’autunno ci sentivamo dire “Bambini, noi andiamo a funghi!” – un granitico grido di guerra, per così dire, e al contempo una fervente giaculatoria a Sant’Antonio – e negli occhi dei genitori balenava quel guizzo inconfondibile, in noi piccoli erompeva il gran sospiro. La sorella maggiore tuttavia, tanto lodata da zie e nonne per il suo talento nel trovar quadrifogli nei giorni d’estate, era tutt’altro che scontenta. I suoi successi di cercatrice e i relativi inni di lode alla sua fortuna le rischiaravano almeno questo punto del programma escursionistico.

Lento con spirito

La sorella minore dagli spessi occhiali, invece, era dotata di un tale antitalento che non avrebbe saputo dire se ad affliggerla maggiormente fosse il camminare, il non trovar nulla o la lode riservata alla sorella più grande. Così ella preferiva gettarsi supina sul profumato prato di una malga, mentre gli altri infilavano il naso nell’erba a caccia di ombrelloni. Lì distesa immaginava, e subito si convinceva che quelle graziose nuvolette bianche lassù in cielo dovevano avere il sapore dello zucchero filato. Quello non glielo poteva togliere nessuno, poteva gustarselo mentre le si scioglieva sulla lingua.
Nel bosco abbracciava un larice dopo l’altro e inspirava avida il loro profumo inconfondibile, in preda a una profonda meraviglia per la pazienza che essi avevano di starsene lì anno dopo anno. E a volte pregava i piccoli, cari elfi del bosco che solo lei poteva vedere, che le facessero trovare almeno un funghetto, uno solo, affinché non ci facesse una figura troppo misera. Il buon padre aveva sempre un occhio vigile per lei, affinché la piccola sognatrice non si smarrisse – ma forse ancor più per intervenire al momento giusto, prima di doverle di nuovo staccare i funghi più sontuosi dalle suole degli scarponcini.

Vivace con fuoco

Se più persone fossero state come la piccola sorellina, non sarebbe successo nulla. Ma il virus del cercar funghi, che gettava le persone nell’istintività primitiva del cacciatore e dell’accumulatore, a un certo punto si era propagato a tal punto che a causa di quello sfruttamento incontrollato di risorse in boschi e prati si dovette emanare una legge. In quell’epoca, liberale con gli occhi di oggi, quando lo stato di ebbrezza al volante non era ancora peccato veniale e fumare nella camera dei bambini mentre la sera si recitava assieme a loro l’“Angelo custode” non era nulla di scandaloso, quella legge fu uno schiaffo per i fervidi cercatori di funghi. Poiché non solo prescriveva chi, dove e quando potesse cercare o no, ma veniva anche fatta rispettare senza alcuna pietà.
Così la sempre gioviale atmosfera nella stazione a monte della funivia di passo Vigilio, gradevolmente malinconica per via dell’imminente discesa a valle, si tramutò in imbarazzo, allorché d’improvviso ogni due giorni – perché i funghi erano liberi per legge un giorno sì e l’altro no – i tutori dell’ordine presero a organizzare delle retate in queiparaggi, chiedendo a escursionisti e ospiti di aprire gli zaini e mostrare i documenti. E come sempre quando novità indesiderate turbavano il popolo, gli uni imprecavano, gli altri tacevano, ma nessuno vedeva il modo di fare qualcosa contro quella impertinenza. O quasi.

Finale molto giocoso

Un signore di Merano aveva il costume di muoversi nell’ordine costituito e nelle sue leggi in modo tale che lo si sarebbe potuto definire un Robin Hood delle montagne. È vero che non vendicava i diseredati né proteggeva le vedove e gli orfani, tuttavia compiva quella che agli occhi di molti era una buona azione, e cioè sbalordire gli ingenui, confondere le carte agli abitudinari e strapazzare i piccati. Una delle sue gloriose idee degenerò quando egli dipinse sistematicamente, nei più vari colori, tutto lo sterco di vacca che trovò vicino al sentiero per la malga di passo Vigilio. Se si trattasse di arte o se fosse solo l’opera di un pazzo, non riuscirono mai a capirlo né la gente del posto né i turisti.
A questo artista performativo sui generis venne dunque in mente qualcosa di adatto anche a proposito della legge sui funghi. Un giorno nel quale andare a funghi era vietato, egli si acconciò con Dirndl e parrucca, imbracciò un grande cesto e lo riempì di funghi di cera, coprendoli poi con un fazzoletto a quadretti rossi e bianchi. Acquistò un biglietto giornaliero per la funivia di passo Vigilio, così da poter salire e scendere finché non si fosse imbattuto in un tutore della legge sui funghi. E in effetti lo incontrò dopo pochi viaggi presso la stazione a monte. Riconoscendo con occhio esperto i rilievi fungiformi sotto il panno, quello si rivolse naturalmente all’uomo in Dirndl, chiedendogli se nel cesto che aveva con sé ci fossero dei funghi. Sì, rispose lui, dicendo il vero. Non lo sapeva, gli chiese l’altro, che quel giorno era proibito raccogliere funghi? Sì, lo sapeva, rispose. Pertanto, annunciò il tutore dell’ordine, avrebbe dovuto sequestrargli i funghi e infliggergli una multa di cinquantamila lire. L’uomo in Dirndl replicò che nemmeno per sogno!, posò le mani sul cesto come per proteggerlo e si ritrasse ostentatamente. I maneschi tentativi che seguirono, da parte dell’altro, di impossessarsi del cesto furono scansati abilmente dall’uomo che, benché indossasse un Dirndl, nondimeno era un uomo tutto d’un pezzo. A quel punto il tutore dell’ordine chiamò via radio i colleghi a valle chiedendo rinforzi, e decisero che l’uomo in Dirndl andava ammanettato e portato via in funivia.
Mentre scendevano a valle, l’artista performativo, che della propria performance non ne aveva ancora abbastanza, s’intrattenne con grande diletto o – a seconda – imbarazzo dei compagni di viaggio in ulteriori conversazioni piccanti, che purtroppo non sono state tramandate nei dettagli. A valle li aspettavano gli uomini in pattuglia, che andarono incontro al presunto contravventore e vollero subito ispezionare il cesto. Quello fu per l’uomo in Dirndl il frangente ideale per il momento culminante della sua performance: con un grande slancio fece ruzzolare i funghi di cera in lungo e in largo tra la folla sbalordita dei passeggeri.
Fra risa stridule davanti alla clamorosa burla, la cui notizia si diffuse rapidamente fino a Merano e forse oltre, il Robin Hood delle montagne aveva di nuovo compiuto una buona azione: i meranesi ebbero la loro rivalsa sulla legge tanto aborrita, e la specie fungina è sopravvissuta fino ad oggi.
 
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