Tornata a casa ho buttato la guida

Autor Anonym
05.11.2008
 
Tornata a casa ho buttato quella guida.

Era il mese di luglio, ma a Kuldiga, piccolo villaggio nel cuore della pianura lettone, pioveva a dirotto. E noi, giovani un po’ sprovveduti, senza la benché minima conoscenza della lingua lettone (il russo era meglio evitarlo…e comunque non sapevamo neanche quello) eravamo sulla strada sbagliata, alla ricerca di una fermata dell’autobus inesistente e con un volo di ritorno che non ci avrebbe aspettato a Helsinki.

Dovevamo raggiungere Riga prima possibile. La soluzione era semplice: fare l’autostop. Sicuramente qualcuno ci avrebbe caricato, si vedeva lontano un miglio che eravamo due bravi ragazzi e inoltre la guida al turismo alternativo lo diceva chiaro e tondo: nei paesi baltici l’autostop funziona benissimo! L’unico inconveniente era che all’epoca nei paesi baltici la densità delle macchine era inversamente proporzionale a quella delle betulle. Dopo circa due ore di trepidante attesa sotto la pioggia imprecando in modo irripetibile, abbiamo udito il rombo lontano, ma inconfondibile di una vettura. Mai il rumore di un tubo di scappamento mi aveva procurato tale intenso piacere. La guida aveva ragione: la macchina si è fermata all’istante e ci ha caricati.

Con un po’ di fortuna avremmo raggiunto Riga in tempo. I nostri autisti erano due omaccioni sorridenti e baffuti. Per dimostrare la nostra riconoscenza e non venir meno ai luoghi comuni che vogliono gli italiani allegri, chiassosi e capaci di farsi capire in tutte le lingue, abbiamo iniziato una piacevolissima conversazione a gesti. I nostri interlocutori erano davvero molto simpatici e gentili, ci hanno offerto di tutto spiegandoci con soddisfazione che si stavano recando a Riga per “bissiness, bissiness” come ripetevano in continuazione.

Nonostante tutta la nostra e la loro buona volontà non riuscivamo a capire di che affari si trattasse, ma la loro compagnia era talmente piacevole che ciò non turbò minimamente il nostro viaggio. Erano le due persone più carine e gentili che avevamo incontrato fino a quel momento. Giunti a destinazione, volevamo sdebitarci per il passaggio contribuendo alle spese. La “Guida al turismo alternativo” diceva che nei Paesi Baltici si usava così, ma i nostri amici rifiutarono indignati e insistettero in segno d’amicizia di farci vedere in cosa consisteva il loro “bissiness”.

Fermata la macchina, aprirono il portabagagli: dentro c’erano casse con armi, pistole e munizioni. Di colpo mi mancò il respiro: avevamo viaggiato con dei trafficanti d’armi. I loro occhi brillavano di fanciullesco orgoglio, anelando ricchezze future e sogni di rivalsa. Nella mia testa si confondevano i significati di bene e male. Una danza beffarda smuoveva i cardini delle mie certezze morali. Quelli che fino a pochi secondi prima erano “i buoni” di colpo erano diventati “i cattivi”.

Il loro lasciapassare per il mondo ricco e luccicante oltre il Mar Baltico, al di là di grigie cortine e muri cadenti era lì, davanti ai miei occhi, in tutta la sua cruda e cinica realtà. Immagini che nulla c’entravano con le ore piacevoli e spensierate appena trascorse in compagnia dei nostri nuovi amici affollavano la mia testa.

“Il bello è brutto e il brutto è bello” dicono le streghe in Macbeth e “il cerchio non è rotondo” avevo letto un giorno su muretto di periferia. Già… Ci salutammo augurandoci buona fortuna. Non ho mai dimenticato il loro sorriso sincero e la loro cordialità.
 
 
 
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