Sorelle pecore

Wolfgang Machreich
03.07.2019
 
Sorelle pecore
Se gli scarponi da montagna di Norbert avessero saputo che fine li aspettava, avrebbero preferito diventare ciabatte infradito. Io li capisco, gli scarponi. Le suole in malora, la forma in vacca, la pelle in pappa, se ne stanno davanti alla stufa a legna asciugandosi in vista del prossimo servizio mattutino. Io ci sono seduto accanto, mi sento altrettanto in malora, in vacca, in pappa e già temo la giornata successiva, le ripide ascese, la discesa. Riposo di fine giornata per gli scarponi. Un po’ di respiro per me.
Cena per il pastore. Pasto d’addio per me. Che ci faccio qui? Che cos’ho perso in un nido d’aquile chiamato malga del pecoraio?
Si dice che i soldi si trovino per strada. Sciocchezze. I soldi sono qui, in montagna: quel pastore ha un non so che, aveva detto il direttore editoriale, una storia fantastica, che attira. La vita dei pastori è decelerata, umile, pura, e questo piace. Il libro lo lanceremo alla grande: “Sorelle pecore”, gran titolo, si venderà. Vai lassù, osserva un po’ e tira fuori qualcosa!
Anticipo? Immediato, una somma di tutto rispetto. E altrettanto alla consegna del manoscritto… Spese di viaggio? Extra, bando alle ciance, pensare in grande, scrivere in grande…
Mi hai convinto, gli ho detto, ti porterò il pastore, sono praticamente già lì, sto già salendo…
Arrivando sul posto mi è venuto un primo sospetto che la ricerca non sarebbe stata così semplice. La macchina ho dovuto mollarla a Inner-qualcosa, a 1580 metri d’altitudine. A queste altezze ci ero venuto solo con gli sci, finora mi ci concedevo soltanto il mio cappuccino di metà percorso. A Inner-qualcosa invece non avevano neppure il caffè espresso. Inner-qualcosa era una sbarra, una sbarra abbassata.
Le escursioni in montagna, il piacere del ghost writer… Ha ha! Il lavoro è il lavoro, mi son detto per incoraggiarmi, ho indossato la mia attrezzatura tex-skin-fit – costosissima, la metto tra le spese! – e sono partito. Strada forestale, fantastico. Sentiero, ok. Salita ripida, ciao. “Salire è il lavoro quotidiano di Norbert” scriverò più tardi, seduto al tavolo della malga, nel mio taccuino: “Chi vuole fargli visita deve avere il passo sicuro, la salita è ripida. Stelle alpine a ciuffi indicano che la via è quella giusta. Anche se dire via è esagerato, è piuttosto un viottolo, un sentierino, passi, tracce. Il rifugio del pecoraio nideggia più in alto a mo’ di “Stella delle Alpi”, così come il lavoro del pastore è ben lontano da qualsivoglia idillio alpino o cliché alla Heidi.” Purtroppo. A me gli idilli piacciono, e i cliché pure. Le salite ripide, i pendii dirupati, la dimensione autentica: no. Volevo urlare al pastore che venisse giù, che mi aiutasse o, ancora meglio, che mi raccontasse tutto da lassù, ci avrei pensato io a sistemarlo per bene, ad abbellirlo e gonfiarlo un po’… Ma il cellulare non prendeva. Volevo fare dietro front, tornare alla macchina, concedermi un cappuccino, dimenticare le pendenze, fregarmene della dimensione autentica – e in quel momento mi è tornato in mente il direttore editoriale, l’anticipo, il secondo bonifico… Così ho proseguito, risalendo fra le imprecazioni, temendo le altezze. Devi guardare Norbert mentre lavora, mi ha suggerito il mio orgoglio professionale, devi metterti nei panni del pastore. Per diventare il suo writer, devi essere il suo ghost.
È per questo che sono qui, accovacciato accanto alla stufa, vicino agli scarponi che si asciugano. Avrebbero preferito essere infradito, e io essere in spiaggia. “Siamo tutti pastori!” avrebbero intitolato i miei amici del rotocalco. Ha, ha! Li conosco, i colleghi, tutti animali da scrivania, quassù sarebbero perduti: senza wi-fi, senza aria condizionata, senza pizza a domicilio… By the way, una pizza adesso ci starebbe. Norbert ha cucinato spaghetti, li guarnisce coi cetrioli, li mangia col pesto. Carino, ma la pasta di malga non può competere con una Americana-XL. Per colazione c’è del müsli. Con ribes fresco. Gliel’ha portato quassù un’escursionista. Norbert era raggiante, io lo guardavo, era davvero felice di quella roba. Carino, ma niente in confronto a dei croissant appena sfornati. E al caffè temevo di dovermi accontentare del solubile da campeggio o della versione a filtro della nonna. Non me ne voglia George Clooney! Qui solo le pecore stanno all’ingrasso. Quassù il mondo è alla rovescia. Quassù tutto gira intorno alla bestia. Quassù le pecore sono regine. Nel suo libro disegnerò Norbert come un montanaro allampanato. Lo rappresenterò come eremita. La malga come il suo ritiro. La cura delle pecore come la sua vocazione. Funzionerà, il direttore editoriale ha subito fiutato l’idea. Ogni autunno Norbert ritorna a valle deperito, scriverò. Roba che piace, la privazione si vende. Ma solo corporale, scrivo, sotto l’aspetto spirituale dopo l’estate in malga il pastore somiglia alle sue pecore, torna a valle con l’anima ben imbottita e l’umore irsuto. Roba che spacca, decelerazione pura, solitudine totale, semplicità radicale, il direttore editoriale andrà in brodo di giuggiole. Se solo fossi già tornato giù...
Meglio che non ci pensi. Chissà perché ha voluto raccontarmi della pecora precipitata il giorno prima: “Se guardi la pecora che inciampa e la vedi volare giù per il dirupo, sempre più veloce, allora vedi te stesso, allora vedi come sarebbe se...” Io non l’ho vista, tuttavia non riesco a togliermi l’immagine dalla testa.
Chiederò a Norbert di accompagnarmi giù, che mi faccia strada, anzi, ancora meglio, che mi leghi a una corda. Per me lo farà, non gli sono antipatico. Sono un tipico uomo di città, mi ha detto quando gli ho chiesto dove potevo fare la doccia. Non l’ha detto con cattiveria, divertito piuttosto, e sorpreso del fatto che mi fosse venuta un’idea del genere. Io non ho detto niente, ma non l’ho trovato né divertente né sorprendente, e i miei amici del rotocalco saranno d’accordo con me, e il direttore editoriale pure, sul fatto che dopo un giorno di grandi sudate fra pendii e dirupi io chieda a ragione di potermi lavare. La sola possibilità è stata infine quella nella sua forma primigenia: mastello, acqua di fonte, sapone da bucato. Carino, per una volta si può anche far così alla primitiva, tanto domani a quest’ora sono in hotel. In un bell’hotel, quattro stelle superior, ci vuole dopo tutti gli strapazzi, la privazione, il campo avventura – lo metto tra le spese. Se solo fosse già domani e io fossi già giù. Per ora sono qui accovacciato accanto alla stufa, vicino agli scarponi. Avrebbero preferito essere infradito, e io da qualche parte in pianura, dove ci siano doccia, pizza a domicilio, wi-fi…
Apre una seconda lattina di birra, in via del tutto eccezionale, visto che ha visite. Quassù bisogna badare bene a se stessi, qui non c’è nessuno che viene a raccoglierti: così Norbert mi spiega il suo precetto d’astinenza. Mi ricorda la vita claustrale, questa mortificazione malgara. Non sono mai stato in un convento, ma è così che m’immagino la povertà santa. Per non pensare alla discesa proseguo nella stesura degli appunti. Quando Norbert a valle racconta del suo lavoro quassù, lo guardano come uno che ha rotto i ponti con gli umani consorzi. “Ma non è vero”, dice lui, “qui in malga io inizio a vivere...” Roba che vende. Il direttore editoriale sarà soddisfatto. Io gli porto il pastore. Anche se capisco molto meglio gli scarponi, che preferirebbero essere ciabatte infradito.

Traduzione: Stefano Zangrando
 
Twitter Facebook Drucken