Sotto lo stesso sole

Gabriele Chiapparini & Camilla Marrese 
20.02.2018
 
Sotto lo stesso sole
Nina guarda fuori dalla finestra. Giulio è seduto sul letto, dietro di lei. Guarda la sua schiena.
“È bellissimo”, dice Nina. Gli ultimi fiocchi di una nevicata impetuosa si appoggiano delicati su tre giorni di bufera. “Se solo fosse più semplice raggiungere posti come questo...”.
“Se lo fosse, difficilmente vedresti ciò che stai guardando”, risponde Giulio.
“Hai ragione”.
La schiena di Nina è di una bellezza disarmante, tesa e flessuosa allo stesso tempo. Rimangono così per un po’. Giulio aspetta, non vuole mettere nessuna fretta alle cose, non è luogo per la fretta quello.
Nina si gira e si avvicina a Giulio e gli preme la pancia contro il viso, gli abbraccia la testa, gli accarezza i capelli, lui le cinge la vita con una dolcezza che non sente familiare da molto tempo. Appoggiato al ventre di lei pensa a solo tre mesi prima, quando gli sarebbe parso impossibile anche solo da immaginare. Lei 23 anni, lui 43. Vent’anni più giovane. Due mondi diversissimi, apparentemente inconciliabili. Avevano chiacchierato in modo semplice e, forse anche per quel motivo, nessuno dei due aveva pensato potesse esserci in qualche modo l’imbarazzo di un fraintendimento. La discussione era allora scivolata facile da un argomento all’altro. Certo lei era bella e lui sapeva di essere affascinante a modo suo, ma il pensiero che la cosa potesse evolvere in quella direzione non lo aveva sfiorato. Giulio si alza e la guarda in viso. Nina tradisce un po’ di tristezza. A causa dell’età non è ancora capace di trattenere quello che le passa per la testa. “Che succede?”
“Non voglio tornare” risponde Nina.
Giulio la guarda, sorride. Si stacca da lei che lo riporta immediatamente a sé. Si baciano. “Metto su qualcosa da mangiare? Hai fame?”
“Sì, mentre prepari mi butto in doccia”, risponde Nina.
Giulio va verso la cucina e mette a scaldare una pentola d’acqua. Tira fuori dal freezer i tortellini portati da Bologna. La cucina locale in montagna è squisita ma lui non è in grado di cucinarla, la può apprezzare solo le volte in cui riesce ad andare in uno dei ristoranti della zona, ma in quelle condizioni ci vogliono 40 minuti di auto fra strade sterrate e innevate fino ad arrivare alla statale, e poi al paesino vicino.
Mentre aspetta che l’acqua inizi a bollire si avvicina alla finestra e guarda fuori, la neve continua a scendere sempre più rada. Dopo la prima volta si erano incontrati una seconda, per caso o forse no, sempre nello stesso luogo. Avevano continuato la chiacchierata della prima sera: cosa fai tu, cosa faccio io, di cosa ti occupi, cosa ti piace, che progetti hai per il futuro. Anche quella volta la sera era scivolata via. Aveva scoperto che Nina studia. Architettura a Venezia. Bello!, si era detto. Avevano talmente tanti interessi in comune che ogni volta, nei successivi incontri, non sapevano da dove cominciare. Lui le aveva raccontato un po’ di sé: era un imprenditore con due locali piccoli in città, che per il momento sembravano funzionare. Aveva avuto un po’ di storie, alcune serie altre meno, attualmente era solo e quasi fiero di quel suo equilibrio, nella vita spesso raro e difficile. Era una situazione che avrebbe volentieri mantenuto tale per un po’. Nina era uscita da non molto da una storia importante. “Si possono avere storie importanti a quell’età?”, si era chiesto. Ma poi era bastato ricordarsi di quando si era innamorato per la prima volta, più giovane di lei e di quanto avesse sofferto. Provò vergogna per aver pensato in modo così superficiale a quello che aveva potuto passare lei solo pochi mesi prima.
Giulio sente l’acqua della doccia che scroscia da dietro la porta del bagno. Va verso i fornelli e abbassa la fiamma per aspettare Nina.
Quando si siedono a mangiare, solo l’angolo del tavolo a separarli, i capelli di Nina sono ancora in parte bagnati. Giulio li sfiora con la punta delle dita. Il caldo umido del brodo e della stanza contro il freddo secco della montagna. Una delle più belle sensazioni possibili, come il temporale (o le nevicate) mentre si è al caldo sotto le coperte. Senza parlare granché si limitano a godere di quel privilegio.
Finito di mangiare, Giulio si appoggia sul letto sfatto e si addormenta. Nina mette via le ultime cose nella sua valigia, con calma, e prima di svegliarlo si siede un attimo di fianco a lui. Lo guarda mentre dorme. Poi guarda la stanza. La luce che filtra le sembra una luce mai vista prima. Isola lo spazio, lo modella, è corposa, irreale. La stanza è una bolla, una parentesi, una pausa. Un letto nel vuoto. Nina si ferma a pensare che l’anno in cui è nata potrebbe essere lo stesso in cui Giulio ha avuto una ragazza per la prima volta, e che forse proprio in quei giorni lui imparava a guidare la macchina, o magari la guidava già; che quando lei iniziava le elementari lui stava cercando lavoro, e così via. Ragionare in questa direzione può diventare una malattia. E alla fine, pensa Nina mentre con il piumone copre i polpacci di Giulio, ora non importa. È una questione di sottrazioni: dalla società, dalle sovrastrutture, dai pensieri indotti e autoindotti, dagli sguardi, dai possibili commenti degli altri e, alle volte, anche dall’idea che ci si è fatti di se stessi.
Dentro a quella stanza, in quel luogo lontano da tutto e da tutti, in cui il bianco crea un confine e insieme lo abbatte, Nina si chiede cosa rimanga di una persona. Il corpo, intanto. Epidermide. Quello che vedi, senti e tocchi e che tolto dal contesto quotidiano e impietoso del mondo “reale” diventa assoluto, estraneo ai valori del tempo. La testa, la voce, le parole, i gesti. Tutto questo lo vuole portare con sé. Nina si alza dal letto e si avvicina di nuovo alla finestra. Ha smesso di nevicare. È ora di tornare.
 
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