Vista alpina

Henrik Failmezger
03.07.2019
 
Vista alpina
“È un’aquila quella?” Il ragazzo era sulla terrazza dell’hotel, il busto sporto oltre il parapetto, gli occhi sgranati addosso al cannocchiale.
“Un gipeto”, disse il professor Nestor.
Il ragazzo porse il cannocchiale al professore, che sventolò una mano: “Lo vedo a colpo d’occhio. L’ornitologia è una scienza semplice, quanti tipi di uccelli ci saranno mai. Diecimila? Ridicolo! In confronto a sei milioni di insetti.”
“Ecco che incomincia. Quando si mette a parlare d’insetti poi non smette più.” La signora Nestor si piegò verso la signora Weide, che sedeva accanto a lei e fino a quel momento era ancora affascinata, perché non era mai stata seduta allo stesso tavolo con un professore.
“È per questo che siamo venuti in montagna. Il mare non lo sopporto più. Il rumore delle onde mi ricorda le sue chiacchiere.”
La signora Nestor sorseggiò il caffè nel quale, sotto il tavolo, aveva svuotato una mezza fiaschetta di cognac – sotto questo aspetto era un’autentica prestigiatrice – e volse lo sguardo alle montagne, sotto il bosco e poi i prati, sopra il ghiaione e la neve.
“Contro le chiacchiere aiuta solo la meditazione zen, o come si suol dire: entrano da un orecchio ed escono dall’altro.”
Il ragazzo passò il pollice sullo smartphone: “Credo che sia una poiana.”
Il professor Nestor sventolò nuovamente la mano come per cacciare delle mosche invisibili. “L’ho detto, è un gipeto.” Il ragazzo si scattò un selfie nel quale la poiana appariva come un minuscolo puntino nero. È uguale, pensò, una freccia verso il puntino e scritto sotto “aquila”, avrà un che di ironico. Aveva quindici follower su Instagram, cinque dei quali aveva dovuto corromperli con del denaro. Comunque sempre meglio del suo compagno di classe. Quello si era vantato dei suoi cento follower finché non era venuto fuori che novanta fra questi erano della Mongolia del sud. Da allora il suo compagno era fottuto, online come offline. E al fornitore russo con i contatti nella Mongolia del sud doveva ancora dei soldi.

“L’anno scorso sono andata con lui apposta in un convento dedito al silenzio.” La signora Nestor tossicchiò per via del cognac. Amava il cognac al mattino, la giornata assumeva dei colori come in un film degli anni settanta.
“E sa lui cos’ha fatto? Ha analizzato gli scarafaggi della dispensa. Sosteneva si trattasse di una specie rara che si trova solo sulla costa americana orientale. Ovviamente voleva scriverci un articolo scientifico, ma le monache hanno fatto presto a calmarlo. Ci hanno steso sopra il lenzuolo del silenzio, diciamo.”
“Un convento dedito al silenzio?”
“Brutta roba”, disse la signora Nestor, “avrebbe dovuto vedere come mi hanno guardato le monache quando ho messo lo smalto sulle unghie. Tante espressioni facciali per esprimere il disprezzo non le avevo mai viste. E poi alla pelle del viso non fa bene se uno comunica tutto il giorno soltanto aggrottando la fronte.”
L’ornitologia, una scienza per cervelli semplici, pensò il professor Nestor. E quel ragazzo con il cannocchiale sembrava anche lui un sempliciotto di persona, lo si capiva dalla prominenza delle arcate sopraccigliari. A una persona con un torus supraorbitalis prominente non puoi affidare la tua vita, diceva sempre il vecchio relatore di tesi del professor Nestor. Ogni volta che salivano su un taxi misurava con pollice e indice il cranio del tassista. Oggi questo tipo di scienza è un po’ fuori moda, pensò il professor Nestor. Il relatore di tesi era poi inciampato in una piccola storia risbucata dal passato. Una vergogna, pensò il professor Nestor, era un così bravo scienziato, con il suo studio sulle elitre dei curculionidi aveva prodotto un capolavoro.
Strizzò gli occhi e fissò l’insetto che si era posato sulla tovaglia. Una vespa, pensò, no, un sirfide. Com’è possibile che non mi accorga della differenza. Sorrise, ovviamente era una sciocchezza. Non notava la differenza perché quella era una specie completamente nuova. E una cosa del genere sul tavolo della colazione!, pensò e rovesciò all’istante il flûte dello spumante sopra l’insetto. Mentre si domandava se avrebbe dovuto battezzare quella nuova specie con il proprio nome o con quello del suo relatore di tesi, si addormentò.

Devo farmi dare l’indirizzo di quel convento del silenzio, pensò la signora Weide. Suo marito ormai non parlava quasi più, da tre anni era praticamente ammutolito, in grado di emettere solo suoni per esprimere certi bisogni: il livello linguistico di un bambino di tre anni. In un convento dedito al silenzio potremmo finalmente trascorrere una vacanza normale, pensò.
Il cameriere si avvicinò con cautela al parapetto della terrazza. È così che muoiono, pensò mentre guardava il ragazzo sporgersi oltre il parapetto cercando disperatamente di riunire sul display il busto e la vetta alle sue spalle. Il cameriere veniva da un paese del sud dove i punti più elevati erano le cime dei campanili. Non capiva cosa ci trovasse la gente nelle montagne, non fanno altro che nascondere allo sguardo tutto quel che c’è dietro.
Il signor Weide agitò il bicchiere come per catturare dell’acqua che cadesse dal cielo. Eppure splendeva il sole. Ma il cameriere capì e lo avvicinò con la caraffa.
Quando fece per portare via i flûte dello spumante, per poco una vespa non gli volò contro la faccia.
Il signor Nestor russava lievemente.
Non è un’aquila, è una poiana, scrisse qualcuno sotto il post Instagram del ragazzo.
La signora Nestor guardò il marito addormentato e la colse una sensazione di calore. Pensò ai tempi in cui trovava affascinante che qualcuno potesse parlare per due ore dei palpi labiali di uno stercorario. Si potrebbe essere così felici, pensò. Guardò i pendii dove i contadini facevano il fieno. La vita semplice, pensò, sarebbe stata qualcosa, montagne, aria buona, pini, e insetti soltanto quando rimangono imprigionati in quei nastri collosi. Prese l’ultimo sorso di caffè al cognac e sventolò una mano verso il cameriere per chiedere dello spumante.

Traduzione: Stefano Zangrando
 
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