Trote

Autor Anonym
01.09.2012
 
Trote
Era un giorno di febbraio, nevoso e freddissimo. Il nostro primo inverno lassù. Allora lo Jocher somigliava più a un rifugio che a un albergo, ma la cucina era già ottima. Per poterci pranzare si riceveva un buono al Berghotel, che si trovava in basso, al capolinea della funivia: il “Vigilius” di allora. Da lì, la salita allo Jocher era battuta da un piccolo gatto delle nevi, ma bastava uscire appena dal suo percorso per affondare nel bianco fin sopra le ginocchia.
Quella mattina, dopo la passeggiata, Silvana e io ci ritemprammo al bar dell’hotel. C’erano anche tre signori tedeschi, di Francoforte. Al momento di andarcene, Gerhard, il gestore, ci porse un sacchetto di plastica vuoto e disse: «Se per caso scendendo trovate delle trote per strada, portatele al cuoco in albergo».
Silvana e io ci scambiammo un’occhiata, poi guardammo i francofortesi, che sorridevano curiosi. Pensammo tutti che Gerhard avesse bevuto un po’ per combattere il freddo. Poi Silvana fece spallucce e accettammo di buon grado la richiesta del gestore.
Ci avviammo giù per il sentiero, in quel paesaggio fatato e silenzioso. I rami degli alberi erano talmente carichi che, se li toccavi per farne crollare la neve, risalivano balzando un metro e più.
Avevamo appena imboccato il sentiero quando incrociammo un ospite dell’hotel, un giornalista di Milano. Scambiammo due chiacchiere e gli mostrammo il sacchetto, riferendogli della bizzarra richiesta di Gerhard.
Il giornalista disse che lui in effetti, più in basso, si era imbattuto in un pesce morto, ma lo aveva lasciato lì, incapace di comprendere da dove fosse saltato fuori. A quel punto Silvana e io ci guardammo sbalorditi, poi scoppiammo a ridere tutti quanti.
Il giornalista si unì a noi, proseguimmo la discesa e, quando fummo all’altezza della locanda Waldkönigin, Silvana indicò un punto nella neve: «Guardate, lì!» disse, e ci voltammo tutti.
Dal bianco a margine della via battuta spuntava davvero il corpo esanime di una trota. Ci avvicinammo, scavammo come potemmo nella neve lì intorno e un po’ alla volta, da quel freezer naturale, ecco spuntare una, due, tre… sei bellissime trote!
Quando arrivammo al Berghotel, il cuoco non credette alla nostra storia. Fu la signora Winterholer, che dirigeva l’albergo con il marito, a convincerlo; ma dovette raccontargli quel che Gerhard aveva confidato solo a lei:
Il giorno prima era sceso a valle con il suo vicino, il contadino Aegidius, per andare a pescare un po’ di trote. Sulla via del ritorno avevano fatto qualche sosta per riscaldarsi la pancia ed erano risaliti al Berghotel con l’ultima funivia. Arrivati qui, avevano fatto un’ultima sosta di “riscaldamento” prima di proseguire in motoslitta per lo Jocher: uno guidava, l’altro sedeva dietro reggendo il secchio pieno d’acqua con dentro le trote che avrebbero dovuto essere cucinate a pranzo il giorno dopo. Quella mattina, tuttavia, Gerhard aveva telefonato costernato al Berghotel: per caso era stata qualche trota nei paraggi dell’albergo? Nessuna trota. Gerhard e il contadino le avevano perse la sera prima durante la risalita in motoslitta.
Così quel giorno il pranzo allo Jocher fu – giocoforza – più frugale del solito. Ma la sera a noi tre ospiti italiani e ai tre francofortesi, i “pescatori” di quella giornata, furono servite – conservo ancora il menù di quel giorno – «Trote invernali alla Waldkönigin». Fu una magnifica cena a lume di candela.
 
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