Un desiderio

Claudia Engeler
17.01.2014
 
Un desiderio
Quando entro in mia madre, lei sta di nuovo ai fornelli. Le sue spalle ricurve fanno pensare a una vecchiaia che non avrebbe mai raggiunto. La sorte non le avrebbe concesso un lungo avvenire. Sarebbe morta troppo presto. Ma questo all’epoca non lo sapevo ancora. All’epoca, quando la mia vita sembrava ancora disperatamente, perdutamente in ordine. All’epoca, quando ancora pensavo di vivere un’infanzia felice in una famiglia integra.
Mia madre tiene lo sguardo puntato nella pentola. Su una pietanza che la famiglia più tardi avrebbe consumato senza riconoscenza o fame, ma solo per consuetudine. I pasti si svolgevano silenziosi, tutt’al più laconici, sotto la luce di una lampadina fiacca che pendeva sopra al tavolo.
Non so cosa vede mamma mentre prepara da mangiare. In segreto le auguro di potersi rimestare una vita più libera. Rinchiusa in cucina, in mano dei panni sporchi, si tira dietro l’aspirapolvere, brandisce il ferro da stiro. Così la vedo; la notte me ne sto senza fiato nel letto a fissare il soffitto sopra di me, come se vi potessi vedere le immagini di una vita da condire a mio gusto e piacere.
Quel cibo mi piacerebbe tanto poco quanto la mia infanzia, ma sicuramente lo digerirei meglio. Le notti in cui, insonne e nervosa dalla stanchezza, non sono più in grado di proteggermi dai miei ricordi, sono quelle che temo di più. In me si dischiudono gli abissi e le paludi in cui devo inghiottire tutte le immagini che si ammassano davanti agli occhi, così come un tempo facevo con il cibo che non volevo mangiare: cavolfiori, barbabietole o pancotto. Ho mandato giù coraggiosamente più di una pappa che mi era stata rifilata: cucchiaio dopo cucchiaio.
“Molla il mestolo, la pentola, lascia che le patate si brucino e scappa”, parole che mi escono come sputi. Mi viene su il sapore della mia infanzia e vomito immagini che avrei preferito affidare all’oblio; ma questo si rifiuta di fare il suo dovere e, crudele, mi scaglia in faccia i ricordi. Ancora e poi ancora; come le onde instancabili di un mare in tempesta.
Non c’è da stupirsi che mia madre fosse malata, gravemente malata; come abbiamo spiegato ai pochi parenti e sconosciuti che volevano sapere perché all’improvviso non fosse più in cucina. Un mostro – che a me non si era mai presentato – divorandola da dentro l’aveva trasformata in una creatura a me ancora più estranea di quanto la mia genitrice fosse stata tutta la vita. Trasformata in bruco, una notte si accasciò su se stessa, mi scappò e mi sfuggì, questa volta per sempre. Si rifugiò in un posto che non le piaceva più di questo. Perché quando mi trovai davanti il suo corpo mutato, un rivolo amaro le correva attorno alla bocca, come se il cibo che le veniva messo innanzi nella sua nuova vita fosse ancora più deludente e disgustoso; come se avesse nostalgia dei suoi fornelli, dello sporco e della sua piccola cucina.
“Mamma”, mi rivolgo verso la cucina, ma lei continua a darmi le spalle ricurve e io rimango appesa in aria, tra la pentola e la porta. Mia madre non c’è, è nel suo mondo, ma di quella casa non ho le chiavi. E quindi esco di nuovo, nel corridoio cieco.
Tre passi più in là c’è mio fratello, il grande soggiorno. Nonostante sia quasi etereo, privo di vitalità, occupa molto spazio sull’ampio divano. Per anni avrei voluto sedermi o sdraiarmi su quel mobile morbido. Pensavo addirittura che lì e solo lì si potesse raggiungere la calma interiore. Di rado, e solo quando la famiglia non c’era, con riverenza mi sedevo sul divano. Ma l’effetto benefico non arrivava. Sedevo lì, fissavo il vuoto. In attesa del nulla.
Mio fratello solleva lo sguardo con condiscendenza, alza gli occhi al cielo: due sfere cieche; mi grugnisce qualcosa in modo sgarbato. Devo lasciarlo in pace, uscire dalla stanza. Subito.
Anche se ha una stanza sua, gli piace diffondere la sua pallida presenza conquistando altri spazi. Scoppio a ridere perché oggi so che lui non ha mai avuto una casa. Non faceva altro che fermarsi in queste stanze; ma non le arredava perché non ne era capace. In fondo lui non esisteva. Da bambino ha vissuto come uno spettro in una famiglia che paradossalmente lo considerava più di un vero essere vivente.
Vado in bagno, perché ora non sto bene. Ma mio padre ha chiuso la porta dall’interno. Allora busso, rimango in ascolto, ma non sento nient’altro che silenzio e un vuoto che si apre. Sicuramente se l’è di nuovo svignata all’estero. Ogni settimana volava dall’altra parte del mondo, solo per poter sfuggire alla casa e alla famiglia. Da bambina lo guardavo affascinata, alzavo lo sguardo su di lui, avrei voluto accompagnarlo. Allora non capivo che non era al lavoro, ma in fuga. Anche quando era in casa, si chiudeva a chiave nello studio, nella stanza del trenino elettrico, in bagno. E poi di nuovo se ne andava a Parigi, in America o da una delle sue amanti.
Attraverso la porta lattiginosa posso solo riconoscere la sua ombra. Mio padre sta al lavandino e se ne lava le mani. O forse non fa che guardare lo sconosciuto nello specchio negli occhi inespressivi. “Chi sono?”
Ora busso in maniera più insistente, sento un borbottio irritato. Non devo disturbare, o entrare in mio padre, né tantomeno usare il bagno. Perché in questo piccolo mondo che è la famiglia, quello è il suo regno, il luogo in cui si può ritirare in qualsiasi momento e senza dover dare spiegazioni. Un alibi che non viene controllato o messo in dubbio.
Per sentire la vicinanza di mio padre, tocco il vetro con le mani aperte, nel mezzo avvicino la guancia destra e chiudo gli occhi. Dentro di me si propaga il gelo, dalla guancia passa al collo, poi alle spalle. Lentamente mi accascio finché mi trovo davanti al bagno nella posizione di un cane addormentato. La porta rimane chiusa, nella stanza regna il silenzio. Mio padre si è dissolto nelle sue fantasie nebbiose.
Più tardi mi sveglio, mi alzo lentamente, attraverso il corridoio barcollando. La camera da letto di mio fratello viene dopo quella dei miei genitori. Entrambe sono per me tabù, non posso entrarvi. Ho perfino smesso di bussare timidamente.
Nella casa non c’è una stanza che sia libera per me o che mi sia destinata. Senza stanza sto in una casa in cui per me non c’è posto. Per questo un giorno ho aperto la porta e sono uscita: un mondo sconosciuto. Ma ormai il senso di estraneità era diventato il mio lavoro. ‘Senza patria’ era la mia cittadinanza, il mio cognome alla nascita era Solitudine e il mio nome Desiderio.



 
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