Una volta...

Renate Gottschewski
17.01.2014
 
Una volta...
...allora, una volta un amico d’affari austriaco mi invitò a passare un fine settimana allo Schloss Fuschl, un grande albergo estremamente elegante sul Lago Fuschl, vicino a Salisburgo. Volevamo vedere i Salzburger Festspiele – il Don Giovanni, naturalmente –, giocare a golf e passare insieme delle giornate stimolanti. A parte sua moglie ed io, l’unico altro ospite del nostro gruppo era un signore distinto e dall’aria intelligente. Lo chiamerò Signor von Perchtoldsdorff. Il signor von Perchtoldsdorff e io arrivammo quasi insieme, quasi puntuali. Il castello si ergeva maestoso nella luce del tardo pomeriggio diffondendo un’atmosfera frizzante. L’uomo alla reception – in un’armatura blu scuro che gli calzava a pennello – ci accolse in modo professionale, ma anche come se fossimo una rivelazione attesa da tempo, e poi assunse un atteggiamento solenne. Doveva dirci qualcosa di serio. Il nostro amico di lavoro – che peraltro era dotato di un umorismo asciutto che in occasione di un pranzo o una cena mi aveva già fatto sputare sul tavolo più di un boccone in presenza di diversi invitati: i suoi commenti facevano letteralmente scoppiare dal ridere – e sua moglie, erano profondamente spiacenti – così gli aveva appena comunicato la segretaria – ma non ci avrebbero potuto raggiungere a causa di un lutto improvviso, occorso in famiglia solo qualche ora prima. Al nostro ospite rincresceva molto.

“Ahimè”, sospirò il signor von Perchtoldsdorff, “gli sarà sicuramente morto il padre. Era costretto all’immobilità da tempo”. Anche a me si strinse il cuore: l’infermità è praticamente l’unica cosa che temo veramente. Entrambi pensammo quindi che il fine settimana sarebbe saltato. “Ma no,” replicò l’uomo alla reception che aveva in serbo per noi la buona novella: “Il fine settimana si svolgerà come previsto”. “Questo è proprio”, disse con un tono di apprezzamento il signor von Perchtoldsdorff ,“quel che si dice avere stile, molto stile! Chapeau!” Ci dispiaceva, è vero, che il nostro ospite non potesse essere con noi; ma era una sensazione eccitante sapere che ci aspettava un fine settimana da passare a tu per tu. Un’ora più tardi sedevamo sulla terrazza a brindare con un bicchiere di prosecco facendo riposare gli occhi sul lago incorniciato dalle montagne. La sottile falce di luna si alzava lenta ma risoluta, la nostra conversazione era spumeggiante e noi avevamo perso il senso del tempo. Dopo un caffè mi alzai: “Buona notte, ci vediamo domani a colazione?”, “Sì, certo, dorma bene.” “Anche lei”.

Il signor von Perchtoldsdorff e io andavamo perfettamente d’accordo e stringemmo una profonda amicizia. Tuttavia avevamo idee completamente diverse su come passare quel fine settimana. Lui non si voleva perdere nessuna attrazione della zona e in modo quasi maniacale seguiva il programma preparato dal nostro ospite. Poi però, reduce dell’escursione della giornata, la sera ascoltava l’opera con un’aria piuttosto stralunata. Io invece ero fresca come una trota che se ne sta all’ombra tra le rocce. Mi rifiutai categoricamente di seguire il signor von Perchtoldsdorff nelle sue attività educative. “Ah! Il passato… è tutto passato… non è poi così interessante”. Io al contrario andavo a nuotare, rosolavo al sole, onoravo il mio taccuino con i miei pensieri e me ne stavo seduta nella locanda. Nel breve tragitto per arrivarci osservavo a lungo, affascinata, alcuni operai che rivestivano il tetto di una palazzina: guidati da una mano invisibile e da brevi e precisi ordini, eseguivano un balletto al ritmo sordo di quel che finiva sul fondo del container. “Ma come?!” – lo sguardo era quasi di rimprovero – “Ha regalato il biglietto dei Festspiele alla cameriera ieri per non lasciarmi senza accompagnatrice? D’accordo, ho detto che è bella, che la trovo affascinante con quel labbro arricciato in maniera leggermente impertinente…” “Caro amico”, lo interruppi calma, “la cameriera è stata molto felice della mia offerta, non si lasci sfuggire l’occasione! E poi alla fine dello spettacolo ci possiamo trovare qui al bar, no?” “Certo, certo”.

Verso mezzanotte il signor von Perchtoldsdorff arrivò al bar da solo. Voleva ordinare qualcosa e aveva già preso fiato per attaccare con la sua critica, di certo straordinariamente arguta, del Don Giovanni. “No”, e canticchiando là ci darem la mano: “No, prendiamo un cognac nella mia suite, le va?” Il signor von Perchtoldsdorff alzò le sopracciglia in modo quasi impercettibile. Avevo capito subito che quest’uomo non sa dire di “no” e, se da una parte questo era assolutamente irrilevante in quell’occasione particolare, era decisivo in generale per il fatto di esserci incontrati. Celando un’aria scettica, mi seguì in camera.

Il panorama era perfetto. Feci partire la mia playlist dallo stereo e con “Moon river” azzeccai subito il pezzo giusto. Lui si rilassò sulla sdraio, sorseggiò il Remy Martin e sgranò gli occhi per non perdersi nemmeno una stella. Presi una pipa d’erba e gliela offrii. “Io non fumo. Ma lei mi stupisce!”, “E allora mi stupisca anche lei e fumi con me”. Lui scoppiò a ridere, allentò il farfallino dello smoking e inspirò il fumo. “Erano anni che non lo facevo più”. “Anche io”. E quello fu anche l’effetto che ebbe su di noi. A un certo punto ci sdraiammo sul pavimento della terrazza. Otis Reddis cantava “When a man loves a woman”. Tutto girava, la terra si faceva onda e le stelle volteggiavano leggiadre come non mai. Ci mettemmo a ridere. “Che bello”, gioì il signor von Perchtoldsdorff, “che bello che tutto sia così bello. Su, balliamo! Sa che lei ha proprio un ottimo gusto musicale?” Io riuscivo a stento a trattenere le risate. Potevamo solo starcene lì sdraiati a ridere; era impossibile alzarsi, di ballare poi non se ne parlava proprio. E allora rimanemmo così, mano sulla mano, ridendo.

“Avrei ancora una cosa da dirle”, se ne uscì il signor von Perchtoldsdorff al momento dei saluti, “non ho mai passato delle ore così belle con qualcuno. Mi dispiace solo che i nostri ospiti non siano potuti essere con noi”. “Sì, ed è mille volte più piacevole che ascoltare l’opera su sedie troppo strette o starsene a osservare pietre morte o…” “Lei è una proprio una vera epicurea”, mormorò il signor von Perchtoldsdorff. “Come, prego?” “Ah, nulla” “Pensavo avesse detto qualcosa.” E lui sussurrò: “Oh, era solo il vento che cantava una canzone…”.








 
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