Un racconto del sotto-sopra, e dell'Aldiquà

Cristina Vignocchi
15.09.2011
 
Un racconto del sotto-sopra, e dell'Aldiquà
Ci aveva messo molto tempo per riassettare l’ambiente, così grande ma zeppo di cose, e prepararlo per accogliere i nuovi ospiti della sera, dopo aver sgobbato tutta la mattina dalla buonora per accontentare “quei villeggianti” che per pranzare a poco prezzo avevano scelto d’abitudine quell’androne sotto il vecchio cinema, adibito alla bell’e meglio a ristorante. Marla aveva sempre fatto quel lavoro lì da quando aveva sposato il fratello del possidente, quel cinematografaro per sfizio, che per continuare la tradizione paterna della passione per i prodotti tecnologici fingeva di aver portato un po’ di modernità in quel posto sperduto tra le aquile lontano da tutto, eppure così vicino ormai. Ma non gli riusciva di compiere la sua missione fino in fondo. Non venivano proiettati più di cinque film all’anno, e nessuno sapeva giustificare il motivo per il quale era stata fatta quella enorme costruzione sempre vuota, quasi in centro paese, che si sporgeva come un’arca arenata sul vuoto lungo il pendio della costa. Per poterlo reggere sul nulla, era stato impiantato una specie di ponteggio, creando un tunnel di passaggio nella via sottostante. Lì rimaneva ancora un po’ di terreno inutilizzato e pensarono bene di costruire, attorno alla palafitta, sotto il cinema-teatro, quello stanzone che poi divenne il ristorante della Marla e di suo marito, i parenti “poveri”, perché si rendessero utili, o perlomeno non pesassero sul resto della famiglia. Insomma, tutto un pressappoco, tanto, si era sempre campato di nulla, in quei luoghi, ma una gran costruzione significava un certo benessere apparente, e per quello, in alcuni momenti, si fece a gara. Aspetto esterno a parte, privo di concessioni edilizie sensate, l’interno non era così sgradevole, con grandi vetrate panoramiche, arredamento povero, retrò ma funzionale, molte piante come una piccola giungla domestica un po’ incolta, e una grande voliera con la craccola indiana, linguacciuta e simpatica. Fuori, una colonia di gatti stazionava per i resti. Familiarità, si fa per dire, accoglienza, si fa per immaginare, eppure quel luogo senza pretese aveva un che di buono. La Marla era tutto meno che bella o affabile, o raffinata e piacevole, unica nota femminile l’anello di pietra rossa al dito, ricordo di quella specie di fidanzamento con il marito, ma anche in lei c’era un che di buono, e negli avventori abituali una miserevole compassione. Insomma, lo squallore della povertà al servizio di se stessa. Ed era bello. Un luogo imboscato alle rotte turistiche, noto per passaparola. Giusto giusto per nascondere qualcosa o qualcuno, tanto in un posto simile ci si doveva accontentare del servizio, mentre il cibo era buono, e la cucina sporca, e nessuno domandava nulla sul perché e percome. Nemmeno la craccola era indiscreta, seppur dicesse una valanga di parole, ma sempre ben piazzate e divertenti. Dopo un po’ gli ospiti stagionali si conoscevano tutti, e forse si trovavano da più vacanze. Ma qualcosa stonava quell’estate, tra loro. Una presenza anomala. Una camicia bianca abbagliante che si stagliava come un lampione nella penombra e tra le tovaglie stinte tutt’uno con le mise a quadretti montanare. Una catena d’oro che luccicava anch’essa, come una lama su una pelle abbronzata da sole marino, e pantaloni neri attillati da tanguero. E l’età di un uomo giovane fuori norma rispetto a nonni, e bambini con genitori senza volto. Ogni tanto faceva una parola, dall’accento a loro estraneo, di sfondo il rumore dell’improbabile “teleferica” che passava il desinare dalla cucina alla sala e al piano superiore dell’appartamento “padronale”. Spesso non era solo al suo tavolo, nessuno si curava di lui, in apparenza, ma la sua presenza era molto rumorosa nella mente dei commensali, che aspettavano di uscire per fare commenti non azzardati prima, seppur avessero perfino timore di pensare qualcosa, sicuri che lui le avrebbe intercettate, quelle supposizioni indiscrete. Ma un giorno dopo l’altro il silenzio provocò una valanga di curiosità e quando lui si allontanò, finito il pranzo, i rimasti, tirando fiato, chiesero alla Marla un’infinità di informazioni. La Marla si fece paonazza come per uno sfogo di scarlattina, e la sua figura secca si contorse un po’, non le riusciva di spiegare, ma si capiva che forse non voleva. Le leggi dell’attrazione sessuale rispondono a coordinate tutt’altro che logiche e men che meno ideologiche, e quell’uomo del sud, regolare o irregolare, secondo i gusti, calzava perfettamente quel ruolo, tutto il resto, se c’era, sarebbe stato sicuramente secondario, nonché successivo, nella migliore delle ipotesi. Ma a quella strana attrazione, in quello strano contesto, sembravano rispondere tutti i presenti, uomini, donne, giovani e anziani, tranne i bambini che subivano comunque il fascino del diverso, come loro, piccoli animaletti in via di formazione o pre-disfacimento. Situazione divertente, per un occhio esterno scrutatore e imparziale. E un occhio c’era, ma forse non imparziale. C’era la Marla che vedeva e capiva, seppur lontanissimo dall’essere un soggetto/oggetto sessuale. E dalla sua postazione poteva permettersi di pensare. Il sorriso sinistro dell’uomo abbronzato era una calamita per le sue vittime. E con quel ghigno ogni tanto lo si sentiva dire: “Io già contento sono, di svegliarmi vivo ogni mattina”. L’amore rende sensibili o rincitrulliti e in ogni caso apre le porte a misteri, per impadronirsene o esserne travolti. Un giorno la Marla e il marito scomparvero. Molte furono le illazioni sul caso, dopo che il nastro trasportatore venne trovato sporco di grasso e sangue, più olezzoso del solito. E la craccola, ogni tanto, sbattendo le ali se ne usciva con un “assassini”, senza poter scendere in particolari. Nessuno osò fare più che qualche pettegolezzo. I coniugi vennero sostituiti prontamente dal fratello benestante del piano di sopra, che si era reimpadronito della situazione e dei locali, ristrutturandoli in locale esclusivo. Scaduto il periodo di confino coatto e incognito, qualche mese dopo, del bel tenebroso più nessuna notizia, ma da allora il paese sempliciotto e arrogante venne a tratti percorso da loschi figuri come all’epoca dei briganti, che nei secoli precedenti resero noto quel luogo d’aria salubre. Un anno dopo, un giovane con la fidanzata, cercando un po’ di privacy nella campagna verso sud, sostando con la macchina sotto i piloni dell’autostrada, vide luccicare qualcosa nel cemento. Scalfita con un coltellino la parete, il punto luccicante si rivelava un anello dalla pietra rossa, a un dito maschile. Accanto, un altro genere di innamorati avevano inciso queste parole, che andavano oltre la banalità del solito vincolo matrimoniale: “Finché morte non vi separi, nella buona e nella cattiva sorte… perché l’amore è una cosa meravigliosa, ma comandare è meglio che fottere”.
 
 
 
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