Storia nuova

Lucia Munaro
20.02.2018
 
Storia nuova
Da giorni qualcosa le prendeva la gola. Forse era il fiato caldo, appiccicaticcio dello scirocco, forse il morso del mare che bagnava instancabile la costa, lì sotto. E il mare era un dio che si congiungeva alla terra arrendevole in un gioco perenne.
Anche lui la coinvolse in un gioco, le sembrò. Il gioco a essere seri, a dire il vero e non solo con le parole, a volersi congiungere, a farsi spiaggia, a farsi mare e lambirsi voraci per sigillare l’incontro.
Sapevano entrambi – a lei lo diceva la pelle, le labbra e la gola che sentiva arse come se ad accarezzarle fosse lava incandescente e non una brezza innocente con l’odore, il puzzo del mare – sapevano che dovevano possedersi. Tutto qui. E si lasciarono con la certezza di rivedersi. Presto ci sarebbe stata un’occasione nel Continente, le disse. Con questo pensiero soltanto, lei riuscì a lasciare l’isola e nel viaggio la mente la portava di continuo a quel prossimo incontro. Si concedeva mentalmente all’uomo e si sentiva donna, soltanto questo importava e presto avrebbe potuto toccarlo e leccarlo come fanno i cavalli, le bestie e accettare le sue carezze, ovunque, e accogliere il suo umore. Si preparava come a una liturgia del piacere, senza un copione ma pronta a godere ogni attimo. Una fiducia illimitata la trascinava verso quel giorno, e non osava pensare che un qualche motivo qualsiasi avrebbe potuto frapporsi tra loro e allontanare le loro nozze. Perché di nozze si sarebbe trattato, tra un uomo e una donna senza altro vincolo di accettarsi per un momento effimero e lieve. Pazientava intanto e riprese il lavoro, volle svolgere le incombenze sospese e si perse a parlare coi colleghi della vacanza, e questi le lessero nel viso, ma forse anche no, l’invaghimento con la natura e con l’arte di quella terra. S’impose di fare delle cose, ma era solo un’attesa al suo richiamo. Lui l’aveva avvertita che a volte si dilettava a manipolare le persone, e voleva dire le donne. A lei poco importava, solo il baratro di non incontrarlo presto, prestissimo la spaventava. I giorni, le ore erano ora grani di un rosario, la preghiera una sola: di sentire la sua chiamata presto, di ricevere un messaggio che le dicesse i dettagli per poterlo raggiungere.
Sorrideva stordita e colma di eccitazione al mondo e il mondo sorrideva a lei, le sembrò. A Palermo su una panchina lurida vicino alla stazione centrale, dove si era seduta per riposare un momento per via del bagaglio che si tirava appresso si decise a mangiare un frutto, e finì con l’alimentare piuttosto che spegnere quel languore che la divorava ormai da giorni. Scambiò uno sguardo e un saluto poi con un giovane sdentato e la città e la gente nella sporcizia e il degrado le parvero vivi, lei stessa ci si sentiva a suo agio. Strano nido d’amore, con tutta quella bellezza incatramata, le statue, le chiese e i palazzi in rovina, eppure lì, pensò, avrebbe potuto fermarsi, condividere una stanza e ore di piacere con lui. E poi scendere e immergersi nel fiume di quelle vite senza arte né parte, rubare l’olezzo del pesce fresco e della carne alla brace di un mercato improvvisato, svegliarsi con un caffè zuccherato e un sorso d’acqua e partire, per poi solo ritornare.
Intanto per trastullare quel tempo che mancava all’incontro con lui, fece un inventario delle cose che avrebbe raccolto, da portare con sé dopo. Era come posseduta da una forza feroce e lucida insieme e con accuratezza fece l’elenco. Avrebbe annusato il suo odore, memorizzato il profilo del suo volto che quella sera in auto le era parso a tratti rapace. Come una macchina della verità avrebbe registrato il tono della sua voce, le parole per scoprirvi uno spasimo nuovo anche a lui che dell’essere algido, freddo sembrava andar fiero, ma in fondo era anche quella solo una difesa, ne era convinta.
A lei andava bene così, pure lei non era avvezza a concedersi, a spogliarsi e a farsi raccogliere. Un conto era aprirsi con le parole, cercare quelle attinenti e sincere, usare i rimandi del logos, per rivelarsi e comunicarsi, a sé stessa e all’altro. Ma ora erano altre sedimentazioni dell’Io, significanti dell’anima che chiedevano di essere abbattuti, superati per entrare in un giardino dell’Eden e affidarsi totalmente a un essere altro da lei.
Il mondo le parve amico in quei giorni. Non era stupore, ma lei, che era solita escludere le persone quasi fossero secondarie ai progetti che la prendevano di volta in volta, e pensava così di essere concreta, si scoprì a guardarle quando le incontrava per strada, sì, a fare attenzione a non urtarle e a raccogliere senza remore lo sguardo dei maschi. A ondate l’eccitazione la riprendeva, mano a mano che i pochi giorni passavano, ed era grata a lui di quella proposta di rivedersi così presto che le addolciva ora il distacco, non solo da lui ma anche da quel lieto peregrinare nei luoghi del mito. Le era sembrato in Sicilia di essere immersa nel mito, i processi logici, ai quali si affida solitamente la decodificazione della realtà, mostravano infatti in quei luoghi una disarmante inadeguatezza.
Non li aveva contati i giorni. Doveva fidarsi e aspettare? Le sorsero i dubbi: se poteva o doveva farsi sentire lei per prima. Magari lui pensava che a lei non importasse più niente ora che non c’era più l’alito dello scirocco a turbarla, magari non valeva la pena per lui arrangiare l’incontro. Com’era complicato il gioco con gli altri, per lei che si era arroccata da tempo su una sponda deserta e riempiva i giorni di emozioni ma non si curava di condividerle con qualcuno.
Come quella volta con lo spettacolo di Nekrosius, l’Idiotas da Dostoewskij che durava più di cinque ore ed era annunciato in lingua lituana. Ci andò da sola, nessun amico e amica volle accompagnarla, ma non se ne preoccupò. Per giorni conservò l’emozione provata e se ne nutrì. E poco le importò che non ci fosse qualcuno con lei a dividerla, piuttosto ne era quasi gelosa.
In questo caso però la prospettiva di raggiungere lui e passare poi invece una notte da sola, in una stanza anonima le pareva insopportabile. Serbava ancora il fremito del loro ultimo incontro come qualcosa di prezioso, come il fuoco di un altare cercava di tenerlo in vita dentro di sé, ma solo per riversarlo in un nuovo incontro ancora più intenso e vicino, pensava. La voce di lui indaffarata, quasi giocosa, quando poi lo raggiunse al telefono la fece sorridere e smorzò finalmente la deriva patetica della sua esperienza.
Sarebbe andata comunque verso quella nuova avventura. Lo aveva deciso, in fondo, quella sera sull’Isola, quando lui gliene aveva accennato per la prima volta. Ora si trattava solo di munirsi di qualche difesa, perché non sai mai le mosse di un altro. Lei stava imparando a cimentarsi in un gioco dai risvolti antichi e sempre nuovo, a qualsiasi cosa fosse andata incontro non voleva però rinunciarvi.
 
Twitter Facebook Drucken