Vernissage

Camilla Marrese
27.02.2019
 
Vernissage
Il vernissage inizia alle 12. Sono le 11:45. Se non ci fosse traffico, pensa Nicolò, riuscirei per una volta ad essere in orario. Un tizio dietro di lui suona il clacson. Come se servisse a fare improvvisamente volatilizzare le macchine in coda, come se quel suono fastidioso avesse il potere di aprire enormi corridoi vuoti sull’asfalto, e di portare tutti ovunque debbano andare di sabato mattina, al centro commerciale, a pranzo dai parenti, al vernissage, in tempo. L’unico effetto però è una reazione a catena per cui all’improvviso tutte le macchine imbottigliate nel traffico stanno suonando il clacson. Ma come fanno le code a nascere e svanire all’improvviso?, si chiede Nicolò, e mentre lo pensa una mano, rapida, è scivolata in tasca a prendere il telefono su cui ora legge articoli di esperti sulle code. Nicolò si rende conto solo all’ultimo che la macchina che ha davanti ha frenato bruscamente e riesce per puro istinto ad evitare il tamponamento. Immobile guarda l’auto davanti a sé con un leggero tremolio delle braccia. 10 o 15 centimetri di distanza, stima. Sono ufficialmente in ritardo al vernissage, dice ad alta voce, e anche quando le macchine cominciano a diradarsi i venti minuti di ritardo sono ormai ineluttabili. Non che sia un problema, alla fine: un vernissage non richiede puntualità. Nicolò però è infastidito come se così fosse. Non è mai stato in grado di gestire l’ansia che consegue ad un ritardo. Si mangia le unghie della mano non appoggiata sul volante. Sono settimane che ha segnato in agenda quell’occasione e che la racconta durante le cene agli amici di amici, quando non sa di che cosa parlare. Un invito ufficiale ad un evento privato in cui tutti i presenti occupano posizioni di rilievo nel settore. Diciamo una di quelle circostanze perfette per offrire e farsi offrire da bere da qualcuno, passare biglietti da visita, darsi le arie da esperti d’arte con chi capita a fianco, che potrebbe benissimo essere un prossimo cliente, o un giornalista il cui numero di telefono si rivelerà certamente utile un giorno. Un evento in cui fare e farsi fare foto da condividere on line per far sapere che si era lì. L’artista che espone, poi, è descritto come entusiasmante rispetto al panorama artistico contemporaneo della città in cui Nicolò vive. Le tele sono innovative, ma non così tanto da destare fastidio. Sono perfettamente inquadrabili in un qualsiasi ben arredato salotto di una famiglia benestante, il salotto in cui Nicolò auspica di poter offrire cocktail ai suoi amici da qui a qualche anno e che dopo questa serata, spera, si fa di qualche impercettibile passo più vicino. Chissà perché, allora, allo svincolo della superstrada per la galleria, Nicolò senza pensarci tira dritto. Continua a guidare e non si ferma, come se nulla fosse, inizialmente senza processare mentalmente il motivo della sua scelta. Quasi come se non fosse propriamente una scelta ma se semplicemente l’automobile si fosse rifiutata di curvare, e chi è lui per opporsi a questo volere inesorabile?
Nicolò sa che la strada, andando dritto per una settantina di chilometri, porta alla montagna. E lo sa perché ci è andato per tanti anni di fila, a sciare, da bambino. La casa dei suoi è piena di fotografie di Nicolò piccolo, male inquadrato e un po’ fuori fuoco, con una tuta viola integrale evidentemente troppo grande per lui e un paio di sci parecchio più alti della sua testa. Avevano smesso di andare a sciare non si sa bene perché. Un po’ perché costava tanto, immagina, un po’ perché Guglielmo, il padre di Nicolò, era caduto sugli sci e si era fatto male alla schiena – niente di grave, solo abbastanza da saltare un anno e da rompere, quindi, il ritmo dell’abitudine. Valeria poi, sua madre, lo faceva prevalentemente per Nicolò e per Guglielmo, perché sugli sci non ci andava e stare a prendere il sole in realtà dopo un po’ la annoiava, e leggere non le piaceva alla fine granché. L’anno successivo Guglielmo e Valeria avevano divorziato, della montagna non si era più parlato e nemmeno Nicolò aveva fatto domande. Ora che ci ripensa, non sa perché: gli piaceva tantissimo andare a sciare e ogni anno la neve in città lo riportava, con la testa, lì. Ma per un qualche motivo forse aveva confinato la montagna in un’idea di passato, di infanzia, e l’aveva lasciata stare dov’era. Man mano che guida si rilassa. Ad ogni chilometro che percorre si trova sempre meno costretto fra asfalto, auto, muri, cartelloni pubblicitari, negozi. È un processo lento ma inesorabile. Gli occhi guadagnano spazio visivo e lo divorano. E la strada dritta lineare monotona prevedibile inizia, sinuosa, ad essere una successione di curve.
Non ricorderò nulla, pensa Nicolò. È stato troppo tempo fa. E invece, al secondo tornante dell’ultima serie, un lampo: si ricorda, e se lo ricorda bene. Non è un ricordo nitido, affatto, somiglia più ad un déja vu: la sensazione non bene definita di essere già stati lì in un momento lontano, di aver già vissuto quell’esatto istante, ma non sapere quando e come. La differenza è che il ricordo di Nicolò ha radici estremamente reali e concrete, per quanto si manifesti in maniera confusa. La strada, che credeva di avere rimosso, gli è invece ora, metro dopo metro, tornante dopo tornante, familiare quanto le strade che percorre ogni giorno per andare a casa sua, al lavoro, in libreria, al bar. Solo con un po’ più di nostalgia.
Quando Nicolò entra nel noleggio di attrezzatura da sci si rende conto che il proprietario è sempre lo stesso: un signore di mezza età, che gli sembrava di mezza età già trent’anni prima, pelato e con due foltissimi baffi bianchi.
Gli scarponi fanno male sulle punte dei piedi, se l’era dimenticato. Una scomodità e un leggero dolore che sono però bellissimi, e camminare sul pavimento bagnaticcio e sporco del noleggio è come camminare sulla luna, un movimento pesantissimo e immateriale insieme. Nicolò sorride al signore. Infila gli sci e quando sente il rumore degli attacchi lo ritrova bello, e familiare. Si avvia per percorrere la prima pista che dal negozio porta agli impianti. Va giù dritto. Gli mancano scioltezza e sicurezza, ma la pista è facile e non gli importa, continua ad andare senza fermarsi. L’odore della neve è lo stesso di tanti anni prima, così come la sensazione del corpo che scende come in una caduta libera controllata. Il bianco per terra e il verde intenso degli abeti. Sale sulla seggiovia che adesso non ha più due gelidi sedili in metallo, ma sei, e comodamente foderati di un materiale blu. Quando la vede alzarsi da terra, chiude gli occhi. Comincia a nevicare un pochino e la neve, insieme al vento, gli punge le guance.


 
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