Un sogno in testa

Kareen De Martin Pinter
20.12.2013
 
Un sogno in testa
Ogni estate, appena finita la scuola, mia madre riempiva una valigia con qualche abito, delle calze di lana, un paio di maglie pesanti, preparava poi con cura la sua borsa con tutti gli attrezzi del mestiere, forbici, bigodini, prodotti per la tintura, mollette, una pila di riviste e insieme, cariche, ci avviavamo verso la stazione dei bus. Iniziava il lavoro estivo, quello che da anni ormai ci portava in montagna per tre mesi, in un bell’hotel, dove mia madre teneva il salone di coiffure, come c’era scritto fuori dalla porta in vetro.
Il salone estivo era diverso da quello che avevamo in casa, stipato dentro la stanza in fondo al corridoio. All’hotel occupava una piccola stanza poco dopo la reception, accanto a un negozietto dove vendevano di tutto, dal costume da bagno ai biscotti. La mattina, dopo la colazione, facevo fatica a trattenere la mia voglia di correre da mia madre. Sapevo che si sarebbe arrabbiata, voleva che passeggiassi nei boschi per approfittare dell’aria di montagna. Così mi vestivo, uscivo, facevo il giro del prato respirando a pieni polmoni e poi rientravo con le guance fresche, come piacevano a lei.
Per fortuna riuscivo sempre ad arrivare in tempo per la cosa che mi piaceva di più, quel momento poco prima di iniziare il taglio. Mia madre intenta a cercare una foto su una rivista, in piedi dietro alla cliente che si guardava allo specchio. Diceva che quando l’aveva vista, quell’attrice, aveva pensato proprio a lei. Le clienti dell’hotel erano più o meno sempre le stesse e mia madre collezionava ritagli per ognuna di loro. Sapevo che quello era un momento importante, mia madre me lo diceva spesso che le sue clienti in testa, più che dei capelli, avevano un sogno, e di quel sogno lei doveva prendersi cura. La cliente osservava la foto. Mia madre prendeva con la punta delle dita i capelli della signora, spiegava, lanciava uno sguardo alla fotografia, tornava al volto della signora, tirava su la chioma, la spostava, metteva le mani dritte ai lati del suo volto come per inquadrarla. Nessuno parlava più, tutti gli occhi erano puntati sulle dita di mia madre. Poi, quando la cliente faceva sì con la testa e il primo colpo di forbice tagliava la tensione, tutto poteva riprendere come prima, la bellezza lasciava il posto ai pettegolezzi, il salone respirava di nuovo, emanava i suoi profumi, la cenere delle sigarette volava in giro, le gambe si accavallavano, le mani sventolavano per asciugare lo smalto. E intanto, sopra alle risate, mia madre mescolava prodotti che sapevano di ammoniaca, spennellava l’impasto sulle ciocche, tagliava, faceva calare i caschi e regolava gli orologi sopra a ognuna delle teste incapsulate con la precisione di un artificiere.
Quando sfilava la mantellina da una signora ero io a porgerle lo specchio rotondo per farle guardare il dietro della pettinatura e mia madre mi scioglieva un sorriso.
Quello che invece all’hotel non facevamo era il rito dei conti che si svolgeva sul grande tavolo della cucina una volta alla settimana, dopo aver sparecchiato. Mia madre prendeva la scatola dove metteva i soldi e mi faceva scrivere le varie spese che avevamo sulle buste: affitto, luce, gas, condominio, guasto tubo, telefono, shampoo, supermercato, libri scuola, scarpe Tina, che poi ero io, il diminutivo di Martina. Faceva scrivere me per verificare i progressi nella scrittura, mi dettava e se facevo un errore di ortografia, se dimenticavo una doppia o se solo scrivevo male, mi faceva ricominciare. Dovevo studiare, mi diceva, solo così avrei fatto grandi cose nella vita. Io le dicevo che da grande volevo fare la parrucchiera come lei. Allora lei mi prendeva il mento tra il pollice e l’indice e mi fissava, muta. Le sue mani sapevano di lacca, di shampoo, di fumo, c’era tutto il salone in fondo al corridoio tra quelle pieghe. Mi dava un bacio sulle labbra e mi diceva che al massimo avrei potuto tagliare i capelli a lei, quando sarebbe diventata vecchia e con l’artrite.
Ma a me piaceva quel mestiere, era allegro. Tagliarsi i capelli era l’unico momento di riposo per le donne, alcune passavano una volta a settimana solo per farsi lavare e pettinare. Il nostro salone teneva i prezzi bassi, così c’era sempre qualcuno a farci compagnia e io potevo respirare l’odore metallico e consolante dell’asciugacapelli durante i compiti.
Mia madre poi mi faceva contare i soldi e il tavolo si copriva di torri di monete e onde di carta. Infine, mi faceva fare le divisioni e i soldi destinati a bollette e spese finivano chiusi dentro alle buste, nella credenza, sotto a un giornale per nascondere il contenuto a una prima occhiata.
Quando le chiedevo se avessimo abbastanza soldi per pagare tutto, mi accarezzava la testa e sussurrava che certo, li abbiamo i soldi, possiamo comprarci tutto quello che vogliamo, sono la parrucchiera più brava della città.
Davvero?, chiedevo io, radiosa.
Sì, rispondeva abbracciandomi, solo che non abbiamo bisogno di niente.
Nella camera dell’hotel che ci era riservata dormivamo una accanto all’altra. Ogni tanto risalivo alla superficie del dormiveglia per controllare che fosse sempre lì. Una notte che mi rigiravo, svegliata da qualche ospite che parlava fuori dalla porta, non la trovai né nel letto né nella stanza. Presi la chiave della stanza e uscii con il cuore in gola. Le luci accese gettavano ombre dappertutto, vagai verso la piscina, tutto era immobile, silenzioso. Le mie gambe presero spedite la direzione del salone, un porto sicuro in mezzo a quel nulla. Forse, pensai, si è dimenticata qualcosa. C’era una lucina accesa. Mi avvicinai e allora la vidi, dritta, davanti allo specchio, tutta pettinata, i capelli vaporosi, tinti di un colore più scuro. Sentii lo sbuffo secco della lacca. Si stava guardando ora da un profilo ora dall’altro, muovendo il collo di lato come un uccellino. È bellissima, pensai proprio mentre i suoi occhi riflessi intercettarono i miei. La sua immagine allo specchio s’increspò come la superficie dell’acqua colpita da un sasso. Mi mandò subito a letto rimproverandomi per essere uscita dalla camera e per di più scalza.
Mamma, le chiesi da sotto le coperte, ma perché non ti pettini così ogni giorno?
Perché le mie clienti sarebbero gelose, rispose facendomi il solletico, sono loro a doversi sentire belle. Ora dormi.
Dormire? Ma a me non importava niente di dormire subito, prima di cedere al sonno dovevo mettere al sicuro quell’immagine di mia madre, me la volevo tenere stretta per non farla svanire. Costruirle un piccolo nido su cui farla posare, per sempre.







 
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