Stanko ammucchia amore

Anna Maltschnig
03.07.2019
 
Stanko ammucchia amore
Stanko non aveva bisogno di darsi chissà quali arie. A cosa serviva, visto che trascorreva tutti i giorni al chiuso, seduto, inosservato dal mondo esterno, dietro lamelle di plastica impenetrabili allo sguardo. La sua casa erano capannoni illuminati al neon, i suoi interlocutori bancali e pacchi, e il muletto elevatore il suo solo compagno.
Solo di rado qualcuno si smarriva nella “tana della volpe”, come veniva chiamato affettuosamente il magazzino del mobilificio in cui Stanko lavorava. Solo quando c’era l’inventario alcuni collaboratori del team sviluppo scendevano le scale per l’interrato e, a dispetto delle torce sui cellulari, se la sbrigavano prima che potevano. Si aggiravano fra le corsie labirintiche del magazzino, dalle quali solo Stanko sapeva come uscire. Per questo era consigliabile esser gentili con lui, se non si voleva passare in quei meandri più tempo di quel che si tollerava.
In quei momenti, cui i collaboratori dello sviluppo guardavano con spavento, Stanko rinasceva letteralmente. L’inventario era per lui un po’ come il giorno delle porte aperte. Forniva di buon grado informazioni sulla situazione e il numero dei bancali lì ammucchiati. Finalmente poteva mostrare quel di cui erano capaci lui e il suo muletto; una volta l’anno poteva rendere visibile al mondo esterno la sua attività nascosta.
Il resto dell’anno Stanko era per lo più circondato dal silenzio. A parte le ruote cigolanti del muletto che tirava fuori o riponeva la merce, di rado si sentiva un rumore. Gli era già successo di sorprendersi a parlare ai pacchi: “E tu chi sei? Dove devi andare?” Naturalmente non otteneva risposta. A volte qui si smarriva anche qualche topolino che si metteva a rosicchiare già con l’acquolina in bocca un pacco o l’altro, salvo poi lasciar perdere non appena si accorgeva che non era niente di commestibile. In realtà Stanko avrebbe dovuto avvisare immediatamente i piani alti di quelle visite, ma nella sua condizione eremitica traeva un certo piacere da quella piccola compagnia roditrice.
Indubbiamente qui Stanko aveva molto tempo per riflettere. A volte troppo. In questo ambiente inospitale e irreale a volte il confine tra realtà e immaginazione poteva sfumare. Molte cose allora sembravano possibili. E molte impossibili. Far sparire inosservati un cadavere qui dentro, ad esempio, era tra le cose possibili e non così peregrine; impressionare il mondo femminile con le sue abilità di magazziniere mulettista, invece, tra quelle impossibili. Il giorno prima col suo supporto manovrabile aveva portato ottanta bancali da A a B. Nel complesso facevano circa mille pacchi al giorno. Difficile che oggigiorno si potessero impressionare delle donne con un dato del genere. Così durante la pausa pranzo coinvolgeva anche i colleghi, che potevano senz’altro valutare meglio le sue prestazioni. Colmo d’entusiasmo Stanko raccontava loro, nella stanza comune, del suo nuovo record. I colleghi, tuttavia, non si mostravano particolarmente impressionati. La loro capacità di entusiasmarsi l’avevano mollata anni prima nei loro armadietti, si limitavano a masticare apatici i loro panini.
Così Stanko, tornato nel suo buco, doveva rallegrarsi fra sé e sé. Che altro gli restava, del resto. In momenti come quelli Stanko si sentiva solo. La mattina presto, quando si preparava per andare a lavorare, era ancora buio e la sera, quando finiva, lo era già. E la sua vita amorosa era altrettanto fosca. Tristi prospettive ovunque si voltasse.
Un mattino udì nuovamente qualcuno, dopo molto tempo, scendere le scale del magazzino, ma non erano passi familiari. Quando ogni giorno non si vede molto, gli altri sensi ne vengono acuiti, e così era accaduto a lui. Riconosceva ogni collega dal rumore dei suoi passi giù per le scale. Con quella competenza, pensò, avrebbe potuto partecipare a “Scommettiamo che?”.
Se dunque i passi non appartenevano a qualche collega, di chi potevano essere? Stanko tese meglio l’orecchio. I passi, inizialmente svelti e decisi, si fecero più lenti e infine cessarono appena giunti sul pavimento in cemento del capannone. Poi una voce di donna rischiarò lo spazio: “Signor Stanko, dov’è?” L’eco della signora Steffi risuonò non soltanto fra le pareti fredde, ma anche dentro il petto di Stanko. Lievemente titubante e curioso, sbucò dal suo nascondiglio e le strinse imbarazzato la mano.
La signora Steffi mostrò un interesse sorprendente, e poi non lo trattava dall’alto verso il basso, anche se la situazione e la sua posizione nell’azienda lo avrebbero senz’altro permesso. La signora Steffi volle sapere quanti bancali Stanko spostasse ogni giorno con il suo muletto, che tipo di trazione avesse quest’ultimo e quanto in alto giungesse la sua forca. Stanko era sconcertato. Nessuna donna era mai andata così a fondo. La signora Steffi era stata mandata lì per ottimizzare assieme a lui la gestione del magazzino. Ma a Stanko questo non bastava. Voleva ottimizzarsi lui stesso. Per la signora Steffi. Stavolta voleva superarsi, diventare uno squarcio di luce nel cupo stress da clausura fra i bancali.
Non s’impappinò granché . Non gli sembrava vero potersi esporre in quel modo. Voleva dimostrare di non capirci soltanto qualcosa del proprio mestiere, ma anche die essere eloquente e dotato di competenze sociali. E in ciò lo aiutavano i dialoghi fittizi con i suoi pacchi. Ma questo non serviva dirlo subito alla signora Steffi. Piuttosto avrebbe voluto farle una dichiarazione, d’amore nella fattispecie: a tal punto la cosa lo aveva preso.
Quando Stanko sognava il grande amore, vagheggiava di condurre la sua bella a bordo del muletto in uno slalom fra le corsie del capannone, tracciando sempre di nuovo, sul pavimento, il segno dell’infinito. L’avrebbe fatta andare su e giù sulla forca, alla signora Steffi. E giunto all’altezza massima l’avrebbe posata su un bancale, e in uno scatolone ci sarebbe stato nascosto un anello. E l’avrebbe riportata giù solo dopo che ella avesse detto “sì”; altrimenti l’avrebbe lasciata rosolare ancora un po’ lassù, una variante, quest’ultima, decisamente meno romantica.
Quando la signora Steffi ebbe finito di prendere appunti, lo riportò con i piedi sul duro terreno dei fatti. Lo ringrazio per le informazioni. Ora avrebbe dovuto elaborare quello di cui aveva preso nota, ci sarebbe voluto un po’ di tempo. Le scartoffie sul suo tavolo si moltiplicavano di giorno in giorno in misura inaudita, piani e progetti che si ammucchiavano all’infinito uno sopra l’altro. Stanko capiva perfettamente. Entrambi, ognuno a suo modo, non facevano che ammucchiare cose una sopra l’altra; lei a mano, lui a macchina. E anche lui ora avrebbe dovuto elaborare quel che era successo, finché la signora Steffi non fosse tornata. Finalmente ritornata.

Traduzione: Stefano Zangrando
 
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